Mi ricordo di un tema che un po’ di anni fa Claudio Magris affrontò durante una sua lectio magistralis al festival di Mantova.

Sosteneva che il sentimento di un padre per il figlio sia talmente insondabile da non trovare le parole giuste per descriverlo neanche in letteratura. Meglio: non ci sono padri che abbiano parlato dei loro figli e abbiano indagato con efficacia il loro rapporto. Accade molto più spesso che i figli non riescano a emanciparsi dalla figura del padre e facciano della sua presenza una costante di vita e pensiero. Il contrario è un piccolo vuoto letterario non abbastanza colmato. Già allora mi sarebbe piaciuto capirne di più, invece fu un sasso lanciato nell’acqua e abbandonato a se stesso. Sarà che sono consapevole, con buona pace del mio cromosoma XX, che l’unico modo per approfondire il tema saranno i libri, i racconti altrui e forse un’esperienza indiretta. Ci ho ripensato oggi, quando un po’ per caso mi è capitato tra le mani Scazzi, un libro che non solo parla di padri e di figli, ma è scritto da padre e figlio. Anzi, ancora meglio, da un figlio travolgente e da un padre sconvolto.

“[…] il racconto a due voci del viaggio di un padre e di un figlio nel pianeta misterioso dove sai quando entri ma non se, né come, ne uscirai: l’adolescenza. Un viaggio lungo sette anni, che inizia con poche, laceranti parole di Nicola: «Non voglio più vederti». E prosegue, fra molti dubbi e quasi nessuna certezza, declinando l’intero dizionario della cosiddetta «età ingrata» – amicizia, amore, droga, sesso, bugie, caos, alcol, violenza, degrado, tracolli scolastici, sofferenze, paure, paranoie – in una Milano inquieta e spericolata, con le canoniche tappe ad Amsterdam, Barcellona, Berlino.

In cerca di una comune via d’uscita, padre e figlio si incontrano e si scontrano, si perdono e si ritrovano. […]”

(dalla quarta di copertina di “Scazzi” di Michele e Nicola Neri, edizioni Mondadori, collana Strade Blu)

E mentre aumentava la curiosità per il libro sono incappata nella musica. Ci sono incappati in realtà gli autori: ne hanno fatto una colonna sonora irrinunciabile, un filo che attraversa il libro e la sponda su cui trovare rifugio e su cui incontrarsi nei periodi più bui di incomprensione. È un po’ come se, di comune accordo padre e figlio, lo avessero eletto a porto di dialogo e scambio silenzioso, sulle note dei Clash, dei Joy Division o di Pearl Jam.

Mi piace pensare che ci siano due visioni di una stessa cosa parallele, scostanti, scordate che vantano una stessa colonna sonora. Al di là di ogni conflitto generazionale, di ogni scontro e di ogni scazzo, si rafforza il presentimento che ci sia sempre una via percorribile per trovarsi, che sia la musica, il viaggio o la scrittura. E ognuna di esse ha le sue regole, i suoi tempi e il suo modo di parlare a generazioni diverse. Ma forse quelle note sono il viatico che riporta i padri, che possono essere gli unici ad aver già attraversato l’età ingrata, agli anni della loro adolescenza e a quel passato che la memoria sembra avere abbandonato in lidi dimenticati. E forse i figli, sempre su quelle note, trovano un linguaggio comune su cui imbastire un nuovo rapporto.

Sarà un po’ per tutte queste cose che ho deciso che quel libro valeva la pena aprirlo e farselo raccontare da chi quel libro, insieme al figlio, lo ha scritto. La parola a Michele Neri.

Intanto su Deezer potete trovare la colonna sonora di Nicola Neri e quella di Michele Neri

 

  • Quando è venuta l’idea di scrivere questo libro e perché?

L’idea è nata naturalmente alla fine di un confronto-scontro durato sette anni. Ci sembrava importante non sprecare questa conoscenza degli aspetti tipici e complessi di questa età. C’era poi il valore, secondo noi, di far parlare per la prima volta anche il figlio, fresco di esperienze.

 

  • Quali sono le difficoltà di scrivere un libro a più mani?

In questo caso non c’è stata una grande difficoltà. Forse perché il mio lavoro è sempre stato vicino alla scrittura e quindi penso di esser riuscito a spingere Nicola, mio figlio, a tirar fuori il suo tono, la sua voce, un suo stile diverso per forza dal mio, più professionale.

 

  • Nel rapporto tra un padre e un figlio, quali sono gli insegnamenti che un padre riesce a trarre dal figlio?

Quello più importante è stato proprio l’aiuto a formarsi in quanto padre. C’è chi lo è subito, padre. Chi lo diventa man mano. Chi è capace di esserlo in certe fasi e non in altre. Scontrandomi con lui ho imparato a diventare un padre capace di fronteggiare le tempeste della vita dei figli. Ho appreso una forza che prima non avevo. Un altro insegnamento è quello di non dare per scontato che la propria esperienza sia giusta o utile. Ho imparato dal figlio l’errore di proiettare su di lui comportamenti, scelte e desideri che in realtà appartenevano a me.

 

  • Quali sono le cose più difficili da descrivere del rapporto tra un padre e un figlio?

Ho incontrato due fronti difficili. Il primo è quello relativo alla sfera della sua privacy. Cioè come proteggere la sua storia pur adoperandone qualche aspetto per il libro. Restare equilibrati tra voglia di esporre e bisogno di non esporsi. Fare in modo che, anche rileggendolo tra anni, non si senta a disagio per quello che ha rivelato di sé. Il secondo riguarda l’ammissione dei propri errori, di padre, nell’educazione. Il libro ne descrive tanti, di errori paterni. Non sempre è stato facile descriverli e prendersene le responsabilità. Ma poi fa bene.

 

  • Quali sono le cose più divertenti da condividere con un figlio?

Con un figlio piccolo sono infinite. Tutte le scoperte da fare insieme. Tutta la meraviglia del mondo e delle esperienze da portargli vicino. Quando è un adolescente, la scoperta, la meraviglia cede il passo alla condivisione di esperienze alla pari. Nel nostro caso, oltre all’amore per la musica, un certo cinema e il viaggiare nelle metropoli, è stato un comune atteggiamento nei confronti delle esperienze: un misto di ironia, apertura, amore per i casi fortuiti.

 

E last but not least

 

  • Quali sono i tuoi scrittori preferiti? A quali si è appassionato anche tuo figlio Nicola?

Joseph Conrad, Anton ?echov e Louis Stevenson. I miei preferiti. Quelli che mio figlio ha poi amato sono stati più i poeti: Charles Baudelaire, Arthur Rimbaud, Paul Valéry.

 

  • Quali sono stati i tuoi gruppi musicali preferiti a cui si è appassionato anche Nicola?

Gli sono piaciuti i miei gruppi, come i Pearl Jam, i Counting Crows e cantautori come Cat Power o Neil Young.

 

Gli autori

Michele Neri, 54 anni, giornalista, ha diretto l’agenzia fotografica Grazia Neri e creato Makadam, la prima community al mondo dedicata alle immagini scattate con i telefonini: anche qui, come in altre intuizioni, è arrivato forse troppo presto. Attualmente collabora con «Sette» e «Vanity Fair».

Nicola Neri, 21 anni, ci ha messo tanto, ma è riuscito a trovare oggi una passione che non sia di «puro intrattenimento »: l’Altro. (Per ora, il metodo per arrivarci è lo studio della psicologia.)

 

Buona lettura!