Londra è grande si sa. E’ una città dove spazio e tempo si rincorrono, le persone vanno di fretta, ognuna seguendo ed inseguendo la sua tabella di marcia. Specie la mattina, specie in stazione. I pochi incontri che fai, quasi a tener sospeso qualche minuto condividendolo con uno sconosciuto, sono nel ticket office, nel bar, o nell’attesa esca sui display, il numero del binario da dove il tuo treno partirà. Partirà e rimetterà una distanza tra te e quegli sconosciuti che per qualche minuto hanno fatto parte della tua giornata.

Stamattina al bar ho conosciuto Jason. Sui 40 anni, inglese, fotoreporter, al suo ultimo caffè nella stazione di King’s Cross prima di salire a bordo del treno per l’aeroporto. Destinazione Afghanistan. Alle 7 del mattino di questo venerdì, non ho potuto trattenermi dal chiedergli se fosse la prima volta che si avventurasse in quei luoghi che evocano nelle nostre menti di occidentali, rumori di bombe e al contempo risi di bambini in cerca di speranza. Sono le immagini che siamo abituati a vedere nei reportage di guerra, quelle che scorrono nella mia mente, priva di una esperienza diretta, personale.

Era chiaramente nervoso Jason, e mentre con la compostezza tipica anglosassone tentava malamente di celare l’emozione, la voce l’ha tradito. Andava di fretta Jason. Con il suo zaino pesante di attrezzatura, speranze, timori ed al contempo entusiasmo, mi ha guardato dritto negli occhi, ma solo per un istante. “E’ la prima volta”.

Jason sta andando in un posto a raccontare delle vite di cui noi abbiamo saputo e sapremo, grazie al lavoro di lui e chi come lui, decide di indossare quei grossi zaini e sfidare la sorte.

In un mondo così veloce l’informazione a volte gioca su dinamiche cannibali e notizia dopo notizia siamo tutti diventati malamente assuefatti all’eco di certe vite e non ci stupiamo più. Un giornalista scompare, un civile muore, un bambino di cui non abbiamo mai conosciuto l’esistenza, domani rimarrà ancora nel taciuto. Ma gli echi di quelle bombe non dovrebbero smettere di risuonare nelle nostre vite rumorose di lavoratori e studenti, genitori e adolescenti. Penso tutto questo nello spazio di un minuto mentre osservo quest’uomo grande e grosso lì di fronte a me.

 E Jason sta andando lì per dare nuovi suoni a quegli echi, e non farli cessare di suonare.

“Spero tu faccia un buon viaggio” gli sorrido. “Il viaggio è la cosa che mi preoccupa di meno” dice sorridendo a sua volta. “Sono certa andrà tutto bene”. “Andrà tutto bene se non rimarrò coinvolto in un incrocio di fuochi. Ma infondo sarò li solo per una settimana”. Il caffè in una mano, nervosamente controlla lo zaino con l’altra, poi guarda l’ora. E’ pronto per andare.

E’ incredibile come lo spazio di una settimana possa sembrare un tempo lunghissimo, pronunciato con un certo tono.

“Buona fortuna”.  “Grazie ne avrò bisogno”. Sorrido ancora.

E lui ricambia il mio sguardo quasi a ringraziarmi. “Nice to see you”.