A New York City lo chiamerebbero loft pre-industriale. Sarebbe la quinta ideale per una vernice del Giovedì sera. L’artista, i muscoli appena rifiniti in una palestra di Soho, sorride esibendo denti immacolati. Beve gin biologico. Invece siamo a Obuda, il più antico quartiere di Buda, situato ai piedi della collina della Fortezza. Per la precisione, siamo in un pugno di viuzze che stanno dietro a Szentendrei ut, un infinito stradone che corre alla periferia Nord della città e lungo il quale l’architettura comunista ha lasciato alcune delle sue più informi e scolorate tracce. Solo poche case nascoste hanno mantenuto i segni nobili di un tempo e in una di queste c’è il regno di Imre Varga, il più importante scultore contemporaneo d’Ungheria.

La Imre Varga Collection è una meta fuori rotta, ma è un itinerario che vale la pena percorrere di sabato mattina, perché ogni sabato – dalle 10 a mezzogiorno circa – da 25 anni il maestro è a disposizione per udienze, due parole sull’arte e un caffè. Imre Varga ha 94 anni, ha attraversato il 20esimo secolo tra due dittature, ha scolpito la grande statua in bronzo di S.Stefano, primo Re d’Ungheria, commissionatagli personalmente da Papa Paolo VI per la cappella episcopale ungherese nelle grotte vaticane (la cappella fu poi inaugurata da Wojtyla nel 1980). Ha raccontato, con la sua arte, la storia di poeti e soldati, ha ricevuto medaglie d’onore da Stoccolma per aver celebrato l’incredibile storia di Wallenberg, lo Schindler svedese che salvò migliaia di ebrei. Decanta Ovidio e Sheakspeare, rispettivamente in latino e inglese, e si pone domande sul senso della corsa all’oro, sul perché delle grandi ideologie politiche. Lo fa perché alla sua età deve farlo. È un dovere chiederselo, ci dice. Ci racconta di quando convinse Giovanni Paolo II sulla posizione di una statua nella cappella, di quando gli chiese di procurare della buona palinka per i suoi aiutanti, ogni mattina, per darsi la carica. Poi inforca il suo bastone e si mette alla guida di un macchinone nero, e ci lascia a cielo aperto dove le sue sculture con l’ombrello sono perfette in questa giornata di pioggia fitta.

Bela Bartok house

Restiamo da questa parte del fiume e arriviamo nel II Distretto, quello delle ville e dei parchi, dove entriamo nella casa-museo di un altro grande artista locale: il compositore Bela Bartok (nella foto qui sopra l’ingresso della casa con la statua del grande compositore scolpita da Imre Varga). Qui, ogni due settimane si organizzano piccoli concerti e sonate di piano, si visitano le stanze della grande musico che si ispirò al folklore dei canti popolari, lungo i Carpazi e in quelle terre che oggi sono diventati Romania e Slovacchia.

S’è fatta l’ora di uno spuntino, e allora giù a Pest sotto il grande lampadario di August, pasticceria che serve un kremes squisito… appena prima di due salti in palestra: già, stasera c’è una festa.

La festa è ai Brody Studios, un club per soli affiliati e amici degli affiliati, un posto senza tempo né luogo, una palazzina shabby chic nascosta dietro la via più famosa della città. Il tema della notte è il rosso & il nero, e c’è un’atmosfera a metà tra Eyes Wide Shut e Sala El Sol, il leggendario locale di Madrid dei nottambuli funky. Ci sono donne mascherate, baristi cubani, confraternite scatenate di sessantenni in smoking, cittadini di confine che suonano il piano, cittadini di altri confini che accompagnano con la voce, chi fuma e chi ride, chi fa proposte che nemmeno Robert Redford, chi si stuzzica, chi balla perché c’è un dj mostruosamente bravo, chi beve Hendrix&Tonic perché non è biologico. Chi saluta prima perché attende una domenica di sole a Budapest.