Partire è sempre un’avventura, qualunque sia il motivo che ci porta a farlo. Il metodo più affascinante di viaggiare è sicuramente l’aereo, perché ci fa pensare subito a posti lontani ed esotici che pochi hanno il privilegio di vedere. Ci crediamo spesso dei fortunati per aver la possibilità di prendere un mezzo di trasporto per pochi eletti, quasi come comprarsi una Ferrari! Le emozioni che accompagnano la gente in aeroporto e sul velivolo sono diverse a seconda dei motivi per cui si vola.

Viaggio per vacanza

Chi viaggia per vacanza non è praticamente mai solo, sia esso un viaggio di coppia sia con un gruppo di amici. La voglia di scoprire posti nuovi e di vivere emozioni fuori dal comune portano il nostro esemplare a comportarsi come un bambino. In aeroporto osserva Spizzico con un occhio diverso e scopre che fa anche le patatine, è gioioso e con il sorriso pronto. Ogni tanto, come un bambino, esagera, parlando ad alta voce e in orari in cui sarebbe meglio stare zitti, o facendo battute stupide sentite dal compagnetto di scuola anni e anni fa. L’apice lo tocca quando si accorge, al quarto tentativo di spiegazione, che il bagaglio è troppo grande/pesante e inizia a discutere con gli assistenti di terra, forte del supporto del branco. Passato questo scoglio, il viaggio è più tranquillo perché i ragazzi devono recuperare le forze per l’applauso all’atterraggio e per la serata a Riga che si preannuncia piena di avventure, inventate, da raccontare.
Se, per qualche sfortuna particolare, capitate in aereo con un gruppo di vecchietti che fanno il loro viaggio annuale, allora tutto potrebbe peggiorare: si alzeranno a parlare tra loro, faranno battute che sono il loro cavallo di battaglia da quando Paolo Rossi incantava la Spagna e racconteranno la loro vita passata e la loro futura settimana di vacanza alle hostess in fondo alla cabina, ovviamente mentre tu ti sei piazzato in quella zona per evitare tutti i rumori e riposare dopo una notte insonne in aeroporto.
Tornando ai “giovani”, arriviamo al ritorno in cui, come tutti i bambini a fine giornata, saranno stanchi e nervosi. Il loro umore è pessimo per varie ragioni: il giorno dopo dovranno tornare ad ascoltare il loro capo rompiscatole; la caccia al souvenir è finita con l’acquisto di un normale magnete con scritto Riga perché non ne hanno trovato uno a forma di Babbo Natale (Lapponia, non Lettonia!); infine, se è un viaggio di coppia, hanno litigato perché lui ha sbirciato due secondi una sola delle diecimila bionde incontrate nel weekend, fallendo nel suo difficilissimo compito di guardare sempre da un’altra parte.

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Viaggio per lavoro

Questa è la categoria peggiore! Se a Malpensa ti capitano i pendolari che vanno a Fiumicino, già alle sei del mattino saranno sveglissimi, pronti a parlare di lavoro con il collega, con un tono che supera di molti decibel quello che si considera accettabile prima del sorgere del sole. L’arroganza che scatta ai controlli di sicurezza è tale che ti verrebbe voglia di inchiodarli al metal detector e dare la possibilità a ogni passeggero di tirar loro uno sberlone: purtroppo riescono sempre a farla franca adattandosi alle regole imposte, nonostante parlino con i propri colleghi come se fossero riusciti a far imbarcare un AK-47.
Sono normalmente in gruppi di tre: mentre due urlano sul bus verso l’aereo, l’altro sta telefonando al collega di Tokyo per fargli vendere mille azioni easyJet, perché il ritardo di 15 minuti del suo aereo farà scendere le quotazioni (oltre ad averlo innervosito oltre ogni limite). In aereo smettono di telefonare solo nel momento in cui l’aereo si sta staccando da terra, perché tanto le regole valgono solo per i turisti inesperti.
L’umore del lavoratore è sempre nero in aereo, come l’indole di chiunque altro stia andando al lavoro, piedi, bici o macchina che sia! La cosa peggiore è che si intravede anche quella punta di superiorità nei confronti degli altri inesperti compagni di volo. Loro lo fanno sempre, non è pensabile che quel ragazzino lì non sappia che il bagaglio a mano deve entrare in quei cosi di metallo. Poi fa niente se il lavoratore non toglie la cintura e si arrabbia mentre lo perquisiscono, lui è un habitué e dovrebbe poter passare come gli pare.

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Viaggio per trasferimento

L’idea iniziale era di parlare solo di questa tipologia di viaggiatore, ma poi il fastidio avuto negli ultimi mesi di volo ha avuto la meglio e ha alimentato l’articolo. Tra gli sprovveduti turisti e gli arroganti lavoratori, ci sono alcuni esemplari non meglio definiti, vale a dire quelli che si stanno trasferendo in un posto per settimane, mesi o per sempre. Lo fanno fondamentalmente per due ragioni: l’amore o il lavoro. Nel primo caso il sentimento di vuoto è attenuato dal fatto che, finalmente, si starà con la persona amata. Quando ci si trasferisce per lavoro, invece, quel vuoto è enorme e prende tutto lo stomaco, facendo passare la fame anche al più insaziabile degli appetiti. Si lasciano indietro le sicurezze acquisite in passato, ci si separa per un certo periodo dalla famiglia e dagli amici e si viene catapultati in una città, stato o cultura nuova. Il viaggio è triste per tutte queste ragioni e viene quasi voglia di non consegnare quel bagaglio con dentro, in soli venti chili, tutta la tua vita. Forse sarebbe meglio aspettare un po’, potrebbe esserci un’altra occasione, ma alla fine sai che non è vero e che è il momento giusto per provarci. Al decollo si saluta la propria patria, si versano un sacco di lacrime silenziose (ma anche no, varia da persona a persona) e si pensa a quando sarà la prossima volta che rimangerai una carbonara fatta bene o a quanto sarà cresciuta la figlia dei tuoi amici quando la rivedrai. All’atterraggio si aspetta ad alzarsi, lasciando scannare turisti e lavoratori, perché si deve ancora capire se si ha veramente voglia di scendere da quell’aereo: magari rimanendo su si può tornare indietro a un buon prezzo e tornare a fare la solita vita senza sbocchi di cui ci si è lamentati fino alla settimana prima. Il top arriva quando si esce dall’aeroporto e si sbuca al caldo o al freddo del posto dove si passerà un pezzo della propria vita: il sospiro di incoraggiamento ricaccerà indietro le lacrime e costringerà l’emigrato a darsi da fare per non farsi risucchiare dall’apatia post-trasferimento.

Negli ultimi tre mesi abbiamo preso molti voli e siamo stati fortunati ad avere espresso tutte e tre le categorie sopra descritte. Siamo stati in vacanza, vivendo l’eccitazione dell’andata e la depressione del ritorno; abbiamo preso voli per lavoro, invidiando i turisti che erano sui nostri voli; abbiamo, infine, preso un volo di sola andata per un nuovo continente che ci ha fatto sentire la mancanza delle sicurezze acquisite in passato. Abbiamo imparato che, parafrasando Aldo, non importa che tu sia turista, lavoratore o espatriato, se vuoi vivere davvero devi volare e scoprire il mondo.