Londra: vacanze di Natale 2012. Un amico viene a trovarmi dall’Italia. Amante della musica e fan sfegatato di vari ed eventuali gruppi a me sconosciuti, sapevo già prima del suo arrivo che lo scopo del suo viaggio non sarebbe stato solo shopping e fish and chips. 

E così in una tipica giornata londinese di pioggia e di nebbia, passeggiando su Oxford Street alle sette della sera, ad un certo punto lui si è fermato e mi ha guardato come impietrito. Eravamo davanti ad un piccolo ingresso, dall’insegna rossa che diceva “The 100 club”. “E’qui” mi ha detto. “E’ qui cosa?””Come cosa? E’ qui, è qui che è nata la musica”. Confesso di aver pensato per un secondo che fosse impazzito, ma solo dopo pochi minuti ho capito cosa intendeva. Mi ha spiegato che eravamo davanti a “quel The 100 club”.

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“Quel” club, per la cronaca, è uno dei club più antichi della Gran Bretagna, un seminterrato al numero 100 di Oxford Street, dove, come a sfogliare le pagine di un libro, si sono succedute le epoche più importanti della storia della musica.

Trascinandomi letteralmente per la manica della giacca, giù per le strette scale, in pochi secondi davanti ai nostri occhi si è aperto un varco nella storia.

Soffitti bassi in uno spazio senza finestre, le luci soffuse e le pareti zeppe di foto a raccontare i concerti di un passato, iniziato in una sera di ottobre del lontano 1942. Quella sera, in quello che allora era il ristorante “Da Mack”, fu ospitata la prima serata di musica live del locale, grazie all’iniziativa del padre di un famoso jazzista, Victor Feldman, che lo affittò.

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Nonostante le bombe nei cieli di Londra, negli anni della seconda guerra mondiale, qui cominciarono a riunirsi gli amanti del jazz, che nel seminterrato di Oxford Street, per qualche ora dimenticavano la guerra a ritmo di swing.  Tra i primi famosi avventori, Glen Miller e la sua band, e poi Mc Kinley e Peanuts Hucko. La popolarità del club che nel frattempo era diventato “The Humprey Lyttelton Club”, con gli anni era solo destinata ad aumentare e così a metà degli anni ’50, un giovane Louis Armstrong scelse quel palcoscenico per esibirsi con la sua band, contribuendo di molto al successo del posto che fu la culla del “Trad jazz” e che vantava tra i suoi visitatori nomi come Billie Hollyday.

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Ma gli esperti di musica sanno che questo è stato solo l’inizio del brillante successo che le mura di “quel club” avrebbero visto. Nel 1965 il locale diventa l’attuale “The 100 club” e negli anni della rivoluzione culturale la migliore scena Blues “accade” qui, con avventori del calibro di Albert King, Otis Span, B.B King e Rod Stewart.

Guardando al mio amico comprendo la sua eccitazione nel camminare su quello stesso pavimento che ha visto i più grandi della musica mondiale esibirsi, ancora prima di diventare famosi, così come le foto e tutto il resto sembrano testimoniare lì dentro.

Alla fine degli anni ‘70 è tempo della rivoluzione Punk, che vede nel settembre 1976, il suo primo Festival di sempre, avvenire proprio tra le mura del The 100 Club! Band che negli anni futuri avrebbero raggiunto la fama mondiale, come The Sex Pistols, The Clash, The Buzzococks e altri ancora, si esibirono per la prima volta su quel palcoscenico. Ecco perché questo luogo è ancora considerato la casa spirituale del movimento Punk.

 

Gli anni ’80 vivono la scena Northern Soul, (altro momento d’oro per il club) che non si è mai spenta, ma anzi continua a tenere viva la propria anima, con serate che ancora oggi, raccolgono nel club molti appassionati del genere.

Ma quegli stessi anni hanno visto nascere in questo seminterrato storico, ancora una nuova forma di musica destinata al successo: il jazz made in Sud Africa. L’apartheid che in quegli anni si consumava nelle terre lontane dell’Africa, infatti,  aveva portato molti membri dell’allora fuori-legge partito African National Congress (ANC) a chiedere rifugio politico a Londra e così dall’iniziativa di un batterista noto nell’ambiente, Julian Bahula, si diede il via all’appuntamento settimanale del venerdì con il jazz sud-africano, occasione per grandi musicisti di dare voce attraverso la musica, alla loro richiesta di cambiamento. Anche qui in scena grandi nomi come Fela Kuti, Youssou N’Dour, e altri ancora, che fino al rilascio di Nelson Mandela continuarono ad esibirsi tra le storiche mura.

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La storia più recente del club ci racconta della scena Indie negli anni ’90 con musicisti e band come Oasis, Catatonia, Embrace, Baby Bird, Joe Strummer e tanti altri nomi famosissimi, mentre grandi nomi del passato sono rimasti affettivamente legati al locale e talvolta ancora vi tornano, è il caso per esempio di  Paul Weller che dopo aver calcato la scena con The Jam, di tanto in tanto si fa ancora vedere da queste parti.

Mentre ci guardiamo attorno in questo luogo dove si sono consumati gli anni d’oro della musica, ho  la sensazione che chiudendo gli occhi sia possibile immaginare i Sex Pistols suonare God save The Queen e sentire l’odore acre del fumo, misto a quello del sudore della folla, a gremire la sala e spingere sotto il palco. Questo luogo, “quel club” evoca lo spirito di una Londra indimenticata, quella un po’ selvaggia e imprevedibile dove i generi musicali si incontrano e si mischiano generando nuove contaminazioni. Stasera siamo qui e sembra incredibile. Stasera a suonare c’è la “Ben Waters Band”, energetico boogie e rock’n roll. E mentre penso ai Rolling Stones che qui si riunivano a provare prima dei tour mondiali, le luci si accendono e Il leader del gruppo pianista e voce, annuncia al  microfono: “Good evening Ladies and Gentlemen and welcome to The 100 Club where music came to life”… 

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