Ci sono passata davanti spesso senza mai fermarmi, per quel vizio un po’ milanese di alzare il sopracciglio di fronte alla fighetteria. Ma c’era un poster in vetrina che m’aveva fatto ridere e gli ho dato una chance. Grandi vetrate con serramenti di ferro bianco, poltrone di modernariato, un bel banco di pezzi dolci e salati, decine di bottiglie di vino e oggetti di tutti i  tipi alle pareti, ma soprattutto la memoria di un bagno, nelle piastrelle e nelle tracce delle demolizioni lasciate lì.

Lucifero è un bar, una vineria con piccola cucina, uno studio di progettazione e interior design.

Siamo all’ingresso della Darsena, in via Coppino, il cuore della Viareggio che piace a me, fatta di pescatori, cantieri navali, di pub e del CRO. Ordino un caffè corretto, il mio personale test per l’approvazione di un locale, mi infilo gli occhiali per leggere il giornale.

Sono in tre, sono in tenuta da lavoro e parlano fitto, non posso che ascoltare.

“L’emozione che ho provato è indescrivibile”.

Ha le mani grosse che appoggia sulla spalla di quello accanto a lui. Pescatori direi, ma non ne sono certa.

“Me la sono trovata davanti all’improvviso ed è esattamente come nei libri di storia dell’arte. ‘Un puoi capi’ l’emozione di vede’ la Pietà di Michelangelo. Mi veniva da piangere”.

Così. Il forse pescatore si è emozionato davanti alla Pietà di Michelangelo.

“Poi la Cappella Sistina, il Giudizio Universale, ti lasciano senza fiato. Io a Roma c’ero andato per il Papa, non m’aspettavo che mi sarei commosso per un’opera d’arte. Dovete andare, non si può spiegare a parole”.

Gli altri lo guardano, annuiscono, lui è un fiume di parole, io sono conquistata. Lucifero e il Giudizio Universale, mi sembra coerente.

Pago, saluto, vado.  Sulla porta due imbianchini mi fanno strada con un gesto d’antica galanteria.

Decido che questo posto ha qualcosa in più, un valore aggiunto, e voglio capire qual è.

Roberta Patalani.

Ha classe in abbondanza, un tatuaggio prepotente sull’avambraccio sinistro e tiene i capelli mogano raccolti con la matita. Mi accoglie nel suo studio ovvero la sala dietro al bar, la stessa dove la sera servono la cena.

Alle spalle il tecnigrafo, uguale a quello che avevo in studio; il tavolo dove mi accomodo è di legno scuro, quadrato, da otto, occupato da libri d’arte e monografie. E il Tirreno, siamo in Toscana, non esiste altro giornale. Mi siedo e la lascio organizzare i turni al banco per il giovedì sera.

“Ho aperto Lucifero nel 2005, quando stavo ancora a Roma. Volevo tenere un piede a Viareggio perché il mare è un richiamo troppo forte”.

E’ molto bella, ma soprattutto è una potenza. Al telefono m’ha liquidato con un m’hai convinta e ha riattaccato mentre ancora stavo parlando. Adoro parlare da sola al telefono.

Mi racconta della sua precedente vita romana, quando faceva la scenografa e lavorava nel cinema. Mi racconta delle produzioni cui ha partecipato e del bello di quella vita, vivere sei mesi in una città, conoscerla come se fosse la tua e ripartire per ricominciare da un’altra parte”.

Muove le mani per sottolineare il delirio della sua professione, prima.

“Poi ho rotto e nel 2007 sono tornata. Lucifero era ancora piccolo, servivo gli aperitivi la sera allo stesso tavolo su cui facevo i bozzetti la mattina. Mi piace cucinare e mi piace fabbricare, ho solo unito le due cose”.

Designer e arredatrice di giorno, cuoca e oste la sera. Così al telefono sta con i fornitori di vino e di legno, indifferentemente.

“Avevo la fissa degli gnocchi e mi è venuta l’idea. Il giovedì a Roma è gnocchi, non la scampi. Ho pensato di trasferire il rito qui, a cena gnocchi fatti dalla mamma e dopo cena gnocchi come mamma li ha fatti. La telefonata all’agenzia mi ha aperto un mondo, ho scoperto che gli spogliarellisti hanno un loro rituale fatto di manette alle spettatrici e panna montata da leccare. Non se ne parla neanche, mi sporcate i mobili ho detto al primo che ho contattato. Ma allora che posso fare? m’ha detto lui. Niente, ti muovi e ti spogli, punto”.

Sorride al ricordo e io mi guardo intorno, quasi tutti i mobili e gli oggetti di arredo sono in vendita, lei li raccoglie, li sistema e li espone qui.

“Che poi un uomo in tre mosse s’è spogliato e finisce lì, quindi dovevano spremersi i neuroni per cercare qualcosa di nuovo da fare. Ho fatto parecchie serate e sono state tutte divertenti, molto, però non voglio che questo locale sia identificato con lo strip maschile, cerco di variare. Faccio suonare gruppi ed espongo artisti. In generale accolgo la follia, ma solo quella vera perché per me è una forma d’arte. Mi piace stare con i clienti e mi siedo volentieri ai tavoli, mando bottiglie di vino se la serata è giusta e apprezzo il potere liberatorio della musica in compagnia, ti fa scivolare di dosso la tensione che inevitabilmente s’accumula. Ma quando mi gira sono anche capace di mandare in culo chi se lo merita, eh”.

Non faccio fatica a crederlo.

“Mi dici, ma il maiale d’oro in bagno?” chiedo, ché sono rimasta flashata quando l’ho visto.

“Co’maiali c’abbiamo fatto una vetrina qualche tempo fa, c’erano maiali dappertutto” l’inflessione si fa subito viareggina “li ho venduti tutti tranne due. Quello che c’è in bagno e quello che mi hanno fregato. Due geni del crimine, una sera all’aperitivo; uno distrae il barista mentre l’altro si carica sul pandino un maiale dorato d’un metro e dieci. Quando ce ne siamo resi conto avrei pubblicato un annuncio su fb: siete dei miti, se mi riportate il maiale vi offro cena”.

Il valore aggiunto sta nelle persone, in fondo non era difficile da capire.

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