Punto di Zabriskie, California, 1970. Due corpi nudi s’abbracciano.
Le labbra, seccate e tormentate dal vento torrido del deserto e dal sole, s’incontrano in un primo timido bacio, sfiorandosi, e poi, in un secondo incontro più profondo, finalmente bagnandosi.
Sono giovani, forti, belli. E sconosciuti.
Un’ulteriore ragione per accarezzarsi, sorridersi, immergersi nei sensi.
Hanno entrambi occhi azzurri penetranti, attraenti. Sospesi tra la Storia e il Tempo a nessuno dei due interessano più le vicende del mondo che fino a poco prima volevano cambiare con la lotta, seguendo il movimento giovanile studentesco che sta prendendo fuoco a San Francisco e in tutta la costa Ovest degli States.
La calda brezza del deserto della California è l’unico rumore che li avvolge, le braccia e le gambe sporche di sabbia bianca a dipingere una surreale danza d’amore.
Le corde della chitarra di Jerry Garcia riecheggiano per la prima volta durante la carezza di Daria – giovane Venere dalla chioma liscia, castana e lunghissima a far da cornice a un piccolo volto d’angelo – sulla guancia di Mark.

È un “Si minore” prolungato, che riverbera nell’aria secca e lugubre di un posto unico al mondo, a inaugurare il rituale di quei due innamorati.
L’improvvisazione instrumental prolungata del leader dei Grateful Dead, storica rock band di quei magici sixties californiani, si distende armoniosamente sulla pelle di Daria e Mark mentre la loro unione si fa sempre più intensa, in un sottile equilibrio tra attrazione irresistibile e fuga provocatoria.
I due amanti s’avvinghiano, si rotolano giù per le piccole colline di roccia secolare che compongono Zabriskie Point, una distesa surreale di antichi fiumi essiccati dai millenni che hanno lasciato spazio a spettrali composizioni rocciose, irregolari e infernali.
L’assolo, allegro e pieno di vita, aumenta il ritmo. Gli accordi iniziano ad alternarsi più rapidamente seguendo il modello del dio assoluto della chitarra elettrica di quegli anni (e di sempre), Jimi Hendrix.
Le unghie di Daria scorrono in modo sensuale sulla schiena, mentre Mark le scosta i capelli per poterla baciare ancora, e ancora, e ancora.
Ma qualcosa sta accadendo attorno a loro.
Come per magia, assecondando gli arpeggi prolungati della chitarra, sono comparse sugli spogli colli vicini altre coppie, anch’esse completamente rapite dalla meraviglia dell’amore felice e spensierato.
Nessuno cerca una spiegazione a quel momento. Semmai tutti, ebbri di gioia e bianchi di sabbia da testa a piedi, s’intrecciano e si rincorrono, si baciano e s’accoppiano, mentre Jerry con il suo assolo descrive come nessuna parola saprebbe fare la bellezza eterea e infinita di quella fiamma che arde dentro ognuno.

È l’inno visionario all’Amore passionale e completamente libero del regista Michelangelo Antonioni, che gira la scena madre del suo controverso film, “Zabriskie Point” appunto, nel posto più hippie e lontano dalla triste realtà di tutti i giorni (la controcultura sta già cadendo a pezzi, sconfitta dalle repressioni dello stato e dalla superficialità di molti membri).
Ma è anche l’istante in cui i due protagonisti, Mark Frechette e Daria Halprin, s’imbattono nel più infuocato e dilaniante dei colpi di fulmine, trascinati dalla mistica che il film – diventato presto un cult nonostante il flop commerciale in quel 1970 – trasmise loro durante le riprese di una delle più belle e stranianti scene d’amore puro che il cinema ricordi.
Un incontro che segnò in modo indelebile le vite dei due, tracciando un invisibile percorso parallelo tra le vicende dei due attori fuori e dentro Zabriskie Point.

Entrambi esordienti e ventenni, lui reclutato a una fermata dell’autobus a Boston durante una rissa verbale, lei talmente affascinante da conquistare Antonioni in pochi secondi, Mark e Daria, nel film come nella vita, furono due giovani idealisti autoemarginatisi dalla massa, in cerca di una pace interiore e di una speranza per il futuro che scorsero improvvisamente l’uno negli occhi dell’altra, mentre nudi sul punto di Zabriskie prima simulavano e poi coronavano l’amplesso che li avrebbe legati per sempre. Un destino che, parimenti all’epilogo della pellicola, assumerà presto però sembianze effimere e tragiche, cantate magistralmente dalle musiche composte appositamente per il lungometraggio.

Your-Time-is-Up-zabriski-point

La potenza e l’originalità di “Zabriskie Point” risiedono proprio nella narrazione della storia non solo cinematografica e culturale di quegli anni memorabili, ma anche e soprattutto di quella musicale, dando spazio e onore ad alcuni dei più grandi artisti rock di sempre, all’epoca solo agli albori delle loro leggende.
Grateful Dead e Jerry Garcia quindi, ma anche Rolling Stones, Kaleidoscope, John Fahey e ancor di più i Pink Floyd, all’apice dei loro esperimenti psichedelici applicati alla musica dopo il seminale album d’esordio “The Piper at the Gates of Dawn“, che proprio sul finale del film trovano la perfetta congiunzione tra il loro inconfondibile sound lisergico e delle immagini entrate di diritto nella storia della celluloide.
È un finale che ti entra dentro, ti contorce le viscere, ti emoziona e ti lascia attonito tutto insieme.
Un’esplosione di poesia musicale e visiva che prima arpeggia malinconicamente il contrasto tra la rabbia feroce di Daria per la morte violenta di Mark e il consumismo sfrenato del capitalismo insensibile a ogni ideale di peace and love, e poi si deflagra in un mix di urla e distorsioni elettriche angoscianti che terminano il film e premoniscono la fine reale e drammatica del rapporto tra i due attori.

Pochi anni dopo infatti, al termine di un’ardente e travagliata convivenza nella “comune” di un discepolo di Timothy Leary a Boston, devota alle droghe e a fasulle nuove porte della mente, Daria lascerà Mark per un altro maledetto di quella New Hollywood, Dennis Hopper, portando l’ormai ex-amante di Zabriskie alla depressione prima e alla morte poi, dopo l’arresto per una rapina a una banca finita male.
Un tentativo disperato di “attaccare tutto ciò che stava uccidendo il mondo“, dichiarò un Mark ormai depresso e abbandonato anche dalla più razionale Daria, mentre nell’indifferenza generale lentamente scompariva, soffocato misteriosamente dal manubrio di un bilanciere nella palestra del carcere, portando con sé i ricordi di un’interpretazione tanto ingenua quanto indimenticabile. Contenente però già i germi mortali della Fine – di Mark e di una generazione – composta in modo stupendamente crudele da Waters&Co. con quella conclusiva “Come In Number 51, Your Time’s Up”, Il Tuo Tempo è Finito.