Un gioiello verde smeraldo aggrappato alle pareti scoscese dell’Himalaya, scolpito nei millenni dal lavoro incessante dell’acqua e nei secoli da quello umile e faticoso dell’uomo.

In questo fazzoletto di terra perduto fra le pieghe del tempo, i ghiacciai si stemperano in un labirinto di valli profonde, dove mille gradini disegnano il profilo delle risaie e mille linee definiscono la geometria delle piantagioni di tè. Tutti i colori del verde interrotti dalla pirotecnica punteggiatura dei monasteri buddhisti.

Siamo nel Sikkim, il piccolo stato himalayano entrato a far parte dell’Unione indiana solo nel 1975. Fino a quel momento era una monarchia buddhista, come il suo vicino il Bhutan. A cavallo fra Tibet, Bhutan e Nepal, ospita la terza montagna del mondo: il Kanchenjunga, alto 8598 metri. Da sempre considerato un mondo nascosto e incantato, come testimoniano i nomi poetici con cui viene chiamato dalle popolazioni della regione: “Incanto dell’Himalaya”, “La nuova Casa”, “La Valle del Riso”, per gli europei rimane un luogo lontano, poco conosciuto e difficile da raggiungere. Bisogna arrivare a Delhi, poi proseguire in aereo fino a Bagdogra, nel Bengala Occidentale, e quindi proseguire in auto o in pullman fino alla capitale del Sikkim, Gangtok. Chi decide di prendersi questa briga e arrivare fin qui trova ad aspettarlo un mondo insolito e affascinante, lontano tanto dai luoghi comuni quanto dai tracciati turistici. Uno stato con una fortissima identità buddhista, una popolazione incredibilmente dignitosa e ospitale, un’atmosfera intrisa di spiritualità, nella quale si entra in punta dei piedi, come nei templi. La prima impressione del Sikkim è il sorriso di un monaco.

Il modo migliore per scoprire quest’angolo di mondo è trovare posto sul sedile di una delle innumerevoli jeep Tata che sobbalzano sulle impervie vie di quest’angolo di Himalaya. Meglio affittarne una: quelle che fanno servizio pubblico viaggiano con una media di 18 persone a bordo, ma noi occidentali fatichiamo a sistemarci in più di due. L’autista è fondamentale: il Sikkim è tanto piccolo quanto labirintico. Dal brutto grigiore di Bagdogra fino Gangtok sono poche ore di buona strada attraverso un paesaggio che si fa sempre più verticale. Ci allontaniamo dal fondovalle, dove fiumi di cristallo liquido regalano i primi riflessi himalayani. Dai ripidi versanti precipitano cascate spumeggianti, ai loro piedi mille rivoli incontrano le offerte propiziatorie dei viandanti. Ogni metro, ogni attimo di tregua dal salto verticale è colonizzato dall’uomo. La “Valle del Riso” deve il suo nome proprio alle terrazze che ora la strada sfiora. Saliamo accompagnati da gesti antichi: mani che lavorano la terra con una sicurezza secolare. Gangtok è una delle tante sorprese che incontriamo in questo viaggio: attaccata alla roccia, in bilico sul mondo, è una città tutta in salita, che toglie il fiato e stanca le gambe. Al primo colpo d’occhio fa venir voglia di andarsene; bisogna perdersi nelle sue vie, incontrare la sua gente per scoprirne la verità fatta di architetture buddhiste e tibetane, di momenti di meditazione, di sprazzi di colore e umanità: il monastero di Enchey, per esempio, o il Palazzo Reale, oppure l’Istituto di Tibetologia, o ancora il mercato, dalle cui bancarelle esplode il colore di verdure mai viste, di cui non sappiamo nemmeno tradurre il nome.

Per mettere le cose in prospettiva attraversiamo la valle e risaliamo fino al monastero di Rumtek e ci godiamo la vista della città da lontano, nel silenzio del tempio, rotto solo da passi delicati e quieti gesti di benvenuto. Rumtek appartiene alla scuola buddhista tibetana dei Karma Kygyu e venne fondato da uno dei più importanti Lama tibetani negli anni ’60 dopo l’invasione del Tibet da parte dei cinesi. Per arrivare nel cuore del Sikkim, dove si trovano i monasteri più importanti, seguiamo il corso del fiume Tista percorrendo una strada molto bella e tortuosa. Allontanandoci dalla capitale, il traffico scompare del tutto e ci muoviamo in un ambiente rurale incontaminato. Attraversiamo piccoli villaggi, dove ci capita di assistere a una cerimonia, oppure di osservare il lavoro di un artigiano che improvvisa il suo laboratorio sul ciglio della strada. In ogni caso siamo sempre circondati dalla massima gentilezza: visitatori benvenuti, vecchi amici. La strada scavalca innumerevoli passi, precipita in altrettante valli e regala scorci di una bellezza struggente. Istanti di viaggio cristallizzati negli occhi di una bimba piega sotto il peso della gerla o nel saluto di un viandante perso nei propri passi. Ecco i monasteri di Pemayangtse e Tashiding. Il primo si trova a circa 2100 metri di altezza in un luogo particolarmente suggestivo. La vista spazia su un vasto tratto di catena himalayana dominata dalla mole impressionante del Kanchenjunga. Intorno al monastero, lunghe file di colorate bandiere di preghiera si muovono nel vento creando l’effetto di una cornice animata che sottolinea l’immensità del paesaggio.

Per raggiungere Tashiding altre tre ore di auto, poi bisogna salire migliaia di gradini fino alla cima di un colle dove sorge il complesso monastico circondato da una ventina di stupa. Ultima tappa del viaggio, Darjeeling che, a onor del vero, non è nemmeno in Sikkim ma, storicamente, ne è la porta, il gateway, come dicono gli inglesi. E qui gli inglesi sono di casa dal 1835, quando la Compagnia delle Indie Orientali ne prese il controllo con la scusa di restituire la regione al controllo del maharaja del Sikkim. Dal 1866, Darjeeling è diventata una località di villeggiatura dell’Inghilterra coloniale, nonché la capitale del te (darjeeling tea, my dear……). A 2134 metri di altezza, graziata da un clima fra i più salubri dell’Asia, affacciata su un panorama da mozzare il fiato, Darjeeling è un posto indimenticabile.

La quinta infinita del Kanchenjunga, l’ordine splendido delle piantagioni di tè, sono lo scenario punteggiato di templi nel quale si dispiega la giornata del viaggiatore. Una giornata di emozioni forti, che comincia prestissimo con una corsa contro il tempo per arrivare a Tiger Hill e assistere all’alba sul Kanchenjunga, quando la muraglia di ghiaccio si tinge di rosa. Poi è la volta del monastero tibetano di Yogachoeling, uno dei più belli della regione. Concludiamo la giornata all’Heritage Windamere Hotel, per respirare l’atmosfera coloniale. Di proprietà di una elegante signora tibetana imparentata con il Dalai Lama, questo hotel storico ripropone tutti riti dell’Inghilterra dell’800, dal tè intorno al caminetto alle camere con letto a baldacchino, al personale in livrea.

Per tornare nel nostro mondo un poco alla volta, con calma.