Italiani all’estero, ecco come passano veramente il tempo.

Questo il titolo di un illuminante articolo, pubblicato da uno dei quotidiani più letti in Italia (ed anche dalla sottoscritta) dove in 7 punti, vengono illustrati i modi in cui noi italiani “normali” emigrati all’estero (non i cervelli in fuga, bada bene), trascorriamo il nostro tempo. L’autore, che scrive col tono di chi la sa lunga, ha deciso di “andarli a trovare tutti”, questi emigrati che quando tornano ad abbuffarsi a Natale, si lamentano dell’Italia e si cimentano in “spiegazioni agli italioti di come stare al mondo”. Solo che… dice lui, giustamente, ci sarebbe voluto troppo tempo a scovarli tutti e quindi ha deciso di “chiedere in giro” e fare un’ “indagine trasversale”.

Ora si sa. La legge del marketing ci vuole a scrivere cose per attirare audience e mi auguro vivamente che questo provocatorio articolo, dai contenuti non poco discutibili, sia stato scritto solo allo scopo di attirare commenti e risposte da persone che, come me, la lingua non se la sanno mordere e falliscono nell’esercizio dell’ignorare.

Questi italiani che vivono all’estero e che, al loro ritorno, credendosi migliori, sputano nel piatto dove hanno mangiato fino a tre settimane prima. Questi italiani che, affetti da una esterofilia smodata, si permettono addirittura di criticare chi in Italia ci è rimasto, consigliandoli ad esportare le loro idee fuori. L’inizio della fine. Perché la fuga di cervelli andava bene, ma persone “normali” (ma che cacchio vuol dire normali poi?!) non hanno mica diritto di provare a camparsi la propria famiglia senza spillare soldi a mamma e papà magari? Ma andiamo punto per punto.

1) Girano solo con altri italiani. Sì, avete capito bene, se ne sono andati perché “basta degli italiani non ne posso più” e girano solo con italiani (i sardi poi girano solo coi sardi).

a) Dunque, qui parliamo nella maggior parte dei casi, almeno, di persone che magari in Italia lavoravano anche, ma non potevano permettersi il lusso di essere pagati o comunque, non abbastanza. Quella gente in genere non è tanto frustrata dalla presenza di altri italiani, bensì è stanca di quella mentalità che porta certa gente ad essere pagata e mai loro. La parolina chiave qui è sacrificio, ma la voglio illustrare con un esempio breve. La maggior parte di quelle persone “normali” che decidono di partire (non i cervelli per carità), rinuncia a parlare la propria lingua regolarmente, rinuncia alle proprie radici e alla propria rete affettiva. Genitori, fratelli e amici, alcuni al proprio amore, in virtù di cercare una via di fuga, dove i vicoli sembrano esser tutti ciechi. Seconda parolina chiave, rinuncia. Non è che proprio tutti se ne vanno felici e contenti a fare l’esperienza figa all’estero, ma magari nel campione di questa “indagine trasversale” si è dimenticato di inserire qualche over 18 .

b) Ma qualcuno lì fuori ha una vaga idea della difficoltà che si possa avere, specie all’inizio e specie se ancora non si è padroni della lingua del Paese ospitante, ad interagire con altri che non siano italiani? Che dovrebbero fare, chiudersi in casa? E poi, ma chi lo sa che quelle persone magari, dopo un turno di otto ore in cui hanno interagito solo con altri stranieri, non abbiano semplicemente voglia di una chiacchiera in tranquillità? Dove sta il problema? Non lo capisco.

2. Sanno tutto dell’Italia, in particolare di Berlusconi e della sua vita sessuale. Se ne sono andati per non sentirne più parlare e poi evidentemente gli è venuta nostalgia.

Fa male ammetterlo, ma… ebbene sì. All’estero una delle domande più “gettonate” da parte degli stranieri a noi italiani non è chi ha scritto la Divina Commedia, già… E sì, loro ci tengono a sapere di Berlusconi e dei suoi bunga-bunga, e soprattutto si chiedono come mai noi italiani, ancora, gli permettiamo di occupare il posto che occupa e, detto questo, vi svelo un segreto… Berlusconi è anche sui giornali stranieri, ma shhh… non lo dite a nessuno…

3. Hanno freddo. Vivono in paesi in cui spesso non sorge nemmeno il sole. Stanno morendo di freddo, ma non lo ammetteranno mai. Mai.

Mah… Ora saranno magari solo tre anni e mezzo che vivo all’estero, ma la mia esperienza mi dice il contrario. Gli italiani sono infatti famosi per lamentarsi delle temperature rigide del Paese ospitante e decantare con gli stranieri, il dolce tepore delle primavere in Italia. Si chiama nostalgia. (Terza parolina chiave)

4. Mangiano da schifo. Pesce affumicato, wurstel, orsetti gommosi, patate fritte. I più fortunati trovano un asporto cinese o un kebabbaro. Cercano disperatamente una pizza decente, alcuni giurano anche di averla trovata. Ma stanno mentendo.

Non so se magari questo articolo sia stato scritto qualche anno fa e tirato fuori dal cassetto solo ora, ma lì fuori, nel frattempo, per fortuna qualcosa è cambiato e, se è vero che ci sono italiani disperatamente alla ricerca di una pizza decente, non posso scommettere sul resto del mondo (mmm… qualcosa mi dice che dovrei), ma almeno a Londra di ottime pizzerie italiane ce ne sono. Poi guardiamo un attimo l’altro lato della medaglia: in città come Londra si ha la possibilità di assaggiare piatti della migliore cucina internazionale. Mai mangiato cucina cinese tradizionale? Thailandese? Dai, una bella bistecca argentina l’avrete provata no? Mito da sfatare: il kebab, fatto in un certo modo, non fa schifo e magari, se vi va, venitemi a trovare che vi porto io a fare un giro.

5. Fanno lavori del cavolo che in Italia non avrebbero mai fatto. Se ne sono andati al grido di “Non posso stare in Italia a pulire dei cessi, ho una laurea io!” e ora puliscono cessi a Nantes. Che vuoi mettere un cesso di Nantes contro un cesso di San Lazzaro di Savena!?

Sperando di non urtare i sentimenti di nessuno, vorrei far notare che nella maggior parte dei Paesi fuori dallo stivale, conoscere qualcuno che ti faccia sedere su una sedia solo perché il tuo papà è proprio una brava persona o via dicendo, è una prassi non comune (lo so, scandaloso). Quando si decide di andare via (e non spesso è una scelta indolore) bisogna dimostrare di avere delle competenze ed il pezzo di carta non basta. E allora capita che le persone intelligenti (anche se “normali”) sanno che ci vuole tempo per costruirsi una credibilità e nel frattempo, dato che mamma e papà i soldi per mantenerli non ce li hanno, puliscono pure i cessi di Nantes, ma almeno non è un lavoro in nero e (molto probabilmente), è pagato più di quanto in Italia prende che ne so… un’insegnante? Queste sono le vite di chi, all’estero, di giorno cerca di guadagnarsi la pagnotta (e l’affitto) e di notte trascorre ore a mandare curriculum vitae, lettere di presentazione e a compilare vari e svariati moduli. Ed ecco la nostra quarta parolina chiave. E’ umiltà.

6. Fregano. Sì, proprio come gli italiani qua, non pagano il biglietto del tram, passano con il rosso, cercano in ogni modo di evadere le tasse. E si credono ancora più furbi perché anche se sono in un paese “serio” e “europeo” riescono a farla franca.

Ad onor di cronaca, sono pochi i Paesi in cui il controllo del biglietto non sia pratica costante. A Londra, per esempio, non entri proprio in metro o nell’autobus se non possiedi un regolare titolo di viaggio. Anche a Berlino, dove in teoria è più facile entrare in un mezzo senza biglietto, la probabilità di essere multato è una su tre. Detto ciò, i delinquenti esistono ovunque e non preoccupatevi che emigrano anche loro (nascosti tra cervelli in fuga e “normali”).

7. La nota più dolente. Non possono più tornare in Italia senza un senso di fastidio. Non tanto per il fatto di essere in un paese allo sbando, ma perché non potrebbero mai ammettere di aver scoperto di essere anche loro solo degli italiani.

Dunque, non credo ci sia bisogno di essere dei “cervelli” per comprendere che, se te vivi in un Paese dove le cose sono regolate da un sistema che funziona, o meglio, sono regolate da un sistema, quando torni a casa tua (perché, che si creda o no, per la maggior parte degli emigrati l’Italia è pur sempre casa loro) e vedi che le cose non funzionano, ti dà fastidio, ti rode e pure parecchio. E non perché all’estero sia meglio, ma perché in Italia è peggio. Chiaro il concetto?

Personalmente credo che rimanere in Italia e lottare affinché le cose cambino, richieda lo stesso coraggio (se non maggiore) di quello di cui hanno bisogno coloro che, stanchi di lottare con i mulini al vento, cercano di reinventarsi da qualche altra parte nel mondo. Sono scelte diverse, ma entrambe meritano rispetto. Entrambe implicano rinuncia e sacrificio e spesso una extra dose di umiltà. La nostalgia, poi, fidatevi che è una seconda pelle per l’italiano che va via, un sentimento nuovo a cui abituarsi, nell’attesa di imparare a gestirlo.

All’estero siamo tanti e sempre di più, ma credo che per provare a conoscerci serva un pochino di più di “un’indagine trasversale” no?