(… Segue dalla puntata precedente)

Quattro regioni e 943 km dopo siamo da tutt’altra parte. Il giro che ci attende è il tour classico del Monviso: 4 giorni di trekking a quote superiori ai 2000 m attraverso le valli cuneesi Po e Varaita e la valle Guil in territorio francese. Non proprio una passeggiata…

Edo e io amiamo lo sport e la natura, abbiamo fatto un safari in Africa, abbiamo camminato coi ramponi per 5 ore sul ghiacciaio Perito Moreno in Argentina e girovagato per le montagne del New Hampshire col terrore di incontrare gli orsi… ma questo per noi è il primo vero trekking in alta montagna. Per la foga di guardare sempre troppo lontano, rischiavamo di perderci la meraviglia delle meraviglie a pochi passi da casa.

Per il Giro di Viso ci siamo affidati all’organizzazione Monviso Piemonte. All’arrivo a Ponte Chianale il gruppo è nutrito: 13 persone e due guide naturalistiche… ho voglia di scappare, sembrano tutti stra-esperti (il mio allenamento è praticamente nullo e ho comprato lo zaino e tutta l’attrezzatura solo il giorno prima)!

Il primo tratto è il più impegnativo: 7 ore di cammino attraverso i passi san Chiaffredo e Gallarino, 1.150 m di dislivello in salita, 150 in discesa, per raggiungere il rifugio Quintino Sella, dal nome della guida che il 12 agosto 1863 raggiunse la cima del Monviso con la prima cordata interamente italiana (i primi a sfidare e vincere il Re di Petra erano stati però i due alpinisti inglesi William Mathews e William Jacomb, accompagnati dalle guide Jean Baptiste e Michel Croz di Chamonix il 30 agosto 1861).

Il sole dura poca, giusto il tempo di accamparci per il pranzo, 4, forse 5 ore dalla partenza. Riprendiamo la marcia sotto la pioggia, che non ci abbandonerà più fino alla fine del tour. La pioggia rende tutto più difficile, ma sapete una cosa? Va bene così, siamo in alta montagna, e l’esperienza va vissuta fino in fondo, senza sconti.
Dopo 7, 8 ore di cammino, la baita che appare in lontananza è un miraggio. Il Quintino Sella è uno dei rifugi più grandi e meglio attrezzati, anche se qui come altrove i rifornimenti arrivano solo ogni tanto con gli elicotteri, quindi nulla va sprecato, compresa l’acqua. E’ la prima lezione dell’alta montagna.

Scarponi, giacche e cappe, madide di pioggia, vanno lasciate nel primo stanzino all’ingresso. Per fortuna questo è ben riscaldato, forse entro domani mattina asciugheranno. Altra lezione importante: si viaggia leggeri, con poco cambio, è fondamentale avere indumenti tecnici, che possano asciugare in fretta in caso di pioggia. La cena è pronta verso le 7, il menù offre poche alternative, ma il pasto è ricco e abbondante. Come in caserma, si dorme in camerata, dopo le 10 il rifugio rimane al buio, chi ama leggere fino a notte fonda dovrà accontentarsi della lampada frontale (se ce l’ha!).

Il giorno dopo la sveglia suona verso le 6,30, con buona pace di tutti. Ecco, tutti tranne il nostro amico Carlo, che sogna di scalare il Monviso in solitaria, ma proprio non riesce ad accettare le abitudini dei montanari (per me ha vinto, è lui il personaggio della vacanza!). Ci aspettano solo (si fa per dire) 4-5 ore di cammino fino al rifugio Giacoletti, per il Colle del Viso (500 m di dislivello in salita, 400 in discesa). Ovviamente piove. Superato il primo giorno, so che ce la posso fare. Non ho nessun dolore, il mio corpo regge, lo zaino è ben calibrato sul mio peso. D’altronde sono cresciuta come un soldato, ho cuore e cervello.

Rifugio Giacoletti

Il rifugio Giacoletti è più piccolo e più famigliare del Quintino Sella. In un attimo entriamo in confidenza con gli altri avventori – alcuni di loro sono scalatori esperti, e aspettano solo che smetta di piovere per poter salire in quota. L’emozione della vetta accomuna tanti, qui, e sentire i loro racconti è affascinante. Carlo li ascolta rapito: è ancora convinto di poter staccare il gruppo e scalare (a mani nude) il Monviso. Piove ancora, ma al rifugio non c’è abbastanza acqua. Niente acqua, niente doccia. Poco male.

Il terzo giorno anticipiamo la sveglia, sperando che la pioggia non ci sorprenda sul Passo del Postino, il tratto più impegnativo di tutto il percorso. Siamo fortunati, ma non abbastanza. Al rifugio Viso, dal lato francese, mancano ancora almeno due ore abbondanti, e la pioggia ci sorprende. Ancora, di nuovo. In fila indiana marciamo spediti verso il Buco di Viso, il primo traforo alpino datato 1480, fortemente voluto da Ludovico II, marchese di Saluzzo, per promuovere e facilitare i traffici con la Francia. Fa effetto pensare a quanti uomini, soldati e muli carichi di merci siano passati, da allora, da questo fronte.

Buco di Viso

Attraversata la galleria, ci attendono i vasti spazi e le praterie del Queyras. La salita è finita. Inizia la discesa.
Il rifugio Viso è pulito, ordinato, molto francese. L’acqua c’è, ma è troppo fredda, per me. Anche stasera niente doccia. E’ l’ultima notte, domani dormiremo tranquilli nelle nostre camerette, nei nostri letti puliti, torneremo alle nostre solitudini. Il sogno di Carlo s’infrange qui, contro le parole taglienti di una scalatrice esperta e saccente. Sono le 5 del pomeriggio, fuori piove a dirotto. Grazie lo stesso, Carlo, per averci reso partecipi della tua avventura immaginaria, per averci fatto sorridere.

L’ultimo giorno è arrivato. Siamo sporchi, infreddoliti, indossiamo abiti ancora umidi, ma è l’ultimo sforzo, sono le ultime 4-5 ore. Dal Rifugio Viso a Ponte Chianale, attraverso il Passo Vallanta, sembra tutto una lunga discesa. L’ambiente aspro di montagna cede piano piano il passo a vallate più verdi e famigliari, con le mucche e le malghe. E’ quasi un sollievo vedere un po’ di civiltà.
Al traguardo arriviamo tutti insieme, i nostri acciacchi e qualche difficoltà non ci hanno fermati. Siamo stanchi, ma più felici e più forti di quando siamo partiti. Sono orgogliosa di me stessa. Come in ogni sfida, in ogni finale, dopo una lunga maratona, è la testa che comanda.

Lago alpino

Salutarsi è strano. Mi mancherà questo cameratismo, questo stare vicini, sempre insieme, questo condividere tavoli, piatti, coperte, spazi infiniti e emozioni. Ognuno di noi proseguirà verso la prossima tappa del proprio viaggio, verso un nuovo orizzonte. Il nostro è una Alfa Romeo rossa e un colle che questa volta ci porta dritto al mare.