Sicurezza” e “Israele” sono due parole che, nella stessa frase, fanno sempre uno strano effetto. Fin dall’antichità la Palestina è stata contesa e conquistata da tutte le civiltà e religioni che avevano interessi nell’area. Dal 1948, poi, è diventata il centro delle relazioni internazionali: guerre, occupazioni, missili, attentati e minacce atomiche, giusto per citare alcuni dei pericoli passati o annunciati. Parlando del presente, ecco la situazione: guerra a Gaza l’estate scorsa; disordini in Egitto sul confine meridionale; eterno conflitto con Hezbollah sul confine libanese; guerra civile siriana e vicinanza al tanto temuto ISIS dietro le alture del Golan. Meno male che almeno a est c’è la Giordania che è (ancora) un posto tranquillo!

Quando ho iniziato a parlare con i miei amici dell’intenzione di trasferirmi per un po’ a Tel Aviv, le domande più ricorrenti sono state:

“Sei matto?”

“Non hai paura?”

“Ma è sicura?”

Premettendo che la risposta alla prima è un “sì” scontato, vorrei soffermarmi sulle altre due. La paura c’è, ma nei giusti limiti. Prendere un bus a Tel Aviv può essere pericoloso come salire sulla metropolitana a Milano. Se ci si dovesse far fermare dalla paura tanto varrebbe non uscire di casa o trasferirsi in qualche baita in cima alle Alpi. Stesso discorso per la sicurezza: Tel Aviv è considerata meno sicura di Parigi, Bruxelles o Copenaghen (giusto per citare tre città non a caso), ma la cronaca recente ha dimostrato che tutto può succedere ovunque.

Bisogna ammettere che Israele è, giustamente, molto paranoico sulla sicurezza. Fin dall’ingresso nel paese all’aeroporto Ben Gurion dovrete affrontare alcune domande inquisitorie da parte dei funzionari dell’immigrazione. Mentre avere un passaporto israeliano o essere di religione ebraica permette di entrare velocemente, gli altri devono aspettare in coda che vengano fatte le stesse domande di rito a tutti gli immigranti. Portate una fotocopia del volo di ritorno e della prenotazione dell’alloggio e, se avete timbri di stati arabi o africani sul passaporto, preparatevi a spiegare il motivo di tali visite.

Una volta entrati nel paese dovrete abituarvi in fretta ad alcune cose decisamente fuori moda da noi. Per addentrarsi in ogni luogo sensibile dovrete fare ispezionare le vostre borse dalla sicurezza, la quale vi chiederà anche se avete della armi con voi: io gli ho riso in faccia e mi hanno fatto entrare, probabilmente sono stato abbastanza sincero! Non stupitevi se vedete un militare che, fuori dalla stazione, sale su una Panda guidata dalla madre portandosi con sé un mitra che avete visto solo nei film di “Arma letale”. E’ una cosa abbastanza normale. Qualche anno fa ci fu uno scandalo su Facebook perché iniziò a circolare un’immagine di una soldatessa in bikini con il fucile a tracolla. Per quanto possa sembrare improprio in Italia, qui in Israele può succedere: i soldati hanno l’obbligo di portare sempre con loro le armi quando sono fuori dalle zone militari e, per qualche motivo, la soldatessa in questione non avrà potuto lasciare l’arma nel magazzino. Io ho visto due ragazzi che facevano shopping da Zara e uno dei due era armato. Mi chiedo chi l’avrebbe fermato se l’antitaccheggio avesse suonato all’uscita!

soldato-israele-bikini-spiaggia

Se volete andare nei territori palestinesi preparatevi ai controlli dei documenti nel momento in cui cercherete di rientrare. I cittadini residenti in Palestina scendono direttamente dai bus di linea per fare dei controlli più accurati. I check-point sono gli unici posti da cui si può entrare e uscire in Cisgiordania o nella Striscia di Gaza, perché le autorità hanno costruito un muro per limitare l’infiltrazione degli arabi nel paese. Nonostante l’illiceità sancita dalla Corte Internazionale di Giustizia, il muro è ancora usato e ben controllato dall’esercito israeliano: io ci ho scritto sopra il logo di QueiDue, un po’ di pubblicità non fa mai male!

QueiDue-muro-palestina
La settimana dopo essermi trasferito c’è stato un attentato su un bus a Tel Aviv: un palestinese ha iniziato a colpire passeggeri e passanti con un coltello da cucina. La cosa più incredibile è stata la calma con cui ne hanno parlato i miei colleghi israeliani, evidentemente abituati a certe notizie. Sembrava un fatto talmente “normale” che pareva stessero parlando della partita di calcio della sera precedente. Stessa cosa quando ci hanno dato notizia di scontri sul confine con Libano e Siria la settimana dopo e ci hanno avvisato che, in caso di guerra, hanno delle procedure di sicurezza da seguire. Decisamente normale per chi ha passato larga parte della propria vita sentendo allarmi e scappando nei bunker per il possibile arrivo di missili. Qua si combatte la paura con la sicurezza e si aumenta la sicurezza combattendo la paura. Aspettando la politica.