[ATTENZIONE, SPOILER VARI]

È da poco finita la seconda stagione della serie tv americana “True Detective” prodotta dal colosso HBO e in onda in Italia su Sky Atlantic, una delle più attese del 2015 con un cast di prim’ordine con Colin Farrell, Rachel McAdams e Vince Vaughn come co-protagonisti.
Considerata la rivoluzionaria prima stagione (sempre 8 puntate) che aveva proiettato il mondo seriale in un’altra dimensione ci si aspettava tanto, forse troppo, dal seguito sceneggiato e ideato sempre dalla brillante e complessa mente dello scrittore Nic Pizzolatto.

Probabilmente il primo peccato originale della seconda stagione è stato proprio quello di arrivare a pochi mesi dalla sorella maggiore, da cui ha sofferto sin dall’opening un complesso d’inferiorità a tratti esplicito: troppo più intelligente, sexy, fluida, innovativa, in una parola “originale” per poter reggere il confronto diretto.
Si dovevano cercare altre strade, lontane, poco calpestate, ma per proporre al famelico e ormai innamorato pubblico un “TD2” al più presto sono state fatte scelte molto meno sorprendenti, con dialoghi, scrittura, ritmo, scenografie, trame e personaggi tutti fagocitati dal troppo poco tempo a disposizione per riuscire a sviluppare una seconda versione all’altezza della già leggendaria sorella.

Perdere di originalità ancor prima di iniziare? Si può fare, se dalle atmosfere cupe, povere, strazianti e desolate delle paludi della Louisiana dove nessuno prima aveva mai immaginato una produzione di primo livello ci si trasferisce nella città -un paese vicino, ad esser precisi- più abusata ed utilizzata dal mondo cinematografico e televisivo per thriller e polizieschi.
Ma le vette dark di “L.A. Confidential” o anche solo della “Dalia Nera” – entrambe firmate Ellroy ma gli esempi sono infiniti senza scomodare gran capo Chandler – sono ben lontane, con l’ulteriore aggravante di non riuscire a spostarsi dal più classico dei cliché “Luci e ombre” che Los Angeles offre da quasi un secolo a chiunque s’immerga nel binomio potere&corruzione, Hollywood&ipocrisia, successo&perdizione.
O meglio, il tentativo c’era, ovvero ambientare il tutto in un universo parallelo e volutamente malsano e modernamente gotico come Vinci, pieno di perdenti, poveracci e spietati, ma la sensazione di aver già vissuto in altre salse scene simili è stata troppo frequente nelle varie sequenze, non da ultima il raccordo autostradale losangeleno mostrato da trait d’union delle varie vite (che trovata!..), per non farci caso.
Se la prima stagione aveva “vinto” anche per l’originalità di scenografie e paesaggi, la seconda rincorre già in partenza: come direbbero in US “A thriller series in L.A.? REALLY?!

Perplessità anche per la colonna sonora, a partire dalla sigla. Utilizzare il vocione caldo e oscuro di Leonard Cohen poteva essere una scelta vincente, ma sfiga ha voluto che di tutte le canzoni dell’ennesimo stupendo ed ultimo album (“Popular Problems“, 2014) siano andati a prendere – probabilmente per mutua pubblicità – uno dei rari scivoloni del menestrello canadese, “Nevermind“. Il risultato è un sound più urbano e meno epico rispetto al riuscito tema della prima, un beat techno-cantautoriale rivedibile se associato alle immagini della sigla. Meno evocativo, meno coinvolgente nonostante il tema grafico fosse lo stesso: un effetto straniante e troppo contrastante che costringe a un minuto e mezzo di ricerca di un senso prima dell’inizio della (già difficile) puntata. Il finale del primo episodio regala invece una delle rare perle: Nick Cave e “All The Gold in California” che, nonostante tutto, fa ingenuamente ben sperare per il prosieguo della stagione.

In generale le trovate musicali sembrano, e badate bene al termine che da ora useremo spesso, “posticce”: quasi sempre malinconiche e dark per alimentare ad hoc l’atmosfera tenebrosa, quasi mai armoniosamente amalgamate ai momenti clou che coinvolgono umori e situazioni dei protagonisti e della serie. Si cura di più la creazione di un’atmosfera tramite somma scolastica degli elementi diegetici che l’effettiva riuscita di questa somma in un risultato più completo e coerente.
Se ad esempio la triste (son tutti molto tristi, in questa stagione) cantante del bar (Lera Lynn, reale cantautrice americana) dove si ritrovano Vaughn e Farrell all’inizio regala un inatteso tocco di delicatezza poi, riproposta per TUTTA la serie, diventa ripetitiva, pesante, costretta ad andarsene solo a locale ormai svuotato nell’ultima puntata (siamo all’Omega ed è tutto finito, anche per lei). Se volete, qui la potete ascoltare nella canzone più triste del secolo, a partire dal titolo, “La meno preferita delle mie (possibili) vite”…

Dove però s’è notata di più la frenesia della fase produttiva nel costruire un prodotto paragonabile al precedente è stata nell’imbarazzante asincronia e distorsione del ritmo dell’azione e del dramma con l’andamento della trama, e i dialoghi a corredo per, teoricamente, sostenere tutta l’impalcatura.

La cosa più sorprendente in negativo è stata la correlazione della trama con i destini dei protagonisti: nonostante l’intreccio risulti sempre più complicato, e con inserimenti schizofrenici ad casum di nuovi personaggi che poi scompaiono per qualche puntata, salvo poi apparire quando tutti ce ne siamo dimenticati, dei protagonisti possiamo prevedere quasi da subito la sorte finale, considerato che la metà di loro non mostra mai speranza concreta per un Destino personale diverso dalla Morte.

Morte che rischia di prendere però anche il bravo spettatore che vorrebbe capire tutto o almeno provarci (invano), ma i momenti cardine, sia a livello d’azione sia di dialoghi, non lasciano il tempo minimo di rielaborazione della miriade di informazioni ricevute, tanto da lasciare nello sconforto e a soluzioni “alternative” per venire finalmente a conoscenza dell’intricata rete di legami politico-mafiosi in cui è invischiata mezza Vinci e pure qualcuno “da più a nord”…

lenny true detective 2

Purtroppo da questa critica ne escono male anche e soprattutto Farrell e Vaughn, costretti ad andare sopra le righe (recitative e del proprio talento) praticamente in metà delle riprese che li riguardano, con primissimi piani “crudeli” su espressioni facciali troppo similmente depresse, rabbiose e sofferenti per poter sembrare credibili (entrambi non sembrano conoscere altre sfere emotive).

Se la fortuna della caratterizzazione e dello spessore di un personaggio risiede anche nella fusione delle qualità dell’attore nel renderlo funzionale e aderente alla storia con le sfumature quotidiane che il regista vorrebbe comunicare al pubblico per renderlo “completo”, il processo contrario, ovvero l’assenza di empatia per le sorti dei protagonisti, è la mal riuscita di questi elementi, in “TD2” ahinoi troppo unilaterali.

E il risultato, oltre che la prevedibilità, è che nessuno proverà reale tristezza per la morte di due dei protagonisti, e men che meno ce ne fregherà di sapere chi aveva ucciso Ben Caspere, ovvero “solo” l’omicidio attorno a cui ruota tutta la serie.

Farrell è già un uomo finito e “morto” alla seconda puntata (colpito dall’uomo-uccello; non sa “se vuole vivere ancora”…) e non ci sono già più dubbi – oltre che sulla liason futura con la McAdams – su come finirà la stagione, almeno per lui; Vaughn -che proprio non riesce a capire il significato di “favore reso”- si tormenta nel più classico dei fallimentari gangster alla Scarfacemi hanno fottuto, mi vendicherò o morirò provandoci!” contornato per di più da una moglie assolutamente incapace di altre mimiche che non siano gli occhietti da cane bastonato che tenta di capire e amare il proprio uomo-padrone senza quasi mai badare ai propri turbamenti (tanti anche per lei), toccando il fondo recitativo e di sfinimento dello spettatore in Questo dialogo adolescenziale.

Ah, i dialoghi… la ricerca dell’introspezione, la nevrosi mentale, il problema psicologico irrisolvibile e destinato a portare alla morte ricalcano tremendamente la prima stagione, ma senza più limiti: tutti hanno problemi sessuali latenti o perversi (Velcoro non fa sesso da secoli e fa battute “strambe”, Bezzerides e l’ex di Velcoro stuprate, a Frank non gli si rizza e sua moglie ha abortito, i “cattivi” impegnati in mega orge, Woodrugh reduce di guerra gay represso con complesso di Edipo, sorella della Bezzerides sui siti porno…) che vorrebbero mostrare il lato oscuro che ognuno ha dentro, ma così si esagera disinteressandosi di tutto il resto, peraltro convinti che la stessa formula possa funzionare con successo su attori e sceneggiature differenti.

rene ferretti td2

Non è decisamente così e la sensazione di “posticcio” e artificioso emerge senza pietà, mentre l’analisi “profonda” odora di forzatura e di già visto in “TD1”: i due partner di polizia che indagano sui rispettivi patemi vitali in macchina o ubriachi in un bar; Velcoro (come Rust) che ha perso qualsiasi speranza nel mondo a causa dell’ex (bellissima) moglie e del figlio (Chad Velcoro – peraltro fastidioso come pochi altri attori – e la nemesi del test-DNA).

E se Pizzolatto era riuscito con McCounaghey, le sue teorie e le sue visioni a creare un personaggio memorabile, in “TD2” fa apparire quasi psicopatici, per non dire patetici, i protagonisti, con battute che vorrebbero raggiungere le vette anche letterarie della prima stagione (peraltro pronta per denuncia di plagio da Tom Lincotti) ma che in realtà risultano solo sconfusionate e, ancora una volta, fittizie nella costruzione della psiche dei personaggi.

Cose tipo “Palle blu nel tuo cuore” (Bezzerides);
E tu sei migliore di me. Se fossi stato più forte… sarei stato molto più come te” (Velcoro al figlio);
È stato come succhiare il cazzo di un robot” (Velcoro sulle e-cig);
Io voglio che sia difficile mettergli le manette” (Bezzerides);
o codesta tortura che aprirebbe l’ottavo episodio…

Purtroppo quella che era stata una delle grandi forze di “TD1”, scrittura visionaria unita a regia super (breve riassunto della faida post-TD1: dopo l’enorme successo l’egocentrico Pizzolatto silura il regista, che di rimando non lo ringrazia alla premiazione degli Emmy; l’autore ingaggia quindi in “TD2” un attore identico a Fukunaga per il ruolo del regista ubriacone smemorato..), in “TD2” perde parecchio, affidandosi a espedienti e trovate per i colpi di scena e i turning-points che lasciano a bocca aperta, ma non per eccesso di stupore.
Senza scomodare le apparizioni della sorella della Bezzerides (i personaggi secondari sono usati come nei giochi della Lucas Arts: lasciano l’indizio che sai ti servirà e quando torna utile te lo vai a riprendere) o del mitico Rick Springfield (nella serie lo psichiatra imbottito di botox), basta prendere ad esempio l’ultimo episodio, che per tirare le somme di tutto in modo narrativamente fluido avrebbe avuto bisogno di tre ore, non di 90 minuti scarsi…

Illuminazione divina di Velcoro sull’omicida di Caspere, uno dei due fratelli orfani dalla rapina del ’92: si ricorda del volto del ragazzo da una foto dopo averlo visto – così come il pubblico – solo una singola volta in tutta la serie, e cinque episodi prima!

Morte Frank: catturato dopo essere scappato con un suv “poco riconoscibile”, viene graziato dai messicani nel deserto. Uno però osa chiedergli il vestito: Frank, 1 contro 100, indignato gli tira un pugno. Segue accoltellamento, vestito comunque rovinato, morte triste e solitaria con avvoltoi a leccarne il sangue mentre la moglie gli appare con la solita faccia da sberle. Ah, e i famigerati diamanti nella giacca che avrebbe voluto salvare con quel pugno, comunque persi in quanto inutili nell’aldilà…

Morte Velcoro: è tutto pronto per la salvezza sulla nave ma lui no, deve andare a fare il saluto militare al figliolo che anche se lo vede non dà grandi segni di entusiasmo. Torna alla macchina, trova il trasponder perché riflesso in una pozzanghera, ma non lo toglie (!!!) e scappa… in una strada tra i boschi, dove poter finalmente concretizzare il sogno dell’episodio 3 con il padre, gli alberi giganti e lui che muore (…). Ammazza quasi tutti comunque, è dietro a un albero imperforabile ma si getta sulle pistole nemiche perché deve morire, lo dice il sogno. Nel frattempo il suo toccante messaggio vocale non è arrivato a Chad: colpa di At&T o Gmail?

velcoro

È la McAdams infine che risulta uscire vincente da questa “lotta” di onestà verso il proprio personaggio, portando a casa la pellaccia (morale spiccia: è l’unica a non aver colpe per il suo lato cupo…) e per di più con un bebè tra le braccia in Venezuela, simbolo della rinascita e di una nuova vita lontana dagli incubi di Vinci e del passato (…), nonostante il fardello della milf di Frank. Certo, per ragioni di copione anche lei viene messa alla prova dalle solite espressioni lacrimevoli di tutti gli altri, interpretate però con maggior intensità o bravura (top scena e top episodio il sesto, quella dell’orgia e della fuga dalla casa del russo Osip)… salvo quando si strugge di dolore per non più di 20 secondi alla notizia della morte di Woodrugh (altra vittima delle espressioni tristi), teoricamente co-protagonista fino a quel momento insieme agli altri tre: sniff, sniff, due lacrime in croce, oh my god… aaaaand CUT prossima scena!

Gravidanza di cui del resto nessuno s’era ovviamente accorto prima e che, con la contestuale notizia del test-DNA su Chad, regala un ultimo grande messaggio sessuale-subliminale: alla fine della fiera il pene di Velcoro funzionava alla grandissima.