Telefono Rosa è un’associazione nata nel 1988, inizialmente con lo scopo di raccogliere dati per far emergere le violenze che molte donne subiscono senza denunciare. Si è poi sviluppata come ONLUS per sostenere e aiutare le donne insieme ai loro figli per cambiare vita.
Cosa fa concretamente? Grazie al lavoro di circa ottanta volontarie si prefigge di ascoltare e accogliere le vittime di violenza, offrire un’assistenza legale gratuita e la necessaria consulenza psicologica. Inoltre alle donne straniere viene dato un aiuto concreto per imparare la lingua e poter dare inizio a una nuova esistenza; se sono analfabete, l’apprendimento avviene attraverso attività pratiche come la cucina. L’obiettivo finale è permettere a queste persone di recuperare la loro autonomia, quindi dopo l’ospitalità nelle case “rifugio” le donne vengono aiutate a prendere una casa e a inserirsi nel mondo del lavoro per costruire un futuro.

Da una ricerca Istat del 2015 è emerso che in Italia sono oltre sei milioni le donne che, nel corso della loro vita, hanno subito qualche forma di violenza da parte di partner, ex compagni, familiari, amici e sconosciuti. Dati molto allarmanti, che dimostrano quanto sia ancora lungo il percorso da compiere e come questo debba essere di interesse per le donne, ma ancora di più dovrebbero occuparsene gli uomini. La violenza è una questione culturale e il rispetto può essere insegnato. I media svolgono un lavoro importante, perché questa è una realtà di cui si deve parlare. Attualmente le strutture si trovano a Roma, ma tra i progetti dell’associazione c’è la volontà di crescere per aprirsi ad altre realtà, in particolare nel sud Italia.

 

 

Sono stata coinvolta nella campagna Perlana for women “la forza di rinascere”: dal 19 al 21 maggio è stata programmata una mostra che ha luogo a Milano presso Dream Factory, aperta al pubblico e gratuita. Sono esposte dieci fotografie stampate su tessuto che raccontano altrettante storie vere con un lieto fine. Immortalano alcuni oggetti simbolici che hanno accompagnato le protagoniste dal momento della denuncia.

La fotografa Dafne Salis ha scelto l’inquadratura soggettiva per spostare il punto di vista: non più la passività del soggetto fotografato, al contrario ha voluto porre al centro dell’opera lo sguardo della donna. Il tutto è stato allestito come se fossero panni stesi fuori dalla finestra, a rappresentare il gesto di portare alla luce un problema domestico troppo spesso celato. Inoltre sono visibili i contributi di chi come me si è fatta portavoce di questo messaggio, su una parete cosparsa di t-shirt e foto tratte da Instagram. Io ho personalizzato la mia maglietta scrivendo “solo per donne forti”, perché penso che non sia semplice chiedere aiuto e credo che ci voglia molto coraggio per cambiare. Non bisogna però dimenticare che è sempre possibile farlo.

 

Mi auguro che tutte le donne un giorno possano prendere coscienza della loro vera forza, per tutti i cambiamenti piccoli e grandi che la vita richiede. Uniti potremo farcela.