Dovrei fare tutto fuorché mettermi qui a scrivere. Ma è morto Gabriel García Márquez e la cosa ha scatenato in me un flusso di pensieri e ricordi, proprio ora che mi avvio a partire per l’America.

Quindi non mi importa molto che domani mi debba svegliare alle 4:30, che debba ancora fare una valigia, in cui non so bene cosa mettere, e che ho scoperto della morte dello scrittore perché stavo guardando il meteo della mia destinazione. Il fatto è che mi son bloccata. E ora scrivo un po’ di getto. Non racconterò chi era, cosa ha scritto, perché è famoso e se valga la pena leggere qualche suo libro. Tutte le testate ne parleranno e di certo daranno informazioni più documentate delle mie, che dovrei leggermi Wikipedia per ricordarmi qualcosa o affidarmi alle quarte di copertina dei suoi libri.

Per me i libri sono dei momenti personali e hanno un tempo e un luogo. Sicuro, deciso, definito e scolpito. Leghiamo i libri non solo a quello che possono dirci, a quello che ci fanno sognare, a quello che ci fanno scoprire o di cui ci rendono partecipi. Li leghiamo anche a momenti, situazioni. Sono un rumore di sottofondo discreto e silenzioso, che talvolta emerge dopo che per tanto tempo aveva fluttuato in posti nascosti.

Cent’anni di solitudine per me è stato il primo libro di Gabriel García Márquez. È stato il libro della mia prima estate. E di tante cose che furono le prime.

Cent’anni di solitudine me lo aveva messo sul tavolo chi allora teneva a me. Non mi aveva detto molto. Lo aveva preso e mi aveva comunicato che era tempo di affrontarlo, proprio in quella vacanza. L’atteggiamento non prevedeva discussioni, era una dolce imposizione. Era stata l’ultima azione compiuta prima di caricare la macchina per il campeggio. Alla mamma avevo detto che avevamo una macchinata piena di amici. In realtà eravamo in due, ma ci bastavamo (cara mamma, dopo tanti anni accetterai la verità della menzogna senza disperarti troppo).

La mattina, quando il sole cominciava a battere sulla tenda, probabilmente alle 5 del mattino esatte, uscivo sgattaiolando. C’era ancora la possibilità di godersi un po’ di frescura e in Sicilia, nella settimana di Ferragosto, vi assicuro che, allora come adesso, era una dolce chimera. Era proprio vero, come sosteneva chi me lo aveva fatto scoprire: a incatenarmi al libro sarebbe stato il suo incipit. Stavo lì e leggevo, scorrevo pagine come se non avessi nient’altro in testa. Attraversavo terre, generazioni, tempi, famiglie. Ricordavo nomi, alcune volte li scordavo perché a un certo punto non riuscivo neanche più a contarli tanti erano i personaggi che mi si affacciavano agli occhi e alla mente e si perdevano tra realtà, mito e leggenda. La sera se ne parlava insieme di quel libro, di tutto quel mondo tra la poesia e la realtà, destini, premonizioni, ritmi ineluttabili, forza della natura, dannazione e salvazione, cicli reversibili di vita-morte-vita. Finì la vacanza in un lampo, ma anche il libro ci impiegò lo stesso tempo. Semplicemente ci accompagnò e creò una strana aura extratemporale.

Dopo del tempo lo regalai a un ragazzo con il quale in quel periodo stavo uscendo. Era passato qualche anno da quando lo avevano messo su quel tavolo per me. Quel ragazzo, che si muoveva tanto in macchina e la teneva più pulita del mio appartamento, lo poggiò subito sul sedile di dietro. Lui non andava in campeggio come me ed era un po’ diverso da me, ma non capivo in che senso. Ero ancora in quella fase tra il deciso e l’indeciso, sì può andare, ma non mi convince. C’è qualcosa che non mi torna, ma non riesco a giustificarla davvero. Dovrei obbedire al mio istinto irrazionale e prendere un’altra strada, dovrei provare a dargli un po’ di tempo per capirlo meglio. Insomma, ero ancora in quella fase della frequentazione oscillante, dove, aihmè, la più piccola cosa potrebbe significare tutto. E la più piccola cosa accadde.

Successe quando salii in macchina dopo qualche giorno. Lui mi venne a prendere. Io uscii di casa, aprii lo sportello e feci per sedermi. La coda del mio occhio colse Cent’anni di solitudine ancora nella posizione di quel giorno in cui io glielo regalai. Il libro non si era mosso di un millimetro, ma, soprattutto, nessuno lo aveva mosso.

Ci sono addii obbligati di cui comprendi l’esigenza e l’essenza come se un bagliore ti accecasse. Fu merito di Gabriel García Márquez.

Addio Gabo, è bello averti nei miei ricordi. Ed è stato bello fare la conoscenza di tutti gli uomini che nella tua vita e nella tua fantasia hai incontrato. Me lo hai insegnato anche tu che c’è sempre il momento in cui qualcuno ritorna.