Italia yes, Italia no” è un volume che interpreta il pensiero di molti del quasi mezzo milione di italiani che ha scelto Londra come città da dove ripartire e sì, anche il mio.

Centoquaranta pagine scritte dalla mano sapiente di Caterina Soffici, una giornalista e scrittrice italiana che molti di voi conosceranno e che dal 2010, come altre migliaia di italiani, ha fatto la valigia e con marito e figli si è trasferita oltremanica per cominciare una nuova pagina, scrivere una nuova storia, dare inizio a una nuova avventura.

Un’avventura in parte raccontata nero su bianco in queste righe che aprono così:

Che ci faccio qui? Me lo chiedo spesso. Quando piove tutto il giorno (spesso). Quando fa buio alle tre di pomeriggio (tutto l’inverno). Quando faccio la spesa, di fronte a pomodori tristi e arance smunte (sempre). Quando mangio un’insalata e ha il sapore di una patata. (…) Certe mattine, specialmente in primavera, ti prende un groppo allo stomaco. Quel groppo ho imparato a riconoscerlo: è la nostalgia. (…) Sei seduto in metropolitana, con tutti questi inglesi educati e silenziosi, immersi nelle loro letture e ti chiedi: che ci faccio qui? Non dovrei essere a casa, in Italia? (…) Invece sono a Londra, con tutta la mia famiglia. Perché ce ne siamo venuti via? Perché a Londra si vive peggio, ma si sta meglio”.

Incontro Caterina vicino Hammersmith, il quartiere dove vive. L’appuntamento è al ristorante La pentolina, un locale italiano i cui simpatici proprietari sono ormai suoi amici. Così amici, che i caffè che beviamo li fa proprio lei. Gliel’hanno insegnato loro a farlo, mi dice. Ora di non italiano tra me e Caterina rimane solo il caffè, entrambe prendiamo un americano, tra l’altro ottimo. Caterina è sorridente, così come lo sono i suoi figli che, in vacanza da scuola rendono la sua giornata più impegnata del solito. Parliamo un po’ di tutto, di questa nuova vita a Londra che è tanto diversa da quella in Italia, della situazione nel nostro Paese, parliamo di scuola, lavoro, di quello che funziona qui e che vorremmo funzionasse anche lì, parliamo del libro che da qualche settimana è nelle librerie di tutta Italia e in alcune di quelle londinesi anche.

 

  • Ricominciare da capo non è mai facile per nessuno, specie se il cambiamento è tanto drastico quanto quello di un trasferimento in un altro paese. E Caterina parte con marito e due figli..

“L’inizio è stato obiettivamente difficile, soprattutto i primi sei mesi. I miei ragazzi venivano da una scuola italiana e per loro, forse, è stato ancora più traumatico. Io ho preso qualche mese di pausa dal lavoro dedicando tutto il mio tempo a loro, alla ricerca delle scuole e alle mille cose che bisogna fare all’inizio per immergersi in una nuova realtà. Anche personalmente venivo da un momento particolare. Da caporedattore a Il Giornale il 2010 è stato un periodo particolarmente duro che ho voluto lasciarmi alle spalle. Ma la scelta di partire l’abbiamo fatta soprattutto per dare un’opportunità ai ragazzi. Il fatto che Londra sia definita come una città challenging è vero, è una città dura, dove ogni giorno si viene messi alla prova e bisogna superare i propri limiti. Qui non esiste la possibilità di illudere i ragazzi che sarà tutto facile o che qualcosa gli sarà dovuto, loro imparano da subito che tutto quello che vorranno conquistare, se lo dovranno sudare con le mani e con i piedi. Ma non gli dispiace e dopo i primi tempi in cui hanno faticato ad ambientarsi, hanno dimostrato di saper accettare questa nuova sfida con un grande entusiasmo”.

  • Analisi e confronti in questo libro che parla di luci e di ombre, da un titolo che Caterina mi spiega così:

“Vivendo all’estero, dopo un po’, riesci a guardare al tuo Paese con occhi diversi, per forza di cose vedi i suoi pregi e i suoi difetti molto meglio di quando ci vivevi, quindi “Italia Yes, Italia no”, è un po’ il dilemma di noi espatriati custodi di questa doppia anima, per cui certi giorni vorresti piantare tutto e tornare a casa, ma poi, aprendo i giornali, il senso della realtà ha la meglio sulla nostalgia. Una lettura che cambia però se in Italia. Sono sempre di più infatti le persone che guardano all’estero quasi “invidiando” noi che siamo partiti, gente con famiglia che mi chiede come si fa, quali sono le difficoltà. E io rimango basita e non riesco a smettere di stupirmi perché una volta questo non sarebbe mai successo. Una volta erano i ventenni a partire, magari per fare un’esperienza all’estero, non so, un Erasmus ad esempio. Poi c’è stata la fuga dei “cervelli”, così come è stata chiamata.

Ma ora siamo davanti ad un fenomeno diverso, questa è una fuga punto e basta.”

  • “Yes” e “No” a delineare quali sono i confini di una mentalità diversa a separare questi due piccoli mondi a confronto. Un libro per raccontare, affrontare e confrontare i vari aspetti della vita in Italia e in Inghilterra. E allora chiedo a Caterina di spiegarmi quali sono le diversità più grandi attraverso la definizione di alcune parole.

Competizione

“La competizione in Italia sembra sempre avere un’accezione negativa. Per un falso buonismo di fondo che si nasconde dietro l’alibi di non voler lasciare dietro l’ultimo, ci si convince che sia sbagliato cercare di prevalere. Un buonismo che, a mio avviso, non porta a vedere le cose per come sono, ma tende a nascondere la realtà. Mi è capitato spesso, per esempio, di seguire discussioni rispetto al vivere all’estero e sono molti quelli a considerare Londra “super-competitiva”, ovviamente in senso negativo. E allora mi chiedo… Qual è il rovescio della medaglia dell’essere super-competitivi? Essere zero competitivi, ecco qual è. Ed essere zero competitivi vuol dire penalizzare chi ha voglia di fare, di emergere, di lavorare. Poi però, appena varchi il confine, ti rendi conto che la stessa parola assume un nuovo significato: vuol dire tirare fuori il meglio di sé, dimostrare di sapere di più, dimostrare che in uno specifico contesto si è migliori. E migliori non nel senso assoluto del termine, ma relativamente a un campo magari, piuttosto che a una competenza. E’ una questione di dimostrare di avere idee, di saperle portare avanti, essere tenaci. La competizione seleziona quelli che hanno le capacità migliori e li premia. Credo che il mio “no” più forte sia proprio a questa forma di esasperato buonismo che permea il nostro Paese, e chi viene a Londra sa che per emergere dovrà mettersi in discussione, ricominciare da capo e soprattutto cambiare atteggiamento.

Meritocrazia

La meritocrazia è l’opposto di quella che io chiamo “peggiocrazia”. Da noi, per qualche motivo, sembra che i posti chiave della società, pubblici ma anche privati, siano occupati dai peggiori. Non c’è una selezione delle persone giuste, non esiste una selezione basata sulle competenze, ma spesso solo sulle appartenenze. Non si capisce che, se a occupare i posti importanti ci fossero persone competenti, la società andrebbe avanti, progredirebbe e l’individuo stesso sarebbe spinto a doversi migliorare, a dover imparare di più per ambire a ricoprire certi ruoli. Purtroppo la ragione per cui migliaia di persone ogni anno lasciano l’Italia è proprio perché sono frustrati dall’assenza di meritocrazia. Il problema però è che questa consapevolezza, in un Paese come il nostro, diventa un pericoloso alibi dietro il quale ci si nasconde rassegnandosi alla realtà senza combattere e continuando a lamentarsi, in una sorta di meccanismo a spirale che sfocia spesso nella mera autocommiserazione.

Raccomandazione

La raccomandazione esiste anche in Inghilterra, solo che, neanche a dirlo, qui assume un segno diverso, un segno positivo. Non si raccomanda per logiche di potere, qui si “segnala” una persona che ha oggettivamente delle competenze, pena la propria reputazione. In Inghilterra non si segnalerebbe mai qualcuno che non si crede sia all’altezza di quell’eventuale posizione, mentre in Italia la raccomandazione è un’”imposizione dall’alto”, spesso politica e, anche chi la riceve, è costretto a piegare la testa e accettarla: il potere della raccomandazione non si misura sulla persona, ma sulla raccomandazione stessa, mentre in Inghilterra l’unico a poter dare significato alla segnalazione è il “raccomandato” che, attraverso le sue competenze ed il suo lavoro, deve dimostrare di esserne all’altezza.

Scuola

In Italia la scuola ha un’impronta accademica, fornisce un sapere globale e ha un metodo d’insegnamento verticale dove l’insegnante ha un ruolo chiave. Nel Regno Unito la figura del “teacher” è un po’ diversa; il teacher è infatti colui che dà gli input, ma poi sono gli studenti a fare il resto e a costruire su quegli stessi stimoli. Il teacher funge da controparte, è quello che cerca di capire e far capire allo studente quali sono le sue inclinazioni, le eventuali attitudini verso un campo piuttosto che un altro, aiutandolo a compiere la scelta giusta per il proprio percorso di studi. E anche i libri non sono trattati come oggetti sacri, ma come strumenti per integrare il loro processo di apprendimento e conoscenza. Pregio e allo stesso tempo difetto del sistema scolastico britannico è che è molto più specifico e settoriale, implicando una perdita del sapere più globale, e così potrebbe capitare di parlare con un ingegnere laureato ad Oxford che eccelle nel suo campo su un argomento di vario genere e scoprire che non è all’altezza della discussione perché è fuori dalle sue competenze.

Un fortissimo al loro sistema è che nelle scuole sin da bambini si impara ad essere sicuri di sé, a parlare in pubblico, a rendere anche più di quello che si è. L’italiano medio che si trasferisce a Londra infatti, si ritrova spesso a soffrire una sorta di complesso di inferiorità rispetto al suo pari inglese, e non perché effettivamente sappia di meno, anzi, ma semplicemente perché l’inglese medio magari sa quattro e dimostra dieci, mentre per noi è più facile che accada il contrario.

Una cosa che invece credo sia indiscutibilmente migliore in Italia è il fatto che nel nostro Paese tutti hanno davvero accesso all’istruzione a prescindere dall’estrazione sociale della propria famiglia, cosa che purtroppo in Inghilterra, società estremamente classista, è diversa.

Donne

Il sessismo esiste ovunque, è trasversale ed è un problema anche qui. Però, se prendiamo ad esempio una giovane donna, diciamo di venticinque anni, qui lei sa che in futuro potrebbe diventare capo della banca d’Inghilterra. Sebbene esista una discriminazione di fondo, d’altro canto è punita, e la donna sa che può sempre legalmente appellarsi agli organi preposti, è in qualche modo tutelata.

Credo invece che, al momento, avere venticinque anni in Italia, da donna, sia anche peggio di quando io avevo quell’età.

Fare la fila

Tutti, guardando all’Inghilterra, abbiamo nel nostro immaginario l’idea dell’ordine, ed è effettivamente così. Io credo fermamente che “stare in fila renda l’uomo libero”, la possibilità di stare in coda senza dover controllare che qualcuno ti passi avanti, che è poi la vera seccatura di fare la fila, senza l’ansia del furbetto che cerca di fregarti, è sinonimo di libertà. Qui si fa la fila per tutto, per il bus, la metro, al supermercato. La coda elimina il privilegio, tutti sono uguali di fronte alla coda e nessuno si sognerebbe di passarti davanti. E’ la massima espressione di democrazia in assoluto, uno vale uno, è quindi l’antitesi del concetto di privilegio. Se in Italia si imparasse a fare la coda saremmo già avanti di molto per risolvere i problemi del Paese, ma dico questo per un semplice aspetto, il concetto che c’è dietro. Nel nostro Paese tutti vogliono essere privilegiati, ma il privilegio si paga con la sudditanza. Come nella fattoria degli animali di Orwell, tutti i maiali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri. È una questione di mentalità.

L’Inghilterra è il paese del privilegio ed è una società estremamente classista però, nonostante questo, dal capo del governo ad altre figure chiave del Paese, si cerca di cancellarne i segni esteriori, di eliminare gli status symbol perché alla fine è considerato in maniera negativa, mentre in Italia il privilegio va sfoggiato, ecco il perché dell’utilizzo spropositato delle auto blu, mentre qui i politici vanno a lavorare in bici o in metropolitana, esattamente come tutti gli altri.

Legalità

E’ una parola che in Italia ha perso di significato e credo che molto sia dovuto alla situazione degli ultimi anni che ha visto in primis Berlusconi, ma non solo, minare le basi del concetto stesso. La legalità è diventato un concetto labile e fumoso in cui gli italiani, che hanno assistito ad attacchi feroci alla magistratura, hanno visto ladri di polli finire in galera mentre i colletti bianchi restavano impuniti, non credono più. Stessa cosa per la giustizia: a forza di attaccare i giudici, nell’immaginario collettivo si è diffusa l’idea che siano tutti corrotti o politicizzati, anche se in questo anche loro hanno una parte di responsabilità. Non si può pensare di utilizzare la carriera di magistrato, per esempio, per candidarsi in politica e viceversa, questo meccanismo delle porti girevoli non funziona. L’istituzione della magistratura è stata minata alle sue basi e la legalità è un qualcosa in cui non si crede più.

In Inghilterra la gente si indigna per ogni piccolo eventuale sopruso tentato da politici e non. Qui da figure pubbliche ci si dimette anche solo di fronte a un sospetto di colpevolezza, l’illegalità non è accettata, ma condannata, mentre nel nostro Paese ci ritroviamo in una melma, un magma da cui è obiettivamente difficile riemergere.

 

  • Parlando con Caterina ci confrontiamo sulle nostre vite di italiane a Londra, sulla durezza della città e sulle possibilità che offre. Da ragazzi appena laureati a famiglie intere, artisti o chi semplicemente vuole provare a cambiare la propria vita, siamo ormai quasi mezzo milione noi espatriati italiani a Londra. Allora chiedo a Caterina.. A chi consiglierebbe di fare le valigie e trasferirsi oltremanica?

A chi ha voglia di mettersi in discussione, chi ha voglia di fare, chi ha fiducia in se stesso e chi pensa che queste tre caratteristiche in Italia non possa esprimerle. Io credo che chi possiede queste tre caratteristiche e decide di trasferirsi a Londra di certo avrà un beneficio, a prescindere dal percorso che si sceglie. Questa è una città che chiede tanto, ma dà; nel libro scrivo di Francesca giovane parrucchiera che qui, in sei anni, è arrivata ad aprire ben tre negozi e questo perché da donna in gamba aveva le capacità per farlo, ma anche perché non ha trovato il sistema a metterle i bastoni tra le ruote.

Detto questo però, essendo Londra una città costosissima, competitiva e dura, non consiglierei di venire a coloro che non hanno idee o obiettivi, ma che pensano di venire solo a dare uno sguardo… La vita qui non è semplice.

 

  • Osservo Caterina mentre parliamo. Sorride, si accende mentre parla, racconta e spiega e poi a tratti lascia trapelare una certa malinconia mista a rabbia quando parla delle cose del nostro Paese che non vanno. Lei è una donna affermata e apprezzata, una madre e una moglie che ha portato con sé quella doppia anima di italiana all’estero e l’ha affidata alle pagine di un libro. Ma, a parte tutto questo, mi chiedo ancora chi sia Caterina. E così lo chiedo a lei che, sorridendo con voce per la prima volta incerta, mi risponde così:

Quando sono arrivata qui cercavo di ritrovare la fiducia nelle cose che facevo e che non avevo assolutamente più. Forse mi definirei come una giornalista in fuga dall’Italia che qui sta diventando qualcos’altro. Sto ascoltando me stessa e le mille nuove idee che ogni giorno si affacciano alla mente; un po’ più scrittrice forse e con la voglia di iniziare un percorso nuovo e soprattutto con la consapevolezza che qui, se decido di fare una cosa, riuscirò a succedere. Come se mi fosse un po’ tornata la mentalità dei miei venti anni quando vedevo praterie sconfinate, una miriade di possibilità davanti a me. La bellezza di questa città è che hai questa sensazione indipendentemente dall’età.

 

  • Ma tra le pagine di “Italia Yes, Italia No” è il motto della St. Martins, famosa Università delle arti di Londra, a dare voce al pensiero di Caterina: “Be Brave and Do What You Love”. (Sii coraggioso e fai quello che ami)

Per tutte le cose che abbiamo già detto, Londra si rivela essere quello che una volta era il sogno americano. E’ il sogno americano in Europa e il sogno americano non ha età. Qui le opportunità ci sono, ma bisogna coglierle e per farlo a volte bisogna essere coraggiosi. E questo è un po’ il mio augurio per chi i sogni ce li ha e non vuole lasciarli nel cassetto.