Il Rosso sistema il boma ed entra in mare facendo scivolare la tavola, il braccio destro sollevato, la mano penzolante, in una posa molto sua. Gli occhiali da sole legati al cordino, i calzoncini azzurri con l’arcobaleno sul sedere. Monta sulla tavola, prende la scotta, alza il boma e tirando fuori la vela dall’acqua comincia a pompare quel poco vento che a noi cittadini pare inutile e che invece lo sta portando verso il mare aperto. Nell’estate del 1982, quando guardavo il mio amico Andrea allontanarsi dalla riva sul windsurf, non lo sapevo, ma stavo osservando l’inizio della storia del surf a Viareggio.

Alla fine degli anni Settanta il windsurf aveva preso in Versilia, nascevano le prime scuole e i ragazzi si spostavano in cerca di vento.

“Si caricavano le tavole sul furgone e s’andava fino al Lago di Garda, dove c’erano i tedeschi che sapevano fa’. La polizia ci fermava di continuo, le tavole erano enormi, uscivano dalla sagoma della macchina. Quasi 4 metri di tavola, il boma, la vela, davano un gran da fare, ma noi si fremeva, dovevamo trova’l vento. Perché qui i monti lo stoppano e quando c’è libeccio il mare sale e con la tavola da vela non sempre si può. In alternativa s’andava sul lago di Massaciuccoli, s’usciva dalla spiaggetta del campeggio accanto al vecchio Teatro Puccini o da Menotti” un’osteria sulla sponda lato monte del lago, oggi chiusa. “Mi ricordo un pomeriggio d’inverno s’uscì sul lago e la notte stessa il lago diacciò. Sarà stato freddo?”

Alberto Nanni parla guardando il mare perché guardare il mare è il suo lavoro, è bagnino al bagno Lido Verde a Lido di Camaiore. Al surf ci è arrivato tardi, nel 1998, dopo il viaggio di nozze alla Hawaii; ha aperto con la moglie il negozio Teddy Palomino a Torre del Lago, specializzato in abbigliamento e attrezzatura da surf e connessi, che da un paio d’anni ha affidato a Leonardo e Lara, “per seguire gli eventi del surf ci vuole tempo da dedicare che ora noi non ci s’ha più”.

Riccardo Lapasin Zorzit, il Lapa, invece la prima tavola da onda l’ha costruita nel 1981.

“Ho tolto il rivestimento a una tavola da windsurf, ho sagomato il poliuretano seguendo la linea della tavola da onda che mi mostrò Alessandro Dini. Poi, parlando con i ragazzi dei cantieri navali, ho imparato che si potevano usare altri materiali più versatili e resistenti, come la vetroresina. Mi sono messo a studiare le tecnologie e surfavo, perché se non surfi le tavole non le puoi fa’” mi racconta seduto sotto il tiglio del suo giardino di Capezzano, dove da un annetto ha trasferito il laboratorio.

“In questo mare l’onda c’è e se sai surfa’ te ne basta una alta un metro per divertirti. All’inizio uscivamo qui davanti” alzando il mento in direzione della costa “poi abbiamo cominciato a viaggiare, esploravamo le spiagge in cerca di secche dopo le libecciate, spostandoci da Livorno a Varazze. Le informazioni non giravano, non c’era la rete; c’erano pochi video sul surf, anzi, se n’aveva uno solo e ci s’attaccava a quello per imparare. Lo guardavamo fino a consumarlo, studiavamo i movimenti, avevamo voglia di sapere. E poi c’era Un  mercoledì da leoni, ci sentivamo tutti un po’ così”.

Sorrido: è vero, ricordo bene quando uscì quel film in Italia. Avevamo attribuito un ruolo ad ognuno dei nostri amici, Matt, Jack e Leroy, e ci sentivamo in California.

“D’inverno uscivo in mare con la muta da sub, che era ingombrante e non teneva nulla” continua Riccardo, ad ogni immagine affiorata se ne aggrappa un’altra “non c’era attrezzatura e dovevamo inventarcela: piedi e mani li coprivo con la lana, ma da bagnata pesava e scappava, così sui guanti di lana mettevo quelli gialli da cucina e legavo le calze alle caviglie con la corda. Con la corda legavo anche la tavola, non avevamo i laccetti. Non puoi capi’ la corda bagnata che segava le caviglie” guardandomi sorride “ma s’andava, l’importante era trovare l’onda, e sérfalla”. E ride mentre mi racconta d’aver vinto il premio Winter rider nel 1981, “ho ancora la targa in casa, che poi era un premio che c’eravamo inventati noi che uscivamo in qualunque stagione. S’usciva anche di notte, al pontile del Forte, ché c’erano i lampioni e ci si vedeva qualcosa”.

Di vittorie Riccardo ne ha collezionate parecchie; due titoli italiani e un prestigioso 21° posto su 56 partecipanti guadagnato ai mondiali di Huntington Beach, su una tavola autoprodotta. Roba da eccellenza. Ha fatto della sua passione un mestiere, ha aperto un laboratorio a Pietrasanta, il Costa ovest; ora ha ridotto la quantità della produzione a vantaggio della qualità della vita e costruisce su ordinazione tavole per tutte le variazioni sul tema: surf, windsurf, kitesurf, skimboard e paddleboard, praticandoli tutti.

Alessandro Dini sta per presentare il suo libro, Sale Grosso (The shaper); lo incontro sulla terrazza del bagno Wanda a Marina di Pietrasanta.

“Il windsurf e Un mercoledì da leoni hanno spinto i curiosi a ricercare un modo diverso di confrontarsi con il mare. All’inizio ero scettico, ma dove volete anda’ con quelle tavolette? Non pensavo che avesse un futuro il surf sul nostro mare. Appena sentivano salire il mare, i pionieri uscivano in Piazza Mazzini o sul molo di Viareggio, o partivano alla ricerca dei posti migliori. Sperimentavano, i ragazzi, cercando di capire le tecniche. Quando poi il surf mi ha conquistato, mi sono messo in viaggio anch’io per trovare l’onda. Da Viareggio verso il Forte, o Massa, fino in Liguria. Poteva capitare di fare 150 km e non trovarla, oppure di scendere fino in Lazio per scoprire una nuova secca o un buon reef. Noi non volevamo sapere con certezza dove come e quando trovare l’onda; l’onda noi la sognavamo, la cercavamo, l’aspettavamo e poi la ricordavamo”.

“La mia prima onda l’ho presa a sinistra del molo a Viareggio, sento ancora l’emozione” Massimo Bigini, il Bigio, bagnino del Bagno Fortunato a Torre del Lago, si mette spalle al mare per farmi visualizzare meglio e descrive con i movimenti del braccio “a destra hai la massicciata del molo che stoppa la corrente e crea il fondale giusto, davanti le luci di Viareggio che danno la scenografia perfetta. Il surf era gioco e occasione per stare insieme, si usciva in mare e si viveva la spiaggia anche la sera, quando i ragazzi organizzavano le feste di Croda, ci sarai stata anche tu” e se scavo nella memoria riesco a ricordare la baracca di legno sulla spiaggia in Darsena, i ragazzi intorno alla griglia accesa e la vasca da bagno con il ghiaccio per tenere in fresco le angurie. “Il surf per me è il mare e la tranquillità, è imparare anche da un bimbetto che t’insegna una cosa nuova, è cercare non lo scontro ma l’incontro, la sinergia e non la competizione”.

La storia del surf in Italia abita anche qui, nelle spiagge e nelle persone tra Viareggio e Forte dei Marmi.