Mi piace sporcarmi le mani, soprattutto di olio motore, nella mia officina mi sento padrone di un mondo tutto mio, fatto dalle soddisfazioni che derivano dal lavorare con le mani.

Pulirsi la fronte con il dorso dell’avambraccio per non sporcarsi ulteriormente il viso, aprire un cassetto e trovarci ordinati utensili bellissimi ma spesso quasi inutili, sì il regno del maschio appassionato di motori è la sua officina. C’è solo un altro posto in casa dove si possono provare le stesse sensazioni, con una soddisfazione in più, quella di creare e non riparare. La cucina.

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La cucina è l’officina dell’amore per gli altri e per se stessi, in cucina si creano capolavori di ingegneria alimentare ed estetica frutto di delicatissimi e spesso, per me, incomprensibili procedimenti, destinati ad essere distrutti dal più comune dei gesti animali, la masticazione. In cucina si è nudi di fronte agli ospiti, si soffre nel presentare un piatto imperfetto, ma si gode nel vederlo divorare con avidità. Non è masochismo, è amore. Come i Mandala dei monaci Buddisti, complicatissime composizioni realizzate con sabbie di colori diversi destinate ad essere distrutte un secondo dopo la fine della loro lunghissima lavorazione offerta al proprio culto. L’ospite è infatti sacro e richiede tutta la propria attenzione nel preparargli pasti che appaghino tutti i sensi e che possibilmente siano anche sani.

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Così, quando mi trovo in cucina, desidero eccellere, alcune volte con risultati pessimi, altre volte ottimi, circondato dai miei ingredienti e dai miei strumenti. Sì la cucina, infatti, è un mondo simile a quello dell’officina, il piacere della moto è quello di avere performance migliorate o ripristinate, quello della cucina è quello di offrire agli ospiti pasti sani e gustosi. Per eccellere in entrambi i campi bisogna sapere quello che si fa e sporcarsi le mani.

Così mi ritrovo ospite della famiglia Antinori e di KitchenAid di fronte ad uno chef stellato nelle campagne del Chianti, la mia amata terra. Sono circondato da donne estremamente preparate sulla materia e molto combattive. Così so che dovrò darmi da fare per tenere alta la dignità maschile tra i fornelli.

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Lo chef Matia Barciulli mi conquista subito, proponendo di insegnarci un menù per non andare nel panico preparando piatti da sogno. Ci spiega brevemente il menù e, da vero maestro, ci fa capire come si organizza il lavoro e come se ne pianifica la produzione. Si parte dalle cose più complicate e lunghe, e soprattutto mi lascia a bocca aperta con l’uso dell’abbattitore. Il suo valore in cucina è pari a quello di una sabbiatrice che possa contenere un telaio in un’officina di un amante di moto d’epoca. Ha le dimensioni di un forno e permette di sfruttare i benefici di un abbattitore professionale in una cucina domestica. Benefici perché tra congelare e abbattere c’è di mezzo il sapore, che nel congelatore se ne va, con l’abbattitore resta inalterato. Così, abbattendo i preparati o le materie prime, si può iniziare a organizzare la grande cena giorni prima, garantendo inalterata la freschezza. D’altronde, quando voglio stupire qualcuno, sopratutto se bionda e che mi sopporta tutti giorni, ho bisogno di almeno tutto il pomeriggio libero e di tutti gli utensili possibili e immaginabili, riducendo la cucina a un campo di battaglia e tramutando la missione di passare il mio amore attraverso il cibo in uno sport estremo misto tra freeclimbing tra gli scaffali e curling con le pentole. Potendo suddividere il lavoro in più giorni potrei risparmiarmi questo delirante aspetto. Inoltre, i prodotti KitchenAid che ho potuto testare rendono tutte le operazioni particolarmente semplici e veloci: anche un inesperto appassionato come me potrebbe sfruttarne bene le potenzialità.

Per fare un esempio concreto, ho preparato una pannacotta di yogurt e vaniglia su pesto di lamponi, ricetta di Chef Matia. Il preparato l’ho montato con una macchina geniale, l’impastatore KitchenAid, il primo casalingo, il primo prodotto del brand che ha preso il nome da questo prezioso aiuto. Il suo design è bello, mi ricorda una macchina americana d’epoca, gli anni ruggenti, e ha un motore potente, veloce. Ci puoi impastare, montare, tritare, affettare e tirare la pasta. Soprattutto, non devi essere essere uno chef stellato. Anche se, mentre mi cimento con il magico strumento, sono guidato da Lui e sotto il tiro delle mie spietate colleghe.

Appagato dai risultati e stupito di quanto le mie scarse capacità siano migliorate dall’uso di utensili così raffinati e utili, mi ritrovo al tavolo dello chef. Per l’esattezza all’Osteria Di Passignano, dove assaggiamo di cosa è capace il toscano chef. La sua cucina, se pur raffinata, permette di apprezzare sapori veri e non troppo destrutturati, portando l’alta cucina a un piano più verace e permettendo l’assaggio di ingredienti complessi come le animelle o il piccione senza sentirsi a disagio di fronte a capolavori di chef irraggiungibili.

Dormo e digerisco bene, il giorno dopo mi sveglio con l’appetito di un leone, sintomo della qualità del precedente pasto. Così i nostri ospiti ci portano a visitare una delle cantine più incredibili della Toscana, quella della famiglia Antinori, nascosta in una collina dalla matita di Casamonti, protegge migliaia di preziosissimi ettolitri di vini di qualità. Dopo visite e assaggi ci sediamo di nuovo alla cucina di Matia, questa volta per un hamburger, strepitoso e privo di sovrastrutture inutili. Pane, carne, formaggio, bacon e patatine. Stop, ma stop veramente, stoppatevi e assaggiatelo.

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Così soavemente il mattino diventa sera in un giorno condito da sapori dolci e salati, ricco di vini e risate infarinate. Mi cullo sognando di essere uno chef professionista che può cucinare senza nemmeno sporcarsi la camicia e che sa usare al meglio tutti gli utensili di quella grandiosa officina che è il motore delle nostre case e delle nostre giornate, permettendoci di essere più sani e appagati. Perché si sa: “siamo quello che mangiamo”.

Photo credits: Massimo Bianchi

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