La via di Montramito è brutta, non sembra esserci molto altro da dire.Una lunga, triste, abbandonata strada di grande scorrimento che collega Viareggio alla Sarzanese.

È l’ingresso in Viareggio dall’entroterra, è una strada di concessionari, officine, discount, cave di sabbia attive e riconvertite, magazzini edili, rimessaggio barche. Per un breve tratto iniziale costeggia la Burlamacca, il canale che porta al molo di Viareggio, senza neanche scambiare due parole con lui.

Niente marciapiedi, illuminazione, piste ciclabili, neanche le strisce pedonali: la via riassume in sé tutti gli errori della non-azione, della manutenzione per piccole pezze. Per me che sono architetto è una sofferenza percorrere ogni giorno un segno così forte e vedere la sua agonia cronica.

Eppure di storie da guardare ce ne sono, sulla via di Montramito.

Il Ku bar davanti al Brico Io ha cambiato nome ogni sei mesi, alternando fiduciosi “nuova gestione” con rassegnati “affittasi attività” e ora sembra aver trovato la pace e una formula funzionante. Automoderna, con il mio meccanico dal cuore d’oro che in mancanza di contanti accetta in pagamento olio, salsicce, pane e vino. Un coraggioso Belle Arti, indomito espositore di cornici in legno, tele da riempire, colori, solventi e pennelli. Il bar Montramito, il bar del mio cappuccino delle 8 e 45 e del giornale, immutato per quarant’anni, poi chiuso un mese per ristrutturazione. E ci sentivamo tutti perduti, i ragazzi del Panapesca, i rappresentanti e i meccanici, le nonne, le mamme e io, che non volevamo tradirlo con la pasticceria stilosa aperta da poco proprio lì di fronte.

Poi ci sono i luoghi da ascoltare.

Pochi lotti residenziali edificati a schiera che si sfaldano proseguendo verso monte e cedono ai grandi appezzamenti dei capannoni produttivi. Sterrati sul margine del canale, aree a deposito per imbarcazioni in attesa di un proprietario e di un refit misericordioso. Strade polverose di servizio alle cave e alle officine, segnate dai potenti pneumatici degli autoarticolati, luoghi che si susseguono velocemente mentre passo in macchina. Quando posso mi fermo e sfido l’erba alta e le recinzioni, per scoprire dietro cosa c’è.

L’edificio modernista della Salov, potente, con le linee spezzate aperte al lago; i porticcioli di attracco e le canoe della scuola di canottaggio e del club velico; le baracche di ricovero dei barchini di pescatori; l’eucaliptus centenario che si specchia nel canale e il tiglio monumentale che protegge una casa abbandonata; le bilance sull’acqua e il murales sotto il viadotto della superstrada. Ogni luogo mi racconta una storia passata e un possibile futuro, non posso fare a meno di immaginare.

Progetto una sezione stradale rispettosa di tutti, pedoni, runners, ciclisti, automobilisti e camionisti, con siepi di oleandro, filari di platani, fontanelle per bere e lampioni ad energia solare, progetto un parco museale dell’olio e dell’architettura sottovalutata, progetto moli di partenza per gite in barca sulle acque ferme del lago di cava, percorsi in legno che chiacchierano con gli argini del canale, stazioni di attracco per canoe e barchini e strutture di servizio all’ombra degli eucaliptus, parchi giochi per il doposcuola di piccoli pescatori e contest suburbani per writers talentuosi. Raramente nella mia professione ho toccato vette di tale fantasiosa creatività.

La via di Montramito è brutta, non sembrerebbe esserci molto altro da dire e invece ce n’è. C’è da dire che il brutto si volge al bello per sua natura, perché il bello dà appagamento e soddisfazione, ma il brutto porta con sé il desiderio e il sogno.