Anche se è vero che il mare e le spiagge sono mete di piacevoli vacanze e una gita in barca non si rifiuta a nessuno, non è mica detto che quella fresca distesa d’acqua sia stata sempre vista con questi occhi pieni di gioia e aspettative. In fondo chi lo sa cosa si nasconde negli abissi e cosa riservano le vacanze. Per non sbagliare, comunque, gli scrittori cominciarono fin da subito ad aver cattiva visione del mare. L’ottimismo di questi, nella maggior parte dei casi, è noto. Quindi preparatevi. Qui avrete lo strumento per vendicarvi contro chi menerà vanto delle proprie rilassanti ‘spiaggiature’. Detto in modo triviale, diteglielo, il mare potrebbe portare sfiga.

Fu Menelao il primo a inseguire la bella Elena solcando i mari. Il giovane Paride era arrivato da Troia con l’unico obiettivo di condurla con sé. E così l’aveva rapita. Aveva avuto in sorte dalla divinità l’amore incondizionato e inconsapevole della donna più bella della terra. Da quella traversata ne sarebbe derivata una guerra.
E poi fu Odisseo a ritornare da Penelope dopo lunghe peregrinazioni mosse da venti di tempesta. Calipso nel frattempo, tra una sosta e l’altra, gli aveva teso trappole d’amore imprigionandolo in una rete di desiderio e voluttà. Erano isolati. Ma queste furono tra le poche parentesi piacevoli e ritrovare l’amore di una moglie non risparmiò sofferenze e pene. E il mare decise per lui.

A Medea, e non solo, toccò una tragica sorte. Fu abbandonata sulla battigia di un’isola dal feroce Giasone, che riprese il mare fuggendo a vele spiegate. All’orizzonte, lei lo sapeva, non avrebbe più rivisto la nave dell’uomo. La sua vendetta d’amore fu spietata.

Enea si apprestava a partire dal porto tra un coro di marinai in esultanza e streghe che maledicevano il suo viaggio. L’uomo tanto amato da Didone stava prendendo il mare senza possibilità di ritorno, mentre lei nel suo palazzo si struggeva in una notte senza speranza perché quello era il destino disegnato da volontà inappellabili. Il mare diventava una separazione incolmabile.

Insomma, il mare portava l’amore, dal mare fuggiva l’amore.

Dal mare nacque la dea della bellezza Afrodite, levigata dalle acque, protetta dalle conchiglie, sollevata dalle sue ancelle.
Il mare diede la vita, ma la tolse anche. Ifigenia fu sacrificata per placare la tempesta e Giona fu gettato dalla nave nella speranza di una navigazione favorevole. Un mare crudele restituì sulla tomba di Aiace le armi di Achille che legge di guerra avrebbe voluto fossero sue. Odisseo gliele aveva sottratte indebitamente per puro spirito competitivo. Quella delusione sprofondò l’eroe greco in una follia inguaribile e talmente vergognosa da spingerlo a morte per le conseguenze generate. Un suicidio per inseguir dignità. Il mare anche stavolta si rivelò feroce e impietoso.

Il mare era una potenza negativa per gli antichi, un mondo di pericoli e avversità, un universo in cui perdersi, un elemento di separazione crudele. A chi moriva tra le acque privo di sepoltura, era interdetto l’ingresso all’Ade. Le acque erano “infeconde”, non davano frutti, né le certezze della terraferma. Eppure lo stesso Omero si commuoveva davanti alla bella immagine delle triremi che fendevano il mare luccicante (amo il film Troy, tra le altre cose, solo perché me le ha fatte rivedere).

Non c’è stato scrittore insensibile a quella distesa d’acqua che a seconda dell’ora del giorno assume colori diversi, fino a diventar color del vino.

Il mare è sempre stato lo specchio più intimo per quei personaggi che solcavano la sua superficie e si avviavano verso destini imperscrutabili agli uomini e noti alle divinità, o a chi per esse. Vederne gli aspetti positivi fu per molto tempo difficile.

Ci fu il momento delle avventure dai toni allegorici. Venne il tempo di Moby Dick, la spaventevole creatura tra il sogno e l’immaginazione, e poi ci pensò Jules Verne a sprofondarci a 20000 leghe sotto i mari. Solo approdi su isole del tesoro potevano salvarci per un attimo dalla disperata assenza di orizzonti e certezze.

Del mare non si dimenticò neanche Ernest Hemingway che lo fece diventare il simbolo della lotta tra uomo e Natura ne Il vecchio e il mare.

Le vie dell’acqua da sempre sono state sinonimo di peregrinazione, perdite, peripezie e separazioni.  Storie di viaggi e avventure, pirati e mostri del mare, lotte dei tanti Beowulf contro i tanti Grendel. Al termine del viaggio una metà, un obiettivo, un amore, se stessi, l’onda perfetta di un mercoledì da leoni.

Ma le cose cambiano. E anche se Spielberg ha dato un bel colpo all’immaginario collettivo dei pericoli per mare, oggi per noi questo non è più luogo terribile e sofferto. Come dire, una svolta in positivo stavolta.
Dicono ricerche che le distese d’acqua ci rilassano e ci tranquillizzano. Ci fanno pensare, riflettere, ci mettono in pace con il mondo, anche se noi esseri umani privi di branchie saremmo nati per una vita terricola. E non sorprende quindi che il commissario Montalbano per trovare la via giusta verso la soluzione del caso si faccia una bella nuotata, oppure passeggi sulla riva per riordinare pensieri, idee e parole. Con il mare, neanche a dirlo, naturalmente calmo.
Ma non è tutto mai così semplice. E i venti di tempesta soffiano anche ora. Basta ricordare i protagonisti di Chesil Beach di Ian McEwan che tentano di consumare la loro prima notte d’amore da novelli sposini mentre sentono fuori schiantarsi le onde dell’oceano sulla battigia e vivono dentro l’infrangersi di certezze e il ribollire di paure.

Ancora una volta passare dalle condizioni del mare allo stato d’animo è questione di un batter di ciglio. E se da una parte la calma del mare ritempra l’animo, dall’altra le tempeste, che siano d’acqua o di sentimento, bisogna di nuovo tentare di placarle per sopravvivere. Con i sacrifici del caso.
Forse avevano ragione ancora i Feaci quando parlavano con Odisseo “Le onde del mare sono cariche di sofferenze”.  C’è dunque sempre da sperare che soffino venti di bonaccia oppure prepararsi per affrontare l’onda perfetta. Perché in fondo c’è anche chi l’aspetta.