Ci sono musei che vanno visti almeno una volta nella vita, anche se per visitarli bene ci vorrebbe una settimana. Minimo. Musei come il Louvre o il Metropolitan, che hanno al loro interno tante di quelle opere da farti venire il mal di mare. Musei in cui si può vagare alla cieca per scoprire sale in apparenza minori, ma belle tanto quanto le “maggiori”. Musei, insomma, in cui perdersi e sognare un po’.

L’Ermitage, punta di diamante del panorama culturale sanpietroburghese, è uno di questi. L’immenso Palazzo d’Inverno verde, bianco e oro, progettato dall’architetto italiano Bartolomeo Rastrelli per permettere agli zar di trascorrere la stagione fredda in una residenza degna di questo nome, è solo una parte del museo. La collezione, infatti, occupa anche il Piccolo Ermitage, il Nuovo Ermitage, il Grande Ermitage e il Teatro dell’Ermitage. Modesta, eh?

 

Erm

Come dice la mia guida Michelin, «si è calcolato che, soffermandosi un minuto davanti a ogni opera, il visitatore avrebbe bisogno di undici anni per visitare tutto… Si impongono delle drastiche scelte».

Eh già, perché di solito il tempo che uno ha a disposizione si riduce a una sola giornata. E bisogna anche tener conto che parte di quel tempo dovrà essere impiegato a scansar comitive, che a San Pietroburgo – ve lo assicuro – sono piuttosto numerose.

I piani sono tre e, ovviamente, funziona come in tutti i musei del mondo: ci sono sale affollatissime e sale completamente deserte, come quelle al piano terra (che per i russi, però, è il primo piano) dedicate alle civiltà antiche. In queste stanze è bello fermarsi per fare una pausa lontani dal caos, quando si comincia a essere un po’ ubriachi a causa della stanchezza e dei gruppi di giapponesi, che sono dei veri e propri virtuosi del movimento in sincrono.

Di solito le comitive stanno al primo piano, il regno della pittura italiana, francese, inglese, fiamminga, spagnola e chi più ne ha più ne metta: Tiziano, Rembrandt, Van Dyck, Rubens & Friends sembrano quasi scomparire dietro a tutti gli obiettivi puntati, ma si può sempre gridare «Che schifo, un topo» e sperare per il meglio.

L’ultimo piano è praticamente un capolavoro ed è veramente difficile scegliere cosa vedere e cosa no: c’è la sezione dedicata all’Estremo Oriente, a mio avviso imperdibile, e c’è l’arte francese del XIX e del XX secolo, con – tra gli altri – Matisse, Picasso, Renoir, Cézanne e Rodin.

Infine c’è il Palazzo d’Inverno stesso, con i suoi fantastici interni che da soli valgono la visita. Gli zar, di certo, non si facevano mancare nulla.