Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna. È un assioma indiscutibile, una verità pressoché matematica.

In letteratura ci sono tante quote rose che non si conoscono a fondo (o si è approfondita la loro storia solo successivamente), che hanno sempre agito come stimolo, ispirazione nel bene e nel male, che rappresentavano quella quotidianità che lo scrittore viveva ma non raccontava o la raccontava a modo suo.

Non erano le ideali, eteree, consolatrici Beatrice, Laura, Silvia, anzi qualche volta hanno rappresentato anche un motivo di squilibrio per l’autore stesso, fonte stessa di dolore e tormento che in qualche modo è confluita nella sua opera.

Una di queste era Zelda Fitzgerald, moglie di Francis Scott Fitzgerald. I due si sposarono quando lei aveva 20 anni e lo sposo quattro di più. Alle spalle un lungo corteggiamento: Zelda si rifiutava di sposare un uomo non ricco. Solo dopo la pubblicazione nel 1920 di Di qua dal paradiso e una situazione economica ben assestata convolarono a nozze.

La loro storia d’amore fu tormentata e di certo influì sulla vita letteraria di entrambi. Dopo i primi successi di Francis Scott Fitzgerald la coppia fu catapultata nei salotti newyorkesi dell’America anni ‘20 che stava vivendo gli anni d’oro del jazz. Erano la coppia bella, colta, mondana, ricca e che organizzava fantastiche feste nella dimora di Long Island (quel tipo di feste che Il grande Gatsby rese indimenticabili).

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Francis Scott Fitzgerald pubblicava romanzi di successo e Zelda raccontava nelle sue memorie gli alti e bassi di un tormentato matrimonio che visse sempre sull’orlo di un equilibrio precario anche a causa della sua malattia. Fu ricoverata più volte in manicomio, si sottopose a diverse cure, ma i suoi stati depressivi ritornavano più violenti e problematici.

Feroci litigi scoppiavano anche perché Francis Scott Fitzgerald si opponeva con forza alla pubblicazione delle sue memorie che parlavano di luci e ombre di un matrimonio apparentemente perfetto e di una donna — per altri bella, fortunata e di successo — che viveva la disperazione di lunghi periodi della vita trascorsi in ospedali per malattie mentali. Briciole di quella vita poi le raccontò lui stesso in Tenera è la notte con una delicatezza, premura e dolcezza affettuosa che fa dimenticare il dolore violento e disperato che mise in crisi anche il loro legame.

Vissero gioie, momenti di amore appassionato, problemi di alcolismo. Si scontrarono con violenti litigi, gelosie e sospetti. Zelda aveva conosciuto un pilota francese e la relazione fra Francis Scott Fitzgerald e Ernest Hemingway, così sospettava la moglie, forse era qualcosa di più di una semplice amicizia.

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Francis Scott Fitzgerald visse nel rimorso (morì alcolizzato nel 1940). Zelda morì nel 1948 nell’incendio di una sanatoria mentale dove si stava sottoponendo all’elettroshock.

La sua vita letteraria, come quella di Zelda, come dichiara Anne Fowler (autrice di Z: A Novel of Zelda Fitzgerald, non pubblicato in Italia), forse rappresentava “due facce di una stessa medaglia. È difficile immaginare che saremmo qui a parlare anche solo di uno di loro, se non fossero stati una coppia”.

Non si risparmiarono niente, soprattutto non si risparmiarono niente come coppia: vissero nella gioia del successo, nella disperazione della malattia, nella violenza della gelosia e della possessione, nel tormento del rimorso, ma soprattutto vissero di un amore declinato nei suoi eccessi, alti e bassi che fossero.

Sulla lapide della loro tomba campeggia l’ultima frase de Il Grande Gatsby.

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Le opere di Zelda Fitzgerald pubblicate in Italia: Lasciami l’ultimo valzer, Caro Scott, carissima Zelda. Le lettere d’amore di F. Scott e Zelda Fitzgerald.