Tra le uscite discografiche più interessanti di questa estate 2013 va menzionato il nuovo album di Sara Bareilles “The Blessed Unrest”. Forse il nome dell’artista in questione non è illuminante per voi, perciò ecco un piccolo aiutino: avete presente  la hit del 2007 Love Song, che ha impazzato anche nelle radio italiane per settimane? Certamente si accenderà una lampadina nella vostra mente non appena sentirete le prime note al pianoforte.

Tornando al presente, la Bareilles ha lanciato lo scorso 16 luglio “The Blessed Unrest” (successore del fortunato “Kaleidoscope Heart”), un disco che conferma ancora una volta il talento di questa artista californiana ma che propone anche sfumature differenti rispetto al pop accattivante e immediato al quale siamo stati abituati fino ad oggi. I cambiamenti che percepirete nel sound e nei testi dei nuovi pezzi sono il frutto del trasferimento di Sara dalla West Coast a New York ma soprattutto dell’acquisizione di nuovi punti di vista, che la diretta interessata racconta in questo modo: “Mi rendeva nervosa il pensiero di mantenere la stessa prospettiva [anche con questo nuovo album]. Mi sono detta: ‘Ok, ora mi metto al pianoforte e compongo delle canzoni, poi cercherò un produttore.’ L’idea che tutto il processo potesse essere identico a ciò che avevo fatto in precedenza non mi entusiasmava per niente”.

Per certi versi “The Blessed Unrest” potrebbe essere considerato un album di transizione caratterizzato da un’impronta vaga e sfocata, in realtà le 12 canzoni in esso contenute hanno una personalità ben definita a partire dalla title track, che fa riferimento all’inquietudine vissuta dalla Bareilles negli ultimi mesi e trasformatasi in una spinta verso la crescita artistica e personale, dalla quale ha preso forma il nuovo album. Come sempre, ciò che salta all’occhio maggiormente è la spontaneità e la trasparenza della musica di Sara, due ingredienti che hanno permesso a questa artista di farsi strada nel vasto panorama musicale internazionale e di ottenere il consenso del grande pubblico.

Oggi voglio proporvi un track-by-track di “The Blessed Unrest”, sperando di invogliarvi ad ascoltare il disco (nel caso, lo trovate in fondo all’articolo). Enjoy!

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1. Brave – Ispirato dal tormento vissuto da un amico gay di Sara che ha trovato il coraggio di fare coming out, il singolo apripista di “The Blessed Unrest” è senza dubbio il più radiofonico ed è vibrante di passione, in particolare nei ritornelli (“Say what you wanna say and let the words fall out, honestly I wanna see you be brave”). Questa è una canzone che ti resta addosso facilmente, una di quelle che non riesci a smettere di canticchiare già dopo il primo ascolto, ed è anche l’emblema della musica di Sara insieme a “Love Song” e “King Of Anything”.

2. Chasing The Sun – Il mix vincente di pianoforte, percussioni non troppo invasive e accenni di sintetizzatori uniti alla forza comunicativa dei testi della Bareilles trova la sua massima espressione in “Chasing The Sun”. Le strofe sono evocative mentre le parole nei ritornelli sono vaghe quanto basta per incuriosirvi. Il sound del pezzo cattura l’ascoltatore e gli chiede di chiudere gli occhi e di lasciarsi trasportare dalla voce dell’artista.

3. Hercules – La Bareilles dà un tono frizzante a “Hercules” grazie ai suoi giochi vocali su una base mid-tempo, optando per tonalità più calde con lo scopo di rendere al meglio la sua richiesta: “I was meant to be a warrior, please make me a Hercules”. E’ un pezzo che invita ad affidarsi alla propria forza interiore, e che esalta il notevole range vocale di Sara.

4. Manhattan“You can have Manhattan ‘cause I can’t have you” canta l’artista in questa ballata in cui il pianoforte è il protagonista indiscusso. La Bareilles è divisa tra due mondi e decide di lasciarne andare uno, quello legato al suo ex fidanzato. Grazie ad alcuni passaggi significativi nel testo del brano e a una melodia toccante, “Manhattan” è sicuramente uno dei pezzi meglio riusciti di “The Blessed Unrest”.

5. Satellite Call – Fate ondeggiare i vostri accendini – o i telefonini – sulle note di “Satellite Call”, un brano morbido e piacevole che cerca di sconfiggere la solitudine con una batteria pacata e qualche accenno di chitarra delicato, come la canzone stessa. “Satellite Call” volge lo sguardo verso il cielo nel tentativo di dimenticare la tristezza metropolitana cantata in “Manhattan”.

6. Little Black Dress – Un brioso e vivace esempio della formula radiofonica vincente che caratterizza da sempre il pop proposto da Sara Bareilles, “Little Black Dress” farà sicuramente felici i fan che hanno apprezzato la hit del 2010 “King Of Anything” (potete ascoltarla qui). Battiti di mani,  melismi, balli spensierati, vibrazioni positive della serie “guardiamo avanti in attesa di cose più grandi e più belle”: questi i punti di forza del brano. “Little Black Dress” è un contenitore di ottimismo che si rende papabile come singolo.

7. Cassiopeia – Con questa canzone che prende il nome dalla figura mitologica greca conosciuta per la sua vanità, la Bareilles racconta la storia di una costellazione che desidera sfuggire al suo destino dopo avere visto una stella cadente. La cantautrice ce la mette tutta affinché questo esperimento di songwriting risulti efficace, ma  “Cassiopeia” finisce per essere catalogata come una track poco immediata, nonostante l’originalità dell’idea di partenza.

8. 1000 Times – Senza dubbio una delle canzoni meglio riuscite di “The Blessed Unrest” “1000 Times” è la resa ufficiale di Sara di fronte a un amore che non si può ignorare né dimenticare: “‘Cause I would die to make you mine, bleed me dry each and every time, I don’t mind, no I don’t mind it… I would come back 1000 times”. Il brano fiorisce mano a mano che il cuore dell’artista si riempie di questo amore, doloroso e irrinunciabile allo stesso tempo.

9. I Choose You – Qualsiasi canzone di “The Blessed Unrest” non riuscirebbe a eguagliare la potenza emotiva di “1000 Times”, ma “I Choose You” è comunque degna di nota. I cori e le dichiarazioni romanticamente intonate nei ritornelli rendono il brano adatto a una playlist da matrimonio. Davvero azzeccata l’atmosfera spensierata e dolce (ma non sdolcinata!) che il pezzo riesce a creare.

10. Eden – Dopo avere reso omaggio a Cassiopea, Sara sfrutta l’allegoria di Adamo ed Eva abbinandola a un sound caratterizzato da un’impronta elettro-pop. “Eden” contiene molti elementi interessanti, ma in alcuni punti il testo è poco accattivante, quasi scontato.

11. Islands – Ecco un altro brano che fa riferimento ai recenti cambiamenti verificatisi nella vita della Bareilles durante le registrazioni di “The Blessed Unrest”. In “Islands” l’artista si guarda dentro dopo avere chiuso una storia d’amore e proclama: “You must become an island and see for yourself that that’s what I am”.

12. December – “The Blessed Unrest” si conclude con una canzone che, ancora una volta, ci accompagna in questo  viaggio nella psiche tormentata e inquieta di Sara. Nel testo troviamo un riferimento geografico esplicito (“A winter’s blooming on Los Angeles, the artificial cold is more than I was hoping for but not enough to consume the darkened state I’m in“), così come è esplicito il sentimento – “the darkened state I’m in” – che la Bareilles associa all’inverno “artificiale” losangelino.