“Tutti i nostri giorni sono numerati.
Non possiamo permetterci di essere indolenti.
Creare una cattiva idea è sempre meglio che non crearla affatto… perché il valore di un’idea non diventa evidente fino a che non l’hai creata.
A volte quest’idea può essere la più cosa piccola del mondo, una piccola fiamma che plasmi e accarezzi con le tue mani, e preghi che non venga spenta da tutte le tempeste che gridano su di lei.
Se tu saprai mantenere quella fiamma, grandi cose potranno essere costruite attorno ad essa, cose imponenti, forti e capaci di cambiare il mondo… tutte riunite nella più piccola delle idee.”
[Nick Cave – 20.000 Days on Earth]

È il ventimillesimo giorno da quando Nick Cave è venuto al mondo.
Dal risveglio all’alba nel bianco letto matrimoniale di fianco alla splendida moglie, la modella inglese Susie Bick, al tramonto sul molo del porto di Brighton (UK) dove risiede, il docu-film premiato in cinque diversi festival mondiali e firmato dai registi inglesi Iain Forsyth e Jane Pollard ci porta in viaggio per 95 minuti nella vita privata e professionale di uno degli ultimi grandi artisti musicali rimasti in vita.
L’idea è quella di alternare le immagini della realizzazione di “Push the Sky Away” (Spingere Via il Cielo), l’ultimo album di Cave, insieme alla sua fraterna band dei “Bad Seeds” (ormai il 15mo), con quelle dei suoi ricordi, delle sue avventure dentro e fuori dal palco, del suo rapporto con la moglie e i due figli, i gemelli Arthur e Earl.
Nonostante l’opera odori pericolosamente di fittizio, di costruito, riusciamo comunque ad essere catapultati nel quotidiano di Cave attraverso la sua affascinante, originale e spesso distorta visione della Vita e della Musica, messi a confronto con le nostre stesse idee, i nostri gusti, i nostri principi, le nostre convinzioni.
Siano esse vitali o musicali.
La poetica visionaria di Cave – tra i suoi monologhi fuori campo e i dialoghi con i protagonisti del suo passato e presente (la Minogue, Blixa Bargeld, Warren Ellis dei Seeds, il proprio psicologo…) – mette a nudo la sua natura stessa di artista, il suo rapporto con il pubblico, i propri limiti che lo rendono “probabilmente una meravigliosa catastrofe“.

Credo in Dio
Credo anche nelle sirene
Credo in 72 vergini in catene
Perché no? Perché no?
Credo nell’estasi
Poiché ho visto il tuo viso
sul fondo dell’oceano
e sul ventre della pioggia
[“Mermaids” – Push the Sky Away]

I flash degli aneddoti raccontati dallo stesso musicista illuminano alcuni lati oscuri di un essere umano particolare, uno che perde interesse nelle proprie canzoni il secondo dopo averle concluse (“Una volta che hai capito una canzone, non è poi più così tanto interessante“), che si sente simile a Dio quando sul palcoscenico arriva a fondersi completamente con i fan e l’essenza dei propri versi.
Che inevitabilmente, trascinato dalle forze contrastanti che lo animano da sempre, mescola sacro e profano nei propri testi, rapito sin dalla giovinezza dal più primordiale e universale degli scontri. Pornografia e icone cristiane, ciocche di capelli appese ai muri dell’appartamento del periodo londinese insieme a miriadi di stelle comete, Nick Cave è l’erede musicale di William Blake ed Edgar Allan Poe.
Di diverso dai due grandi e cupi scrittori ha lo strumento principe delle propria arte: la voce -cavernosa, tagliente, assolutrice – e non le pagine di un libro, per dare senso e forma alle proprie storie, inserite in un contesto rock e blues dai ritmi compassati, eterei e avvolgenti, addolciti solo da un coro di bambini francesi.
Ma ritmi mai sereni, così come il tormentato animo dell’autore australiano.

Docu-film di Nick Cave

Sono da solo, adesso. Sono senza recriminazioni.
Le tende sono chiuse. I mobili andati.
Sono in trasformazione. Sto vibrando.
Sto brillando. Sto volando.
Guardatemi adesso.
Sto Volando.
Guardatemi adesso.”
[Jubilee Street – Push the Sky Away]

Sorretto dai riff agrodolci, soffici e incalzanti della chitarra, dal basso onnipresente e dalla lieve batteria dei “Cattivi Semi” e dalle proprie evoluzioni al pianoforte, Nick narra sin dall’introduzione dell’album i propri tormenti (“Non c’è bisogno di perdonare…” in We Know Who U R), interpretando, attraverso personaggi e simboli nati dalle nove canzoni, luci e ombre dei valori assoluti dell’Uomo: Amore, Morte, Evoluzione, Crudeltà Umana, Ispirazione, Dolore, Realizzazione…
Cave è un camaleonte che si destreggia e cammuffa tra le immagini e le emozioni create dalle proprie parole, raggiungendo l’apice in “Higgs Boson Blues”, la penultima canzone dell’album filmata live in studio in un crescendo tipico delle sue migliori produzioni.
Quei versi apocalittici e malinconici (“Robert Johnson e il diavolo/Non capivo chi stava fregando chi/Guidando la mia auto, alberi in fiamme andavano a fuoco“), incarnati con la stessa passione viscerale e totale che intravediamo durante uno dei suoi concerti nel film, ci riportano alle radici del musicista-Cave: sfiorare la mano alla ragazza in prima fila, cantandole a pochi centimetri dagli occhi lucidi e trasportati in una simbiosi intensa, unica e commovente, avvicina il cantante alla figura di demiurgo, di semidio.
Una dimensione inebriante, catarsi professionale e personale che non deve però appagare ma continuare a stimolare, a pungolare, come conclude Nick Cave nella title-track finale: “se senti di aver ottenuto tutto ciò per cui sei venuto, se hai ottenuto tutto e non vuoi più nulla, devi solo continuare a spingere, continuare a spingere.
Spingere via il cielo.”

Alla fine, non sono interessato in ciò che posso comprendere totalmente.
Le parole che ho scritto negli anni sono solo una patina esterna.
Ci sono verità che giacciono al di sotto della superficie delle parole… verità che risalgono senza preavviso, come le gobbe di un mostro marino, e poi scompaiono.
Ciò che per me è cantare e scrivere canzoni è trovare un modo per attirare il mostro in superficie, creare uno spazio dove la creatura possa incunearsi tra ciò che è reale e ciò che conosciamo.
Questo spazio luccicante, dove immaginazione e realtà s’incontrano… qui è dove esistono tutto l’amore, le lacrime e la gioia.
È questo Il Posto.
Noi viviamo Qui.”