Basta alzare gli occhi per capire di essere in Africa Australe.

Quel cielo immenso punteggiato di nuvoloni bianchi, la luce tagliente che  ti costringe a guardare il mondo attraverso due fessure sottili, come fanno i Boscimani.

Un viaggio attraverso il Parco di Etosha, il “luogo dell’acqua asciutta”, per poi attraversare il Kaokoland fino ai confini con l’Angola e raggiungere le Epupa Falls, nel cuore della terra degli Himba, gli ultimi nomadi dell’Africa Australe. Infine, dopo aver attraversato le distese selvagge del Damaraland, e lungo la Skeleton Coast fino Swakopmund e poi attraverso il Deserto del namib fino alle incredibili dune di Sossusvlei

Un viaggio attraverso un ecosistema sorprendentemente fragile, il deserto, infatti, sopporta poco e male la presenza degli uomini le cui tracce rimangono evidenti a lungo: basti pensare ai primi pionieri che attraversarono il Namib nell’800, le tracce dei loro carri sono ancora visibili nei dintorni di Swakopmund, ferite nel terreno che si perdono nel nulla lungo la superficie levigata e antica della Valle della Luna.

Problemi che non si erano certo posti i primi visitatori di questo tratto inospitale di costa africana. Il portoghese Diego Cao che lasciò il primo segno del passaggio europeo, piantò un padrão  a Cape Cross nel 1496 e se ne andò il più in fretta possibile per sottrarsi alle correnti maligne di quell’oceano tetro destinato a disseminare la costa di relitti (di qui il nome Skeleton Coast – Costa degli Scheletri).

Lo stesso fece Bartolomeo Diaz il giorno di Natale di un anno dopo: aveva appena doppiato per la prima volta il Capo di Buona Speranza, lasciò una croce a Diaz Point (vicino alla odierna Lüderitz) e se ne andò.

Bisogna aspettare la metà del ‘700 perché i primi bianchi comincino a lasciare tracce in Namibia. Erano cacciatori di elefanti, missionari, cercatori d’oro e di diamanti: nessuno particolarmente interessato al territorio in sé stesso. Poi fu la volta degli allevatori di pecore che consumarono il terreno fino al collasso, e quindi venne il tempo dello sfruttamento del sottosuolo (uranio e diamanti in particolare) e delle guerre. Finalmente, oggi, è giunto il momento della tutela della natura, dei parchi nazionali, del turismo ecologico e rispettoso del territorio.

Appena in tempo perché le ferite non divenissero troppo evidenti e definitive. 

Oggi chi viaggia in Namibia ha l’impressione di vivere in un paradiso, in un’oasi di natura perfetta e di civiltà sorprendente.

Il paesaggio è fra i più spettacolari che si possano immaginare, con mille contrasti e mille aspetti diversi. I parchi nazionali pullulano di animali e si ha l’impressione che problemi come il bracconaggio non esistano: è un’impressione fittizia ma persistente e rassicurante.

La prima tappa di questo viaggio è il Parco Nazionale di Etosha, una immensa regione (circa 23 mila chilometri quadrati) nel nord della Namibia. Nel 1907, l’allora governatore tedesco Von Lindequist firmò una deliberà che consacrò il cuore di questa regione allo stato di riserva naturale. L’intenzione era quella di frenare la dissennata caccia all’avorio che già a quei tempi stava minacciando la popolazione di elefanti e rinoceronti. Il risultato fu quello di regalare alla Namibia di oggi una delle aree protette più antiche d’Africa. 

Sotto il profilo paesaggistico la maggior particolarità di questo parco è il pan,  una depressione salata di oltre 6 mila kmq a cui il parco deve il suo nome: Etosha, il luogo dell’acqua asciutta.

Lasciato il parco di Etosha ci si dirige ancora più a nord verso l’Angola e si attraversa la regione più popolata della Namibia: l’Ovamboland che ospita l’etnia più numerosa (Ovambo) del Paese. Si tratta di una tappa molto lunga ( 570 km dal gate orientale di Etosha) attraverso steppe e pianure fino a alla cittadina di Opuwo.

Opuwo è la frontiera: qui finisce il mondo a cui siamo abituati. nel piccolo supermercato del paese s’incontrano donne seminude col corpo cosparso di ocra (sono i primi himba che vediamo) fianco a fianco con distinte signore in abiti vittoriani dai colori sgargianti (sono le donne Herero). Oltre Opuwo c’è la vastità impressionante del Kaokoland, una delle regioni più selvagge d’Africa. Un deserto disseminato di montagne, interrotto da profonde valli e dal ricordo di fiumi antichi, asciutti da secoli.  É una terra dura, inospitale, meravigliosa. 

Si arriva alle cascate totalmente impreparati. Dopo ore e ore di deserto, si sbuca da una curva per ritrovarsi in un mondo totalmente diverso: verde vivo (quello delle palme), blu intenso (quello del fiume) e tanti, tanti arcobaleni (quelli delle cascate).

Il fiume è il Cunene, le cascate sono le Epupa Falls e la terra che si vede dall’altra parte e la proibitissima e tormentata Angola.

Bisogna scendere dalla macchina e toccare con mano l’acqua per crederci. Bisogna avvertire il cambiamento della propria pelle che finalmente riconosce un po’ di umidità nell’aria, per convincersi che tutto ciò sia reale.

Costretto per centinaia di chilometri in un letto profondo, tagliato fra le pareti di un canyon, il Cunene trova qui lo spazio per allargarsi e rompersi in decine di bracci, prima di cadere spumeggiando in altrettante cascate verso il suo nuovo corso, una cinquantina di metri più in basso.

Lo spettacolo consiste essenzialmente nel formidabile contrasto fra l’acqua e il deserto che la circonda. Bisogna fermarsi almeno un paio di giorni per poter capire la bellezza di questo luogo. Le visite ai villaggi himba seguono un rituale preciso volto a preservare l’integrità culturale e la dignità di questi pastori nomadi. Non ci sono balletti in maschera nel cortile del campo né tantomeno elargizioni di mance in cambio di fotografie. L’ospitalità degli himba nei confronti dei visitatori viene ricambiata con generi di prima necessità: come zucchero, farina, qualche medicinale. Dal canto loro questi eleganti signori non hanno problemi nel lasciarsi fotografare, cosa che trovano piuttosto divertente. In particolare le donne sono assai fotogeniche: con i corpi snelli coperti di ocra e burro, le acconciature di foggia curiosa e i monili inconsueti.

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Partiti dalle Epupa Falls si torna a Opuwo e quindi si prosegue il viaggio verso sud. Lasciato alle spalle il Kaokoland si attraversa ora il Damaraland. É il territorio che si estende alle spalle della Skeleton Coast fino all’altopiano centrale: arido, impervio, costellato di rilievi. Questa regione è caratterizzata da profonde valli che arrivano all’ Atlantico. Lungo queste valli, di notte, risale la nebbia oceanica, la cui umidità rappresenta la principale fonte di vita per l’intera regione.  É proprio nel letto di questi antichi fiumi che è possibile incontrare i famosi elefanti del deserto: animali adattati alla sopravvivenza in queste terre estreme che si spostano continuamente per sfruttare meglio le poche risorse e che arrivano a spingersi fin sulle spiagge della Skeleton Coast.

Una volta attraversato il Damaraland, sempre su piste sterrate, si arriva alla costa atlantica nel Parco Nazionale della Skeleton Coast.  Si percorre questo tratto incredibilmente selvaggio di costa africana immersi in un paesaggio lunare, a tratti spaventoso, fino a Swakopmund che si raggiunge dopo aver visitato la colonia di foche di Cape Cross. In realtà la Skeleton Coast prosegue fino al confine con il Sudafrica trasformandosi in uno dei maggiori giacimenti diamantiferi del mondo. I relitti più belli si trovano molto più a sud, a sud anche di Luderitz e per avvistarli l’ideale è viaggiare fino a quella cittadina e poi noleggiare un cessna. 

Sulle prime Swakopmund lascia un po’ perplessi: sarà la nebbia che la ricopre per buona parte del giorno, sarà l’architettura teutonica delle case o, forse, le scritte delicatessen  eccetera, ma qui sembra di essere nel nord della Germania.  Effettivamente più che a Windhoek è proprio qui che si respira un’aria da colonia tedesca che testimonia un periodo notevole di storia della Namibia. 

Lasciata Swakopmund, si affronta l’infinita distesa del Namib-Naukluft National Park. Una delle maggiori riserve naturali del mondo. 5 milioni di ettari di superficie che passano dalle pietraie, alle gole a strapiombo fino alle dune del più antico deserto del mondo, il Namib. E’ un percorso emozionante che avvicina il visitatore alla magia di Sossusvlei e del lago che non c’è. 

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Una volta c’era il fiume Tsauchab, che scorreva tranquillo verso il mare. Un giorno si trovò davanti delle grandi dune di sabbia e decise di fermarsi e fare un bel lago che venne chiamato Sossusvlei. Oggi il fiume scorre una volta ogni tot anni, il lago è un ricordo raccontato dalla superficie piatta e screpolata dal sole. Intorno però, il lago che non c’è, ha ancora la sua corona di dune spettacolari. E’ uno di quei luoghi, insieme al vicino Deadvlei, che non si possono dimenticare, uno di quei luoghi che da solo giustifica il viaggio. 

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