I treni, la pioggia, il cielo plumbeo quando non è pioggia, i percorsi militari tra una pozzanghera e l’altra, le giornate lavorative che sembra che non abbiano termine, possono spesso distruggermi.

Accade che torni a casa e, vittima di un mesto pasto, non riesca a trovare di meglio da fare che guardare una bella commediola hollywoodiana. Di quelle trash possibilmente. Tutto per trovare una consolazione alla giornata e dare una svolta positiva alla serata. Raggiungo l’estasi quando la tv mi regala perle come Ragazze a Beverly Hills (nella mia wishlist) e Sex List. A quel punto riesco a ritenermi fortunata per circa due ore e mi convinco di fare la cosa giusta. Niente grilli per la testa e niente pensieri, qualora ce ne siano di validi a tarda serata. Per far scattare la magia mi basta qualche sana risata, un po’ di fresco imbarazzo su qualche scena e una storia dal finale prevedibile. Chi non prova lo stesso piacere nel totale appiattimento cerebrale (cerebro, quale cerebro?! cit.)? Alcune volte penso anche che mi rivitalizzi. E qui si spiegano tante cose.

L’altra sera queste erano le buone intenzioni. Ma la televisione e il film (Looper – In fuga dal passato) hanno avuto la capacità di sorprendermi piacevolmente toccando una delle mie corde più sensibili: i paradossi temporali e il senso di un destino. La stessa sensazione l’avevo provata davanti a Minority Report, per riportarvi al genere di trama.

Nell’anno 2074 non si possono assassinare persone senza passare inosservati, perché ciascuno è archiviato anagraficamente attraverso un microchip. Un’organizzazione criminale ha quindi deciso di utilizzare una macchina del tempo per spedire nel passato (30 anni addietro) le proprie vittime predestinate e qui assoldare dei sicari, i looper, che uccidano e occultino il cadavere senza lasciarne traccia. Ma, ad un certo punto, ciascun looper si ritroverà davanti, venuto dal futuro, il proprio se stesso, invecchiato di trent’anni, e destinato a morire per sua mano. Anche se tutto all’apparenza sembra di quint’ordine, accade che…

Ci sono film (e storie) che catapultano i protagonisti in universi di fantasia in cui è possibile prevedere il futuro e, in qualche modo, agire sul passato determinando destini diversi da quelli previsti. Ritorno al futuro, nelle sue tre declinazioni, ne è un esempio sopra tutti. Sliding Doors è invece l’esempio di come una scelta effettuata in un preciso istante possa generare due storie di vita diverse. Il caro libero arbitrio è preservato.

Ci sono film (e storie), invece, in cui la conoscenza del futuro dà solo l’illusione di poter intervenire per cambiare la propria sorte, ma poi qualsiasi azione involontaria, volta anche a evitare che si inveri la profezia, ricostruirà i tasselli di quel futuro predestinato. Il tutto senza la consapevolezza e la volontà del malcapitato. Al protagonista non rimarrà che accettare il proprio destino inesorabile, sopportare il fardello e farsene una ragione. Si accorgerà della sua impotenza solo alla fine e si sentirà quasi beffato da un’entità per lui non contemplata fino ad allora: il Fato. Con buona pace del libero arbitrio, della libertà e compagnia bella. La tragedia è alle porte.

E qui sta il divertimento, più per me che per i protagonisti. In questi film, ambientati in un mondo futuristico, non ho visto situazioni così diverse da quelle che le tragedie greche mi avevano insegnato.

A noi classicisti piace tanto trovare paralleli tra il passato, il presente e il futuro. È come sapere come finisce una barzelletta. Ci sentiamo preparatissimi e la ascoltiamo solo per dare il piacere al narratore di arrivare fino in fondo. Vorremmo quasi alzare la zampetta dicendo: “Io lo so, io lo soooo”. Ma poi tanto lo sappiamo che non ci ascolta nessuno, facciamo sempre la figura di Cassandra, che parla ma non vien creduta.

Se per gli antichi chi profetizzava era una Pizia o una Sibilla Cumana, ora noi al loro posto abbiamo la Tecnologia che ci illustra il nostro futuro e tenta di immetterci sulla via giusta. Ognuno ha ciò che si merita, ma i piccoli cambiamenti non modificano, in questo caso, la sostanza.

Così allora nel passato, come in un futuro ipotetico, rimane la speranza di poter influire sul proprio destino con le proprie scelte senza pensare che questo faccia il suo percorso inesorabile. Il nostro sogno, grazie alle illusioni, rimane bel lontano dall’infrangersi. E tutto va bene. Possiamo chetare lo spirito tragico che è in noi senza farci troppi problemi: a tutto c’è sempre una soluzione.

Quando a Laio, padre di Edipo, fu profetizzato che il figlio lo avrebbe ucciso, lui naturalmente lo allontanò, per evitare che questo si inverasse. Era scolpito sulla pietra che Edipo dovesse assassinare il padre e la sua colpa si ripercosse sulle future generazioni. A Edipo toccò causare la morte del padre in un incidente fortuito durante la parata regale. Fino ad allora aveva trascorso la sua vita lontano dalla città e allevato dal suo tutore, cui era stato affidato ancora infante. Laio ci aveva provato, forte della sua conoscenza del futuro, a ovviare a quella nefasta profezia. Ma tutto fu vano e il Fato (forza contro cui non potevano niente neanche gli stessi dei) trovò un momento preciso in cui farli incontrare per realizzare quella profezia. Non poterono contro di lui né il tempo né la lontananza. Quale crudeltà maggiore di quella di essere impotenti di fronte alle situazioni e di non poter stabilire cambiamenti? In quanti riuscirebbero solo a sopportare la loro impotenza, accettarla e conviverci eroicamente? Niente soluzione.

Ad Achille fu predetto fin dalla nascita la propria morte sui campi di battaglia di Troia. Il semidio ottenne quindi una protezione del tutto speciale dalla madre Tetide che, per salvaguardarlo da quell’infausto destino, decise di immergerlo nelle acque del fiume per consegnare lui l’immortalità. Peccato che dovesse trattenerlo per qualche parte del suo corpo per evitare di annegarlo completamente. E quello fu proprio il tallone (quello famoso di Achille). Per sfuggire all’arruolamento poi si travestì da donna e si rifugiò tra le figlie di Licomede di Sciro. Giunse lì quel volpone di Ulisse travestito da mercante. Il suo compito era smascherare Achille e portarlo con sé nell’esercito. Bastò che facesse risuonare il corno perché Achille sentisse il richiamo alla guerra e al suo destino glorioso, ma di morte. Anche allora il Destino ebbe la meglio sui sotterfugi escogitati per scamparvi.

Così si chiuse il cerchio con il compimento del suo destino: la morte a Troia per mano di Paride che lo colpì proprio al tallone. Oltre il danno anche la beffa. Anche qui: niente soluzione.

Insomma, la fuga dal destino è una di quelle poche fughe di cui potremmo conoscere la fine, anche se non vorremmo che fosse proprio quella. Cambiare rotta potrebbe rivelarsi impossibile, nonostante gli sforzi profusi, le buone intenzioni e debiti scongiuri, anch’essi inutili. Non a tutto c’è sempre una soluzione.

Mi vien da pensare che forse sia meglio vivere di illusioni e nell’ignoranza del proprio futuro, se proprio tutto dev’essere già scolpito nella pietra. Nel caso in cui credessimo che le cose vadano proprio così, non ci resta che affidarci all’oroscopo di giorno in giorno.

Alla fine insomma la serata non l’ho chiusa con una commediola trash e leggera, ma in compenso mi sono rifatta con il finale prevedibile. Sono grandi soddisfazioni di fine giornata.

Ecco un libro con cui spoilerare il finale di qualche film ai vostri amici:

A sangue freddo di Truman Capote

Un fatto vero di cronaca trasformato in un romanzo, in cui l’analisi dei protagonisti e la loro storia fin dalla nascita sembra determinare le loro azioni e il loro destino da criminali. Alla fine rimane il dubbio che forse non avrebbero mai potuto comportarsi diversamente da come hanno fatto. Una realtà, più che una consolazione.

Pubblicato nel 1966, “A sangue freddo” suscitò una serie di polemiche di carattere letterario ed etico-sociale. L’autore venne accusato, tra l’altro, di voyerismo cinico, per aver voluto registrare “oggettivamente” un fatto di cronaca nera, anzi di violenza gratuita, avvenuta nel cuore del Middle West agricolo: lo sterminio brutale di una famiglia da parte di due psicopatici. Nel libro, la visione puntuale delle dinamiche della vicenda, ottenuta grazie all’assidua frequentazione dei due colpevoli, giustiziati dopo un processo durato sei anni, è filtrata e riscattata attraverso una sapiente rielaborazione stilistica.