Ad agosto saranno tre anni che vivo a Londra. Quella di venire qui, è stata una scelta fatta con l’idea di coronare il sogno di vivere un pezzetto di vita in un’altra città, un altro Paese, parlare un’altra lingua e fare un’esperienza nuova. Sei mesi, un anno, mi son detta. Imparare l’inglese per ampliare le mie prospettive di lavoro, pensavo. Poi allo scadere del primo anno, me ne son voluta concedere un altro e poi visto che le cose cominciavano a mettersi bene ho pensato, ma sì, magari rimango un anno ancora e vediamo che succede. Ora che lo scadere del terzo anno si avvicina, non so se avrò mai il coraggio di tornare. Già.

La maggior parte delle persone pensa che per partire e lasciare tutto bisogna avere coraggio, specie se sei già nella terza decade della tua vita. Ma la verità è che il coraggio è anche di chi rimane. Chi rimane a lottare per quei diritti che un Paese avaro nei confronti dei propri giovani, sembra essere dimentico di dover garantire. Quando sono partita nel 2010, stanca di lavorare tanto e non riuscire a pagarmi le spese, pensavo che la situazione in Italia non potesse peggiorare. E invece negli ultimi tre anni, e mi secca doverlo ammettere, le cose sono andate degenerando sempre di più. Over and over again, direbbero qui.

Oggi parlavo con una mia amica su Skype, una di quelle amiche che ti accompagnano una vita intera e di cui ti manca non poter condividere la quotidianità, e alla domanda come va?, la risposta è stata la stessa di sempre. Frustrazione, nervosismo e la sensazione di non avere scelte. Laurea in tasca, esperienze e spirito di sacrificio, non sono più qualità cercate da un mercato del lavoro che non è solo stagnante o fermo, ma pare non esistere più. E sì, da qualche parte esisteranno anche questi bamboccioni, choosy, figli di papà, eccetera, ma vogliamo parlare del restante popolo di laureati, ma pure dei diplomati, che come sogno nel cassetto hanno quello che è definito essere il principio fondante di una costituzione, la nostra, quello di lavorare? Vogliamo parlare della mia amica o forse del suo ragazzo, che a quarant’anni trascorsi nella capitale e dico, la capitale, si ritrova a dover mettere tutto in discussione e a dover valutare l’idea di fare la valigia e tentare fortuna in terre lontane sì, ma pronte ad accogliere chi vuole lavorare? Bisogna pur mangiare. È triste, ma ammetto che nelle mie amicizie, di disoccupati ce ne sono molti. E sono disoccupati attaccati alla loro terra, adulti cresciuti col sogno di un’ambizione. Perché avere un’ambizione, in Italia, oggi è un sogno. Almeno per molti. E allora penso a chi si è trovato a essere testimone, di chi in un atto di disperazione folle, a causa di  una depressione nera di quelle dove non vedi luce neanche più nei tuoi sogni, ha ucciso. Sì, ucciso qualcuno che non sopportava più di vedere soffrire. E queste sono cronache di cui le colonne dei nostri giornali si riempiono tutti i giorni, ma non sono solo inchiostro buttato su carta, ma pezzi di realtà, di vita vissuta. E sì, ancora, siamo tutti bravi a giudicare, colpevolizzare, puntare il dito è un esercizio facile in fondo, no? La verità è che la nostra realtà è traumatizzata.

E sempre più persone mi scrivono e mi chiedono consigli, sperando di sentirsi dire che Londra ha spazio anche per loro, che qui è facile vivere e lavoro non manca. Ma mancano gli affetti. Lasciamo stare il sole o il cibo, e l’odore della terra o dell’erba del giardino in cui sei cresciuto. Parlo di famiglia, di amici, quel valore inestimabile che ha l’avere accanto qualcuno che sai ti ami incondizionatamente, che tu lavori o no.  Un popolo intero di giovani che googlano su Internet la frase lavorare all’estero alla ricerca di un oracolo che gli dirà se hanno ragione a tentare la carta dell’espatrio, oppure no. Si è disposti ad andare lontano per ottenere quello che nei Paesi civili è un diritto. Torniamo a parlare di coraggio. E così la storia si ripete e dal Paese “culla della cultura” (ma quale cultura?) ripartono onde emigratorie di giovani che, esasperati, puntano il dito sul globo sperando di poter essere domani capaci di dare ai propri figli ciò che a loro è stato dato: diritto allo studio, diritto a essere educati nel modo migliore possibile, e soprattutto, alla base… diritti. L’Italia, quel meraviglioso Paese cantato dai poeti e amato dai turisti che ci invidiano l’arte, la storia, le tradizioni, è dello stesso popolo che negli ultimi anni ha ingaggiato lotte ardite contro gli immigrati, dimentico della propria memoria. Ottocento e Novecento hanno visto i nostri connazionali avventurarsi verso terre straniere come l’America. Oggi si va in Australia. I più fortunati rimangono in Europa, dividendosi tra Gran Bretagna, Germania, Svezia. Ma l’obiettivo non è più imparare l’inglese, perché anche l’illusione che possa essere utile a trovare un lavoro migliore una volta tornati, sì anche quell’illusione è svanita. Adesso si parte senza sapere se si potrà tornare. E per questo ci vuole coraggio.