Su Giacomino sono di parte. Ho sempre nutrito per lui una passione sfrenata e incontrollabile. Per un certo periodo, vittima di un entusiasmo al limite del paradosso trattandosi di chi sappiamo, consigliavo a chiunque di leggere il più possibile (risultati pessimi). Certo la nomea che Leopardi si era duramente conquistato negli anni rendeva, e rende ancora, l’impresa assai ardua. Ora, intendiamoci, sono tanto grata a Mario Martone del suo film e de “Il giovane favoloso”. Avrei soltanto voluto vedere, anche solo per qualche attimo in più, tra le dolci nebbie di Recanati e il disperato bisogno di amore di Leopardi, quell’immagine radiosa e grandiosa che io ho sempre avuto di questo piccolo e acciaccato poeta, filologo e filosofo. Non mi sono innamorata solo della vena più intimista di Leopardi, o delle sue parole alla luna, o della capacità di descrivere la forza della natura (e non solo) partendo da una piccola e rinsecchita pianta nata da rocce incandescenti. Mi sono innamorata soprattutto del suo sarcasmo e della sua smoderata passione per gli uomini e il loro animo. Ovvero per tutta quella forza di pensiero che un piccolo corpo, indebolito e ingobbito, riusciva a condensare racchiudendolo in un guscio di scetticismo ragionato e ironia misurata.

Ad aprirmi un mondo sconosciuto e meraviglioso sono state le “Operette Morali” che, porelle, e lo capisco benissimo, son partite da un titolo assai sfigato. Oggi il loro destino sarebbe ben diverso e magari il successo sarebbe spianato da uno di quei titoli accattivanti tanto in auge nei nostri tempi, chessò, vado a braccio, “Il profumo delle foglie di alloro di Recanati”.
Provate voi ad approcciarvi a quell’ostico titolo originale, che già nelle premesse pare in odor di morale? Oggi come oggi anch’io avrei un certo senso del pudore. Fortuna che allora, ai tempi di così dolce scoperta, sopravviveva in me qualche germe di serietà. Fortuna anche che quel germe di serietà è stato scacciato da Leopardi con ostinazione imprevedibile.

Ci sono tante cose che ho tentato di imparare da Giacomino, ma soprattutto tante cose che avrei sempre sperato che in tanti traessero dai suoi scritti:

1. La nobiltà del dubbio, che nei tempi in cui si fa di assertività e certezza il mezzo privilegiato per relazionarsi a ogni livello, mi pare dirompente. Nel caso in cui incontraste qualcuno troppo sicuro si sé sparate a memoria il passo dello Zibaldone. Un po’ come fosse “A Silvia”. Prevedo standing ovation. Più standing che ovation, ma tant’è. Le illusioni sono di questo mondo, e anche l’illusione di felicità e rivincita.

Il mio sistema introduce non solo uno Scetticismo ragionato e dimostrato, ma tale che, secondo il mio sistema, la ragione umana per qualsivoglia progresso possibile, non potrà mai spogliarsi di questo scetticismo; anzi esso contiene il vero, e si dimostra che la nostra ragione, non può assolutamente trovare il vero se non dubitando; ch’ella si allontana dal vero ogni volta che giudica con certezza; e che non solo il dubbio giova a scoprire il vero (secondo il principio di Cartesio ec. v. Dutens, par. 1, c. 2., § 10), ma il vero consiste essenzialmente nel dubbio, e chi dubita, sa, e sa il più che si possa sapere” (Zibaldone, p. 1655, 8 settembre 1821).

2. Il sarcasmo che stempera il dolore e ne ridimensiona gli effetti. Insomma, che Leopardi si piangesse addosso è solo uno di quei triti e ritriti luoghi comuni che mi fa venire prurito alle mani e principi di orticaria.
E, diamine, era Leopardi. Un uomo consumato dallo studio “matto e disperatissimo”, intrappolato nella piccola e aspra Recanati, in contatto con gli intellettuali del tempo, indebolito, osteggiato da un padre difficile, privato dell’amore di una donna di cui andava in perpetua ricerca. Ne avrebbe avuto anche di ben donde, il caro Giacomo. Eppure.

In questi giorni, quasi per vendicarmi del mondo, e quasi anche della virtù, ho immaginato e abbozzato certe prosette satiriche” (lettera a Pietro Giordani del 4 settembre 1820).

Ecco, con queste premesse mi ci sarei fatta una bel bicchierino di prosecco con Giacomino e tante fragorose risate. Era un osservatore acuto, pungente e meraviglioso della realtà. Di quelli con cui avresti passato serate piacevoli dopo essere fuggito da un salotto di intellettuali.

Il più savio partito è quello di ridere indistintamente e abitualmente d’ogni cosa e d’ognuno, incominciando da se medesimo

3. La mancanza di autoreferenzialità. La butto così, con una parola bruttissima che Leopardi non si sarebbe neanche sognato di usare. Lui pensava soltanto ai calchi dal greco e dal latino e traduceva all’impronta gli antichi.
Ho sempre avuto come la sensazione che Leopardi non si fidasse mai troppo, colpa sempre del fatidico dubbio, del suo dolore e del suo pensiero e cercasse avvallo in chi l’aveva preceduto. Senza di loro neanche il suo pensiero e la sua sofferenza avrebbero avuto reale dignità. Era convinto che i suoi problemi non fossero solo suoi, ma avessero un valore universale e condiviso che accomunava l’intera umanità e non lasciava nessuno escluso. Forse per questo valeva la pena ragionarci e scriverne. Il personalismo ne avrebbe annullato l’essenza e la forza. E lui lo sapeva benissimo.

Io diceva queste cose fra me, quasi come se quella filosofia dolorosa fosse d’invenzione mia, vedendola così rifiutata da tutti, come si rifiutano le cose nuove e mai più sentite. Ma poi, ripensando, mi ricordai ch’ella era tanto nuova, quanto Salomone e quanto omero, e i poeti e i filosofi più antichi che si conoscano: i quali tutti sono pienissimi di figure, di favole, di sentenze significanti l’estrema infelicità umana…”

Non ancora soddisfatto, con piglio battagliero si ribellava alla sua condizione contingente e di uomo, tra gli uomini, infelicissimo.

So che malato o sano, calpesto la vigliaccheria degli uomini, rifiuto ogni consolazione e ogn’inganno puerile, ed ho il coraggio di sostenere la privazione di ogni speranza, mirare intrepidamente il deserto della vita, non dissimularmi nessuna parte dell’infelicità umana, ed accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa ma vera

4. Ho imparato che l’infelicità umana pensata, razionalizzata, storicizzata è uno strumento di compassione verso gli uomini molto più forte ed efficace di una felicità millantata, ostentata e privata di ogni profondità. Oltre che la più seria forma di democrazia. Mi affido con molto più trasporto a un infelice che sa ridere di gusto che a un felice che vuole trasmettermi la sua cazzo di posticcia allegria. Mi affeziono di più a chi guarda indietro e intorno per ridimensionare se stesso più che a chi con autocompiaciuto dolore (quello che Leopardi rifuggiva con attenzione) si accartoccia senza speranza. Speranza in cosa? Giacomino alla fine penserebbe che, date tutte queste premesse, meglio la saggia accettazione che la accecata velleità. Vuoi mettere la produttività della prima rispetto all’altra? Vuoi mettere l’ipermovimento da noia con l’immobilismo da vivace e frizzante attività (e vita sociale)? Partire da un presupposto e marciare mi sembra più rivoluzionario che incistarsi laddove prima di noi hanno già esaurito tutti gli argomenti in proposito e ne hanno tratta qualche ragionevole conclusione. Ecco insomma, nonostante i difetti dell’umana specie gli fossero ben chiari, Leopardi ha sempre amato smoderatamente gli uomini e nutrito in loro una fiducia incommensurabile. E anche questo meriterebbe un altro prosecchino.

Qui valgono tutte le “Operette morali” prese insieme.

Or da ciò nasce ai costumi il maggior danno che mai si possa pensare. Come la disperazione, così né più né meno il disprezzo e l’intimo sentimento della vanità della vita sono i maggiori nemici del bene operare, e autori del male e della immoralità. Nasce da quelle disposizioni la indifferenza profonda, radicata ed efficacissima verso se stessi e verso gli altri, che è la maggior peste de’ costumi, de’ caratteri, e della morale. Non si può negare; la disposizione più ragionevole e più naturale che possa contrarre un uomo disingannato e ben istruito della realtà delle cose e degli uomini, senza però esser disperato né inclinato alle risoluzioni feroci, ma quieto e pacifico nel suo disinganno e nella sua cognizione, come son la più parte degli uomini ridotti in queste due ultime condizioni; la disposizione, dico, la più ragionevole e quella d’un pieno e continuo cinismo d’animo, di pensiero, di carattere, di costumi, d’opinione, di parole e d’azioni. Conosciuta ben a fondo e continuamente sentendo la vanità e la miseria della vita e la mala natura degli uomini, non volendo o non sapendo o non avendo coraggio, o anche col coraggio, non avendo forza di disperarsene, e di venire agli estremi contro la necessità e contro se stesso, e contro gli altri che sarebbero sempre ugualmente incorreggibili; volendo o dovendo pur vivere e rassegnarsi e cedere alla natura delle cose; – continuare in una vita che si disprezza, convivere e conversar con uomini che si conoscono per tristi e da nulla” (Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani, 1824)

5. Il potere della poesia e dell’immaginazione per salvare dall’infelicità. E ne parlava chi di poesia, infelicità e dolore ne conosceva in buone dosi. Ditelo a chi crede solo nella scienza, nella ragione e nel marketing. Ditelo anche a chi ammazza la cultura con studi di budget mirati. Ditelo a chi vendevebbe la Savdegna, e non solo, per un euvo (cit.).

E però non c’è dubbio che i progressi della ragione e lo spegnimento delle illusioni producono la barbarie, e un popolo oltremodo illuminato non diventa mica civilissimo, […] ma barbaro”.