Ecco un triplete che me gusta mucho: capolavoro l’opera del creativo René Saavedra nel promuovere il No alla rielezione di Pinochet; capolavoro di coraggio e non-violenza il voto del popolo cileno; capolavoro il film, per come racconta e illustra l’intera vicenda.

Titolo originale: No

Produzione: Cile, Francia, Stati Uniti d’America

Anno: 2012

Durata: 110 min

Genere: Drammatico, Storico

Regia: Pablo Larraín

L’11 settembre non fu triste solo nel 2001. Nel 1973, in Cile, il generale Augusto Pinochet spodestò il socialista Salvador Allende con un violento colpo di stato (favorito dagli USA) al quale seguirono feroci repressioni verso ogni oppositore, reale o presunto. All’inizio del film scorrono numeri impressionanti di persone uccise, esiliate, sequestrate, torturate, scomparse (desaparecidos, termine sentito spesso e tristemente, a partire dal Cile e a seguire con la dittatura altrettanto sanguinaria di Jorge Rafael Videla in Argentina). Furono 15 anni di terrore, soprattutto agli inizi. Poi la dittatura seppe darsi una parvenza di democrazia, e con politiche liberiste di scuola americana creò persino un certo benessere, che però toccava una ristretta oligarchia di persone. Buona parte della popolazione viveva male, soprattutto senza libertà, ma la propaganda di regime funzionava.

Quando il generale fu costretto a indire il referendum, su pressioni internazionali, le stesse opposizioni, divise in 17 formazioni politiche molto eterogenee, non credevano possibile la vittoria e puntavano a utilizzare lo spazio messo a disposizione dalla televisione semplicemente per rendere pubbliche notizie che non lo erano. Furono concessi, per i 27 giorni che precedettero le votazioni, 15 minuti di trasmissione giornaliera al comitato del Sì e altrettanti a quello del No. Saavedra, figlio di un esule, era un giovane e brillante pubblicitario, ben pagato, che lavorava alle dipendenze di un fedelissimo di Pinochet. Non aveva particolari pulsioni ideologiche ma era a favore del No, e quando provarono a coinvolgerlo nella produzione dei video alla fine accettò. Lui e tutti i collaboratori subirono minacce, intimidazioni e solo l’attenzione dei media internazionali li salvò. Il risultato finale, già menzionato, è ormai storia, una bella Storia, fu eccezionale.

Film girato in vecchio stile technicolor, formato 4:3, pellicola sgranata. Una scelta sagace, che ha reso le molte immagini di repertorio quasi indistinguibili dalla fiction con un effetto finale quasi da mockumentary. Anche il doppiaggio, non saprei dire se voluto, in alcuni casi è da documentario. Il risultato finale è la sensazione di vedere una pellicola girata proprio nel 1988, ed è a mio parere eccellente, stimola la partecipazione emotiva agli eventi. Sono emozioni che non distraggono, anzi agevolano l’attenzione, e di spunti interessanti, attualissimi, ce ne sono veramente molti e meriterebbero trattazione da parte di esperti di politica e/o di comunicazione, di sociologi.

Perché le opposizioni erano sicure di perdere il referendum?

Per il resto del mondo, in un coro quasi unanime, era scontato vincesse il No, invece era vero il contrario. Saavedra e soci, prima di cominciare a lavorare, e di farlo in quel modo sorprendente, dovettero darsi una risposta reale a questa domanda. La trovarono e da quel momento tutta la strategia ebbe una linea guida.

Come detto, gli ultimi anni della dittatura furono relativamente meno violenti e videro aumentare il benessere del Paese. C’era persino chi parlava di “miracolo cileno”. Una riduzione della popolazione indigente, una piccola e media borghesia emergente e tutto sommato benestante, tutto contribuiva a una “pax romana” sulla quale sempre vigile era il manganello della dittatura. La gente era stanca delle violenze, temeva cambiamenti, aveva speranze di alzarsi nella scala sociale. Bastonate ancora tante, ma anche qualche carota, magari una lotteria a premi. Ai nostri giorni avremmo visto bar pieni di “temerari” del gratta-e-(non)vinci. Sempre vero poi che ci si abitua a tutto, al punto da non immaginare nemmeno un altro mondo sia possibile. Aggiungiamoci il fatto che sì, c’erano 15 minuti a testa per i 2 comitati, ma per il resto della programmazione la televisione era completamente in mano al regime. Il referendum, anche perché indetto da Pinochet, aveva tutti i connotati per dare al dittatore una legittimazione plebiscitaria che fatalmente non lo avrebbe più scalzato.

Un logo con l’arcobaleno dei colori delle opposizioni. Un jingle che inneggiasse il motto “Chile l’alegria ya viene” (Cile, l’allegria è in arrivo), spot e immagini allegre, spesso spiritose, senza dimenticare di denunciare i soprusi passati e la povertà ma sempre inneggiando all’allegria. Comprensibili ostilità da parte di qualche politico: come si fa a parlare di allegria a chi ha subito lutti e torture? E invece non solo si può, ma si deve, altrimenti si fa il gioco del dittatore, si appare come gente triste e priva di speranza, contro uno forte che può tutto; come si dice: si passa dalla parte del torto pur avendo ragione. L’idea funzionò, il messaggio fece presa nella forma e nella sostanza e il vero Miracolo cileno fu di riuscire a spodestare Pinochet senza usare violenza.

Saavedra svanisce lontano dai riflettori dopo la vittoria. Non è e non vuole essere eroe, e non lo è stato. Fu una vittoria di corpo, di popolo, dove i leader seppero scegliere le persone giuste nei ruoli chiave, per fare quanto necessario a raggiungere lo scopo. Furono messe da parte ritrosie, ideologie, lamentele, piagnistei, tante cose che erano comprensibili e giustificabili ma controproducenti nel contesto. Il Sì era vecchio, retrogrado, pieno di divise militari. Il No era gioioso, giovane, dinamico, pieno di speranza.

Un film assolutamente da vedere, una vicenda storica che insegna moltissimo.