I miei primi Mondiali a Londra sono iniziati con la partita che tutti gli italiani oltremanica volevano vedere, con il risultato che tutti gli italiani nel mondo speravano si avverasse.

Un 1 a 2 che ha riversato nelle strade di Londra il quasi mezzo milione di italiani che qui ci vivono. E così un evento sportivo che è sentito da tutti, in tutto il mondo, per chi vive all’estero assume un significato differente.

A quasi quattro anni dal mio arrivo a Londra, mi son ritrovata a vedere in campo giocare la squadra del mio Paese natio, contro quella del Paese che mi ha accolto.

Ed è strano guardarsi attorno, leggere i giornali e ascoltare i commenti di chi come me per tante cose critica l’Italia e per tante altre ne sente la mancanza, ma che in occasione dei mondiali si unisce sotto un unica bandiera, per una volta orgogliosi di appartenere a una nazione.

Camminando per la città allora, tra le bandiere di tutto il mondo appese alle finestre, sorrido alla vista della “mia” che, come in una sorta di ironia nei miei confronti, sventola ascoltando il vento e lasciando nell’aria promesse taciute.

Sorrido e mi rendo conto che, improvvisamente, come in un sortilegio creato apposta per questo evento che cade solo ogni quattro anni, non contano più le battute su Berlusconi e le allusioni alla “pizza, mafia e mandolino”, ma lasciano posto ad una sorta di rispetto da parte di tutto il mondo e all’orgoglio di noi italiani all’estero, che per una volta difendiamo quella bandiera, la nostra, perché in campo ci sentiamo più forti.

Come se quegli undici in campo fossero i nostri eroi.

Magari è sbagliato. Razionalmente è difficile spiegarlo, ma i mondiali sono quella festa in cui tutti improvvisamente diventano tifosi, anche chi non sa magari le regole del gioco ma segue quelle del cuore che, nonostante tutto, parla italiano.

Io la partita l’ho vista in un pub inglese, di quelli piccolini, di quartiere, dove di italiani eravamo giusto in pochi. L’emozione, grande, di sentir suonare l’inno d’Italia come raramente mi è accaduto, mentre attorno a me pinte di birra si susseguivano all’urlo di Come on England!
In piedi vicino al bancone, stretta tra coloro che qualcuno definirebbe i “nemici”, ho tifato come non ricordo di aver fatto molte volte, ho trattenuto il fiato nei momenti di tensione ed esultato ai gol, incurante degli sguardi e felice di poterlo fare.

Io amo l’Inghilterra, è un Paese che mi ha accolto e mi ha dato la possibilità di lavorare, imparare, sfidarmi e capire quanto il mondo fuori da quella finestra è grande e con confini labili. E’ anche un Paese che soffre sempre di più di quel grande flusso di immigrati di cui io faccio parte e che sempre di più mostra insofferenza nei confronti degli stranieri ma che, in fondo, continua ad abbracciarci e aiutarci a proseguire ognuno nella nostra strada, incoraggiandoci a non mollare.

Vivere all’estero però non cancella la memoria di appartenenza, ma amplifica alcuni aspetti di un amore che a volte non si sa di provare, ma che inesorabilmente ti lega al Paese che ti ha messo al mondo e che ha contribuito a renderti quel che sei oggi.

E allora Londra si svela sotto una luce diversa, con questi migliaia di immigrati di tutto il mondo che non pensano più alla crisi, non alla politica e alla rabbia che alcuni provano, esistono solo quegli undici eroi da supportare, tifare e acclamare. Quegli undici eroi da cui ci si aspetta una sorta di riscatto, una ragione in più per essere orgogliosi della propria appartenenza.

Questi primi mondiali a Londra per me sono un po’ così: magari non indosserò una maglietta azzurra o non sventolerò la bandiera, ma l’orgoglio da italiana, quello che spesso tace, c’è e lo porto dentro.