“In Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto guerre, terrore, assassinii, massacri: e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù.”
[Harry Lime – Orson Welles]

Se sabato sera 15 Novembre avete qualche impegno, fatevi una cortesia: rimandatelo. Se non ne avete, tanto meglio… e seguitemi. Dove? Nel più piccolo e grazioso cinema di Milano, lo Spazio Oberdan vicino a Porta Venezia, che alle 21.15 proietterà una perla più unica che rara, un film senza tempo e che difficilmente potrete rivedere presto: “Il Terzo Uomo” di Carol Reed. E se avete dei dubbi, proverò a fugarli insieme a voi con le prossime righe… ah, dimenticavo: l’ingresso è libero!

Narra la leggenda che Carol Reed, tra i più grandi registi inglesi di sempre, una sera di quel benedetto 1948 stesse vagando per i locali più malfamati di Vienna, sconsolato e in cerca di alcool per dimenticare.
Non era una dolce donzella la causa dei suoi crucci, ma la ricerca della colonna sonora per il suo adorato film prima di tornarsene a Londra.
Ancora non era riuscito a trovare una singola nota capace di descrivere adeguatamente l’atmosfera dark, violenta e allo stesso tempo scanzonata e fraterna della Vienna devastata dalla seconda guerra mondiale che avrebbe raccontato nella sua opera, e il tempo scandito dalla produzione e dal budget stava ormai per giungere a termine.
Reed, dopo aver congedato troupe e attori per la serata, preoccupato e triste entrò in una delle tante taverne che in quegli anni, nella realtà così come nel suo set, servivano a regalare un po’ di tepore e svago alle classi operaie che in quel difficile post-guerra stavano provando a rifarsi una vita e a ricostruire una città in rovina.
Il regista, già famoso in Europa ma non di certo tra quella gente, si sedette in un angolo, avvolto nell’ombra e dai propri cupi pensieri, ordinando una bottiglia di vino da consumare al più presto.
Era già al quarto bicchiere quando dal nulla una strana melodia colpì tutti i suoi sensi.
Laggiù, sul piccolo palco in fondo alla sala, tra i fumi di sigaretta e le imprecazioni degli avventori, un piccolo ometto occhialuto stava strimpellando una via di mezzo tra un’arpa e una chitarra, ma posta in orizzontale davanti a lui e dalle forme molto meno aggraziate.

La musica che usciva da quelle corde era rapida, piacevole, alternava toni briosi ad altri più malinconici, un po’ come l’espressione del musicista, dal portamento elegante e orgoglioso e che Carol Reed volle assolutamente conoscere subito dopo la fine dell’esibizione.
Il musicista disse di chiamarsi Anton Karas, grande appassionato viennese di musica e organo che, a causa delle umili origini, era stato costretto dalla finanze familiari ad accontentarsi e prendere lezioni di zither, uno strumento “popolare” nato in Grecia che anche quella sera aveva suonato prima dell’incontro con Reed.
Carol, guidato dall’istinto per quelle sonate che sembravano finalmente potersi adattare al suo film, invitò con gentilezza Anton a esibirsi per lui e il resto della troupe all’Hotel Astoria.

anton_karas
Fu amore a prima vista, seppur l’umile Anton continuasse ad avere delle riserve. D’altronde lui non aveva mai composto colonne sonore, e con grande onestà non mancò di esternarlo a Reed.
In tutta risposta l’inglese lo convinse a tornare con lui a Londra per completare negli studi in patria la registrazione delle musiche per “The third man“, “Il terzo uomo” appunto, un titolo che da lì a poco entrerà nella storia del cinema.
Karas, che mai se n’era andato da Vienna, accettò restìo e cominciò a suonare il suo zither davanti alle immagini del film che scorrevano a pochi metri da lui su un grande schermo.
S’era però ormai agli sgoccioli coi tempi. Reed suo malgrado “obbligò” Anton ad aumentare i ritmi fino a 14 ore al giorno, per ultimare la colonna sonora prima della deadline.
Anton Karas si convinse presto d’essersi cacciato in un guaio superiore alle proprie possibilità, e la struggente nostalgia di casa lo spinse più volte a supplicare Reed di rimandarlo a Vienna e di trovare qualcun altro che finisse il suo lavoro.
Il regista cordialmente rifiutò, a maggior ragione dopo uno sfigatissimo incendio che rovinò tutta la produzione musicale del viennese, costringendo il povero Anton, ormai sfinito, agli straordinari per rifare daccapo l’intera colonna sonora.
Incredibilmente, riuscì comunque a finire in tempo.

thirdman

Il film, uno strepitoso noir sceneggiato “solo” da Graham Greene, con co-protagonisti un grande Joseph Cotten, un immenso e malvagio Orson Welles in uno dei ruoli più iconici e meglio riusciti della sua carriera, e la sensuale italiana Alida Valli, divenne il caso cinematografico dell’anno e ad oggi è considerato tra i film più belli di sempre.
Merito anche se non soprattutto di una colonna sonora particolarissima, un valzer velocissimo, dolce e nostalgico allo stesso modo, concepito da un brav’uomo viennese in omaggio ai sentimenti contrastanti narrati dal film su quel periodo e la sua città.

The Harry Lime Theme“, il pezzo forte della composizione di Karas, dopo il grande successo di botteghino del capolavoro di Reed, divenne addirittura una hit che scalò le classifiche mondiali, regalando fama e notorietà improvvise e inattese ad Anton.
Il suo zither, pressochè sconosciuto, iniziò ad essere suonato in tutte le scuole di musica inglesi, e sia il famigerato primo ministro Churchill sia il Papa Pio XII e i reali d’Austria vollero riceverlo per conoscerlo e congratularsi personalmente.
Una fortuna crescente che Anton gestì però in linea con la propria educazione e le proprie origini: con i soldi del film e dei successi internazionali della sua musica, dopo essersi esibito in giro per il mondo, aprì un ristorante nel centro di Vienna, un sogno che cullava sin da bambino.
Il locale, ovviamente, lo intitolò “Il terzo uomo“.

Buona visione!