Olek è come il mare.

Il volto è una mappa dei fondali con linee e fosse e ricordi. Lo sguardo è una storia di tempeste, di luoghi lontani, di tramonti tropicali e albe artiche. Viene dal baltico, dalla tradizione navale russa: il suo posto è fra le vele, in bilico fra i pennoni più alti, equilibrista silenzioso nel labirinto di legno e corda e tela che muove questo gigante del mare.

Salgo con lui fino in cima d’albero: sono cento metri di silenzio, di luce dorata, di mare che non finisce mai e di brividi che corrono lungo la schiena e tolgono il fiato. Olek si muove come se fosse al centro di una piazza, con metri di selciato piano tutt’intorno.Vista dall’alto, la Royal Clipper sembra ancora più grande; i primi passeggeri che inaugurano un nuovo giorno di vacanza e passeggiano sul ponte: puntini lontani, eco di voci che scivolano via sulle onde. In servizio dal luglio 2001, è il veliero più grande al mondo. Con i suoi cinque alberi, le grandi vele quadre e la linea elegante, questo capolavoro è ispirato a un veliero tedesco d’inizio Novecento: il Preussen. Un bel connubio questo: il fascino del passato, la storia dei grandi velieri, e il comfort, i vantaggi di una nave moderna.

La Royal Clipper offre tutto ciò solo per poche persone alla volta: al massimo 228. Il Capitano, a suo agio in alto sugli alberi come in cabina di comando, o fra gli ospiti che incanta con infinite storie, sale sulla prima crocetta ogni mattina all’alba: è un rito, così inizio il mio giorno, circondato dal mare, fra i sussurri del vento. Quel vento che gonfia le vele e spinge la Royal Clipper lungo le rotte più spettacolari dei Caraibi: Barbados, Grenadine, Tobago Cays, Martinica, Virgin Islands e altri paradisi per descrivere i quali rischio un’inflazione di frasi fatte. A bordo atmosfera rarefatta, spazio, niente code, intimità, servizio personalizzato e cura per i dettagli: insomma, si prendono subito le distanze dalle città galleggianti che ospitano migliaia di forzati delle vacanza.

A tutto questo aggiungete che una crociera sulla Royal Clipper regala le emozioni della navigazione vera: quella fatta di cime, nodi, mani che lavorano, il cigolio dei rinvii, lo schiocco della tela, il rumore dell’acqua che scorre lungo lo scafo. Il tutto senza rinunciare al lusso. Prendete ad esempio le cabine: la finitura in legno che impreziosisce le pareti, i letti comodi e ampi, i bagni rivestiti in marmo con comode docce o addirittura vasche da bagno con idromassaggio. La sala da pranzo è molto elegante e confortevole, si sviluppa su diversi livelli con tavoli mai troppo affollati. Vale la pena notare che sulla Royal Clipper, come del resto a bordo degli altri velieri della stessa compagnia, il “dress code” è piuttosto informale, ma grazie all’atmosfera generale, risulta piacevolmente elegante. Si vedono poche giacche, ma prevale lo stile europeo, a tutto vantaggio del buon gusto. Se un viaggio su questo splendido veliero si distingue per la particolarità della vita di bordo, un gran merito va riconosciuto all’equipaggio: 106 persone di 70 nazionalità diverse. A disposizione dei passeggeri uno sport team che si occupa di tutte le attività acquatiche: dallo snorkeling allo sci nautico, dal windsurf alle banana ride, alle immersioni subacquee.

Ho visto la Royal Clipper per la prima volta la sera dell’imbarco a Barbados: una cattedrale di luci nel cielo scuro e grigio. Poi uno squarcio fra le nuvole, quando la nave, sulle note di Vangelis, dispiega le vele e, accompagnata dall’ultimo ricordo di tramonto, volge la prua alla notte con i marinai che manovrano le cime, il capitano e gli ufficiali che gridano ordini. E’ la sintesi della magia del grande veliero. In questo istante tutti si sentono protagonisti, tutti si danno appuntamento sul ponte, tutti capiscono di essere a bordo di un veliero invece di una città galleggiante. Più tardi c’è tempo per gli aperitivi, per la cena, per le danze. Nessuno rimpiange la mancanza di un casinò: il luccichio è quello delle stelle, il fruscio quello dell’acqua lungo lo scafo. I giorni successivi sono una successione di cartoline da manuale di fotografia: il mare trasparente di Sandy Island al largo di Carriacu, il profumo di spezie di Grenada e quello dei dollari a Mustique, i colori dell’Horseshoe reef a Tobago Cays, i monti di St. Lucia, lo charme della Martinica e, infine, di nuovo Barbados.

Sette giorni di navigazione durante la quale l’ucraino Serguei, il primo ufficiale, ha cercato di insegnarmi l’uso del sestante, Joy, il marinaio di Grenada, ha tentato (inutilmente) di insegnarmi a fare i nodi, Potter, il barista della Martinica, ha cercato (con ottimi risultati) di insegnarmi a fare i cocktail e diverse persone hanno tentato (con pessimi risultati) di farmi imparare a ballare.

Sette giorni di cui vorrei sperimentare tutti i multipli, le possibili combinazioni, le rotte e gli ancoraggi, gli angoli segreti e quelli arcinoti. Mi separo con rammarico dall’equipaggio, dal legno del ponte, dalla tela delle vele, dalle giornate passate in rada a godere di spiagge deserte, dalle escursioni sulle varie isole, dai momenti di navigazione passati a leggere un libro sdraiato sulla rete che circonda il bompresso.

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