Le Svalbard hanno attraversato l’Equatore 350 milioni d’anni fa. Prima dei dinosauri erano già in viaggio. Destinazione: Polo Nord, obiettivo che, secondo i geologi, sarà raggiunto in un’altra cinquantina di milioni d’anni. Morale della storia: non è un posto per chi va di fretta.

Situate fra il 74° e l’81° parallelo Nord, le Svalbard distano meno di mille chilometri dal Polo Nord, occupano una superficie grosso modo simile all’Irlanda e sono coperte al 60 % dai ghiacci eterni. Hanno fatto la loro comparsa ufficiale sulle mappe geografiche nel 1506, per merito di Willem Barents, navigatore olandese arrivato da queste parti in cerca del passaggio di Nord-est verso le Indie, anche se, in un documento vichingo del 1100 risulta la nota”svalbard fundi” in riferimento a una “costa gelida”, avvistata molto a nord dell’attuale Norvegia. Atterriamo immersi nella luce ammaliante di un tramonto che si ostina a non finire e di un’alba che è già qui. Non fa mai buio da queste parti in estate. Longyearbyen, il capoluogo di quest’arcipelago perso nel mare di Barents, è un insediamento minerario che sa di fatica e frontiera, dove il colore esplosivo quanto improbabile delle casette di legno, esprime la voglia di vivere del migliaio d’anime che lo abitano e qualche velleità turistica.

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Ci imbarchiamo sulla Ms Nordstjernen, leggendario battello della flotta Hurtigruten (la più vecchia in opera) che dal 1956 batte le coste norvegesi fino all’Artico. Si tratta di un viaggio atipico, a metà strada fra la crociera e il trekking: alterneremo giorni di navigazione a campi tendati posti negli angoli più selvaggi dell’arcipelago, le escursioni a bordo degli zodiac a quelle a piedi. Lasciamo alle spalle Longyearbyen un mattino nitido, scivolando sulle acque calme dell’Isfjorden, accompagnati dalle sagome di poche barche a vela e un paio di navi da ricerca oceanografica russe. Intorno, scolpite da questa luce di cristallo, montagne e ghiacciai a perdita d’occhio.

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La prima tappa di questa crociera artica è l’insediamento minerario russo di Barentsburg. Con tanto d’insegne in cirillico, chiese ortodosse, scuole russe, montagne di carbone e linee di trasferimento fatiscenti, questo fantasma dell’Unione Sovietica, deve la sua nascita al “Trattato delle Svalbard”. Siglato il 9 febbraio 1920, conferì alla Norvegia la sovranità su queste isole ricche di carbone, e ai 41 Paesi firmatari pari opportunità di sfruttamento. Oggi solo Norvegia e Russia continuano l’estrazione del carbone, ed ecco Barentsburg. Sono 250 gradini, il calvario necessario per superare il dislivello che separa il mare dalla città e guadagnarsi il diritto di fare un tuffo nel passato. Poi i volti, le insegne, il centro sportivo sproporzionato, il teatro dove si esibiscono ballerini e musicisti la cui professionalità avrebbe un senso su palcoscenici ben più qualificati. E’ la contraddizione di questo mondo estremo: il silenzio e lo spazio immenso di una natura selvaggia, la fatiscenza che vince la fatica dell’uomo, il bisogno di gioia e di calore di chi, da queste parti, conduce una vita davvero dura. Intorno le ciminiere che vomitano nuvole scure nel cielo di cobalto: fantasmi di fumo che danzano sui ghiacciai.

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La navigazione riprende alternando tratti in acque protette ad altri in mare aperto lungo le coste occidentali dell’arcipelago. Fra il 79° e l’80° entriamo nella regione dei fiordi: l’ambiente è quello del film “La bussola d’oro”. In fondo al Lieftefjord, la Nordstjernen getta l’ancora di fronte al ghiacciaio Monaco, che fluisce nel mare con un fronte di 1800 metri. A bordo degli zodiac scivoliamo al cospetto di pareti di ghiaccio che si fanno ancora più maestose viste dal pelo dell’acqua. Basta spegnere il motore per capire che il ghiacciaio è vivo: scoppi, tonfi, scricchiolii sinistri e poi, improvviso, il distacco di un grande pilastro di ghiaccio. Scende lento, quasi elegante, verso il suo abbraccio mortale con l’acqua. E’ la nascita di un iceberg: scomparirà lentamente, sciogliendosi durante il suo viaggio senza meta, alla mercé delle correnti. Avvistiamo anche 4 beluga, le piccole balene bianche, che giocano fra i ghiacci. E’ un paesaggio titanico, bello e terribile al contempo. E’ il senso di questo viaggio ai confini del mondo. Una breve navigazione ci consente di arrivare a Moffen Island, di tagliare l’80° parallelo e gettare un’occhiata alla colonia di trichechi che vive sull’isola, prima di ancorare nella baia di Alice – Hamma, nel Raudfjord, dove sbarchiamo e allestiamo il primo campo. Una decina di tende, una grande pietraia, una spiaggia battuta dagli orsi polari, due ali di montagne e tutto il silenzio del mondo. Sono tre giorni di trekking sulle tracce dei trapper: troviamo le loro cabine, le loro tombe.

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Respiriamo il loro mondo: qui nulla è cambiato se non il nostro equipaggiamento. La Nordstjernen appare la sera del terzo giorno per riportarci a bordo e proseguire la crociera verso Ny Ålesund, la comunità più a nord del mondo, dove nel 1926 Amundsen e Nobile partirono per la loro spedizione in dirigibile al Polo. Un successo destinato a portare al tragico, successivo, tentativo del dirigibile Italia del 1928. Il pilone d’attracco dello Zeppelin è ancora lì, come il monumento ad Amundsen e il trenino a carbone che servì all’insediamento minerario.
Il secondo campo, viene posto in posizione bellissima sulla spiaggia di Bloomstrand. Poche tende circondate da una natura spettacolare. Sono giorni di trekking sui ghiacciai, lungo coste fantastiche costellate di cascate e scheletri di balene, di salite a vette panoramiche, di tuffi tonificanti nel Mare Artico, di fugaci apparizione dell’orso bianco. E’ un’esperienza unica che perfeziona la bellezza di questa crociera estrema.
L’apparizione della Nordstjernen che fluttua fra le rocce e gli iceberg nel fiordo è l’epilogo ideale di questo viaggio.

 

Informazioni
www.visitnorway.com