Inutile dire che ho sempre sognato di fare il fotografo o che, quando da bambino mi chiedevano cosa volessi fare da grande, io rispondessi “il fotografo”. No, non è stato così.

Sono una persona schietta, a volte scontrosa, spesso spigolosa.

Ho fatto il fotografo perché credevo fosse una cosa semplice, un lavoro divertente, sempre meglio che lavorare davvero, insomma. Ma dall’arte, dalla pittura, dalla cultura visiva in generale sono sempre stato attratto, in un modo un po’ fisico anche.

Ho iniziato a 20 anni, mi sono iscritto all’Università, mi sono annoiato, l’ho mollata. Non avendo i soldi per pagarmi la scuola di fotografia ho fatto svariati lavori poco gratificanti, racimolato le somme necessarie e iniziato il mio percorso. Un anno di scuola, tante foto scattate, tanti progetti, spesso lasciati a metà. Prima uno stage da un fotografo, poi un lavoro come assistente, poi un contratto a tempo indeterminato. Poi ancora la voglia di essere libero, di ammazzarmi di lavoro per giorni e decidere per alcuni di non fare niente, la partita iva, la libera professione.

Mettiamo subito le cose in chiaro: non sono un artista, non sono uno che cattura l’attimo, non amo fare reportage.

Sono uno che costruisce momenti, che vuole essere regista di ogni scatto. Da qui la mia ossessione per lo still life. Nei miei anni di lavoro sono passato dall’editoria, all’arredamento, alla fotografia pubblicitaria, per poi ritornare randomicamente sui miei passi.

Accanto alla fotografia, in modo complementare, lavoro molto di post produzione e fotoritocco.

Mi piace sperimentare: essendo un fotografo di nuova generazione, nato in digitale, sono attratto dalla pellicola e dal mondo della camera oscura.

In questo spazio su Paper Project non farò sicuramente il professore, anche perché non ne sarei in grado, ma racconterò il mondo che vivo e cercherò di spiegare, per quanto mi è possibile, il panorama fotografico di oggi.