Ci sono autori che per anni non consideri. Anzi, quando vai in libreria non li vedi proprio: scivolano davanti ai tuoi occhi e il cervello li ignora. Nessun segnale. Niente. Nemmeno un bip. Per me, con Gianrico Carofiglio, era così: non pervenuto.

Poi, complice il suggerimento di un amico, venerdì scorso ho comprato La regola dell’equilibrio (Einaudi, 282 pagine, 19 euro), l’ultimo romanzo di Carofiglio con protagonista l’avvocato Guido Guerrieri, e bam! è scoppiato l’amore.
Amore per Guerrieri, che è un uomo complesso e affascinante, un professionista serio ma che sa ridere di se stesso, un personaggio capace di entrare nel cuore del lettore e di fargli vivere la storia in prima persona; amore per la capacità di Carofiglio di descrivere l’attualità senza pedanteria e il mestiere dell’avvocato senza inutili tecnicismi, mettendo l’accento sul lato umano; amore per Carofiglio stesso e per il suo modo di scrivere che non disdegna l’ironia, perché a me sorridere – o anche ridere – da sola, mentre ad esempio leggo in treno, in fondo piace. È una scrittura lieve e profonda allo stesso tempo; soprattutto, non è mai banale.

La storia è questa:
«È una primavera strana, indecisa, come l’umore di Guido Guerrieri. Messo all’angolo da una vicenda personale che lo spinge a riflettere sulla propria esistenza, Guido pare chiudersi in se stesso. Come interlocutore preferito ha il sacco da boxe che pende dal soffitto del suo soggiorno. A smuovere la situazione arriva un cliente fuori del comune: un giudice nel pieno di una folgorante carriera, suo ex compagno di università, sempre primo negli studi e nei concorsi. Si rivolge a lui perché lo difenda dall’accusa di corruzione, la peggiore che possa ricadere su un magistrato. Quasi suo malgrado, Guerrieri si lascia coinvolgere dal caso e a poco a poco perde lucidità, lacerato dalla tensione fra regole formali e coscienza individuale. In un susseguirsi di accadimenti drammatici e squarci comici, ad aiutarlo saranno l’amico poliziotto, Carmelo Tancredi, e un investigatore privato, un personaggio difficile da decifrare: se non altro perché è donna, è bella, è ambigua, e gira con una mazza da baseball».

Io ho iniziato, un po’ scettica, La regola dell’equilibrio venerdì nel tardo pomeriggio; non sono più riuscita a smettere, tanto che domenica mattina il libro era già finito e il mio scetticismo se n’era andato a svernare nei mari del sud.
Così sono uscita, sono andata in libreria e ho comprato i primi due capitoli, se così possiamo chiamarli, del filone con protagonista l’avvocato Guerrieri: Testimone inconsapevole (Sellerio, 336 pagine, 12 euro) e Ad occhi chiusi (Sellerio, 272 pagine, 12 euro), la compagnia giusta per le vacanze di Natale.
Perché non per adesso?

Perché i miei occhi ormai, in libreria, Carofiglio lo vedono bene e io mi sono ritrovata nella borsa anche Il bordo vertiginoso delle cose (Rizzoli Vintage, 320 pagine, 14 euro).
«Un caffè al bar, una notizia di cronaca nera sul giornale, un nome che riaffiora dal passato e toglie il respiro. Enrico Vallesi è un uomo tradito dal successo del suo primo romanzo, intrappolato in un destino paradossale, che ha il sapore amaro delle occasioni mancate. Arriva però il giorno in cui sottrarsi al confronto con la memoria non è più possibile. Enrico decide allora di salire su un treno e tornare nella città dove è cresciuto, e dalla quale è scappato molti anni prima. Comincia in questo modo un avvincente viaggio di riscoperta attraverso i ricordi di un’adolescenza inquieta, in bilico fra rabbia e tenerezza. Un tempo fragile, struggente e violento segnato dall’amore per Celeste, giovane e luminosa supplente di filosofia, e dalla pericolosa attrazione per Salvatore, compagno di classe già adulto ed esperto della vita, anche nei suoi aspetti più feroci».

In questi giorni lo sto leggendo e mi piace, mi piace molto. Mentre scrivo questo post sono a pagina 224 e sono sempre più convinta che quello per Gianrico Carofiglio non sia un fuoco di paglia, ma un amore destinato a durare nel tempo.

 

Immagine di copertina da La regola dell’equilibrio.