Succedeva nell’800. Dallo stivale famiglie intere in fuga dalla povertà intraprendevano settimane di cammino alla ricerca di altri luoghi dove poter vincere la scommessa di una nuova vita.
Senza conoscere la lingua, non avendo la minima idea di cosa li aspettava oltre confine, ma con il desiderio di provarci, il desiderio di trovare un’alternativa. Era l’800 e a vedere le prime orde di italiani arrivare era la città di Londra.
Da quella prima ondata migratoria ne è passata di acqua sotto i ponti, ma il tempo non ha cancellato i segni di quella che, ancora oggi, è conosciuta come la Little Italy sul Tamigi. Le centinaia sono diventate migliaia e con il tempo la città più famosa d’Europa si è trovata ad accogliere sempre più italiani, fino a contarne mezzo milione.
E allora succede che, davanti a un processo migratorio inarrestabile, iniziato già da qualche anno, il Paese ha cominciato a notare che qualcosa stava accadendo, occasionalmente i media hanno occupato i loro spazi con storie di giovani “scappati all’estero” e hanno cominciato ad appioppare nomi. L’espressione più famosa che nessuno, pur volendo, riesce a dimenticare è la fuga dei cervelli, come se a emigrare fossero solo ricercatori o scienziati.

Come se si fosse alla ricerca di una categorizzazione che rendesse più semplice accettare che fuori si sta meglio perché in Italia si sta peggio.

Alzi la mano chi di voi non ha un fratello, un cugino, un amico, un parente che vive a Londra. Esatto. Lo so, siete tanti a conoscere qualcuno che vive qui, perché qui di italiani siamo proprio in tanti.
Solo che non siamo numeri, ma siamo persone. Persone con un bagaglio di vita, persone che, come succedeva un secolo fa, sono partiti alla ricerca di un riscatto. Chi per studio da giovane, chi per lavoro da grande, chi per dare opportunità nuove ai propri figli, chi perché non ce la fa più.
Un inarrestabile flusso di persone.
Influx.
In inglese si dice Influx.
C’è chi è arrivato qui e ha fatto 13: bella casa, buon lavoro, qualcuno magari tra una corsa e l’altra ha pure trovato l’amore. Si corre a Londra, si corre tutti insieme come un fiume.
Influx.
C’è invece chi è arrivato qui senza neanche ben sapere come, si è trovato catapultato in una casa condivisa con sconosciuti e magari pure sporchi, ha chiuso la laurea in un cassetto per indossare un grembiule, a pelare patate nella cucina di un ristorante dal nome ancora impronunciabile.
Influx.
C’e chi dopo sei mesi, magari un anno, magari di più, è andato a lavorare di giorno, a scuola di sera, mentre studiava sul bus e piano piano, si è costruito un passaggio tra le felci di una giungla una volta sconosciuta, ma che ora ha nomi il cui suono è familiare.
Influx.
C’è poi chi qui si è costruito una carriera che in Italia forse non aveva neanche mai sperato di ambire. Ha scoperto il significato delle opportunità date dal sudore della propria fronte e non dall’eventuale raccomandazione da parte dello zio del cugino di quell’amico che gli doveva un favore.
Influx.
C’è chi qui, dopo sei mesi, ha mandato a quel Paese tutto, ha rifatto la valigia e così come era partito se ne è riandato a casa, felice di lasciarsi alle spalle freddo e grigiume.
Influx.
Un flusso di persone così grande che non può più essere ignorato ma va studiato, capito, raccontato.

Influx teeser demo from Minale Tattersfield Group on Vimeo.

Influx è il titolo del documentario, il primo che finalmente svelerà com’è la vita degli italiani a Londra, questo flusso che a scaglioni di 2000 unità al mese ha invaso la capitale inglese.
Gente importante, gente comune, chi “ce l’ha fatta” e chi no, chi Londra la ama e chi la odia, questo flusso inarrestabile di persone è la protagonista di quello che già promette essere un successo.
Autore e regista di Influx è Luca Vullo. Anche lui emigrato da due anni a Londra, ha scoperto l’Italia tra le strade trafficate della città che non dorme mai e ha deciso di fare quello che sa fare meglio: raccontarla.
Raccontarla a chi è in Italia, ma raccontarla anche a noi che qui viviamo quotidianamente e spesso perdiamo di vista qual è la situazione, alla rincorsa delle opportunità che, pur se all’orizzonte, sappiamo di poter raggiungere.
La comunità italiana di Londra cresce, ne parlava Enrico Franceschini in un articolo di pochi giorni fa su La Repubblica. Le attività culturali aumentano, così come le start-up “made by italians”, gli eventi, le iniziative cucite su misura per noi.

Ma siamo sempre Italia, noi italiani di Londra. E Luca, lo racconta.

Un documentario realizzato con un budget piccolissimo da un team di italiani anche loro “londoners” e che svelerà l’essenza delle nostre vite oltremanica. Un documentario che, adesso in realizzazione, conta anche sulla partecipazione di tutti noi che crediamo nei progetti validi e che potremo contribuire alla campagna di crowdfunding sulla piattaforma Indiegogo, perché dentro o fuori i confini dello stivale come stiamo noi italiani è interesse di tutti.