Hanno ragione le mie amiche. Non faccio sport, evito ogni attività fisica e preservo il mio corpo da inutili, beninteso, sforzi.

Milito da tempo nell’esercito di chi difende con ostinatezza le proprie posizioni e poi, in momenti di terribile debolezza, provo una specie (inspiegabile) di senso di colpa. Dicono le leggende, cui tento in tutti i modi di non dar credito, che muoversi, correre, danzare, fare zumba (qui richiedono anche sforzi per simulare posizioni sexy e duckface), impegnarsi in qualsiasi attività, riesca a liberare la mente per un attimo, a distrarre dai pensieri e abbia potenza disintossicante e liberatoria.

Poi c’è anche tutta quella storia psicologica di misurarsi con i propri limiti, di darsi obiettivi, di trovare la forza di andare oltre e di alzare sempre di più l’asticella della resistenza (altrimenti detta “sopportazione” e “pazienza”).

E se tutto questo fosse possibile anche con un libro in mano? Qui scatta la sfida.

Noi, indolenti oblomoviani dell’ultima ora, soccombiamo davanti alle accuse di pigrizia. Ve lo dico da subito, senza addurre scuse o utilizzare attacchi preventivi. Ci sentiamo quasi in difetto con la società. Vogliono farci credere che la nostra esistenza sia piena di paranoie e priva di valvole di sfogo, come se non riuscissimo a incanalare energie negative per poi espellerle come tossine.

Se poi cresci con la chimera letteraria del kalos kai agathos (l’associazione inscindibile di bello e virtuoso, declinato altrimenti in mens sana in corpore sano) tutto diventa ancora più difficile. Devi ammettere di essere sempre più lontano dall’ideale di perfezione, mentale e fisica, e fartene una ragione. Solida e incontrovertibile.

Ci sono stati momenti in cui nutrivo ancora qualche speranza per il mio corpo.

Era il tempo in cui mi trascinavano su un campo di tennis, mi davano una racchetta in mano, tentavano di spiegarmi la disposizione delle mani, mi dirigevano nel posizionamento delle gambe e mi invitavano ad acchiappare, letteralmente, la pallina senza usare le mani, ma con quello strumento oblungo. Per un po’ di tempo ho resistito. Poi pigliavo tutto, tranne le palline. Allora ho cominciato a utilizzare il tennis per allenarmi nella corsa, da una parte all’altra del campo. A questo punto si sono arrabbiati. I giocatori seriali e, più in generale, gli sportivi, sono esigenti. Richiedono serietà e concentrazione. Non avevo né l’una né l’altra. Il mio obiettivo sportivo era fallito miseramente.

La mia concentrazione e i miei sforzi li usavo per altro e la mia resistenza la misuravo su altri piani. Ci ho messo un po’ per realizzarlo e ne sono uscita con una convinzione che cullo con tenerezza: i lettori non sono mica così lontani dagli sportivi.

 

Lettore e sportivo a confronto

1. Facciamo stretching

Bando agli equivoci: noi lettori no sport addicted facciamo movimento. Cambiamo posizione di lettura spesso, andiamo alla ricerca del volume disperso in qualsiasi angolo della casa e facciamo piegamenti con le gambe, allungamenti con le braccia e infine flessioni, se temiamo che “il ricercato” sia sotto il divano. Scattiamo come felini la mattina per recuperare il tomo dimenticato sul comodino e ci abituiamo al sollevamento pesi, trasportandolo in borse e zaini ovunque. Le nostre spalle, peraltro, ringraziano. Inoltre, siamo snodabili: riusciamo a tenere le pagine aperte mentre rispondiamo al telefono, scriviamo mail, beviamo e prepariamo da mangiare. Le ginnaste ci invidiano.

 

2. Abbiamo valvole di sfogo

Piangiamo come fontane e siamo vittime di palpiti empatici nei confronti dei nostri personaggi. Soffriamo quando loro soffrono e temiamo per la loro incolumità. Ci salgono anche i sudori freddi. A tale proposito non portateci al cinema, ne usciamo talvolta con il cuore gonfio.

 

3. Facciamo fatica e sudiamo

Ci vuole pazienza (altrimenti detta “resistenza” e “sopportazione”) per leggere un libro, anche perché non sempre le storie più valide sono intriganti e ci forniscono una mirabolante successione di eventi che ci coinvolge, ci mette in trepidante attesa e tiene lontana la noia. Talvolta si deve combattere con se stessi con la prospettiva di un bene più alto e maggiore.

Anche i lettori, come gli sportivi, conoscono il valore di uno sforzo, che è prima mentale e poi fisico, e trovano la motivazione in loro stessi e non in una ricompensa morale immediata.

 

4. Ci alleniamo con costanza per migliorare i risultati

Leggere un libro è talvolta faticoso e il piacere è quello di piccoli attimi che si ripetono con frequenza costante: per una parola, un’espressione, un dialogo, una scena, un’emozione.

Non sempre si tratta di una strada in discesa, non sempre è priva di ostacoli, non sempre abbiamo la spinta giusta, non sempre c’è una fine a cui arrivare (ci sono libri incompiuti bellissimi).

Anche i lettori come gli sportivi credono nel valore del ritmo e sanno che prima o poi i muscoli si scioglieranno, rendendo tutto più semplice e permettendo di godere di ogni istante. Ci abituiamo ad apprezzare i piccoli movimenti, quasi impercettibili, che si dispiegano sulla pagina e non richiediamo risultati immediati e scosse adrenaliniche.

 

5. Combattiamo le azioni esterne come fossimo su un ring

E poi ci sono le azioni esterne che impediscono l’attività: le interferenze, le distrazioni, le cose che appaiono più luccicanti e appetibili, quelle che non dipendono da te, i cui tempi sono dettati da altri. Ma noi non ci arrendiamo.

La lettura è anche questo: la capacità di spararsi un libro anche se stai singhiozzando per andare avanti, anche se ci metti mesi per arrivare a quell’ultimo capitolo.

Si inizia un libro e poi ci si perde.

Riprenderlo richiede sforzo, come quello di un corridore che riprende la via in un abbrivo sul finale, nonostante la stanchezza lo assalga e gli tolga il respiro.

 

6. Abbiamo un traguardo

Continuare un libro è talvolta una scelta di forza e pazienza, perché non sempre tutto concorre a renderci la lettura facile e agevole.

D’altra parte, il libro non ha un tempo predefinito, non è un film con i suoi 120 minuti ideali programmati, non è una maratona che prevede i risultati migliori cronometrati, non è una palestra dove darti gli obiettivi per una stagione.

Un libro ti mette alla prova, non ti ripaga subito, agisce sotto pelle senza che tu te ne accorga e non ci sarà mai nessuno che riconoscerà la tua vittoria. Il tuo trionfo sarà discreto, celato, privato e i suoi effetti non sempre ti saranno chiari e lampanti.

 

7. Coltiviamo il valore della resistenza

Crediamo anche noi, come il più strenuo maratoneta, che la capacità di sopportazione ci renda forti, resistenti, ci scolpisca, ci fortifichi e ci renda umani migliori e più belli.

Ma un lettore che non fa sport è indolente solo all’apparenza. Ha temprato lo spirito con la sopportazione e crede nel valore della pazienza come una decisione attiva, metodica, allevata con cura, lontana da ogni commistione con l’immobilismo e la pigrizia. Del resto lo abbiamo imparato da Leopardi che “La pazienza è la più eroica delle virtù, giusto perché non ha nessuna apparenza di eroico”. E per noi lettori pigri Giacomino è un mentore, un po’ come Usain Bolt per un velocista.

 

Quindi amiche/i sportive, anche i lettori si allenano. Solo con qualche muscoletto in meno. Ma è una questione di forma e non di sostanza.

Certo, non portateci a fare trekking senza prevedere lunghe pause di riposo.

 

Ecco i libri per allenarvi e temprare la vostra resistenza. Uno a causa della mole, l’altro a causa dei temi:

Maratona

Anna Karenina di Lev Tolstoj

Corsa a ostacoli

Brevi interviste con uomini schifosi di David Foster Fallace

 

Immagine: Elena Bortot