Mi scuso con i lettori di “Succede a Londra”. Come in precedenza anticipato su Twitter, avrei dovuto pubblicare un post su Christine Smallwood e la sua attività di food writer per l’Italia, post che, puntualizzo, è solo posticipato. La realtà è che ho sentito l’urgenza di condividere con voi un altro aspetto della mia vita a Londra. Una riflessione nata da un episodio di vita che credo valga la pena di sottoporre alla vostra attenzione, in quanto argomento che coinvolge tutti da un capo all’altro del mondo, nessuno escluso, e sul quale avrei piacere di ricevere i vostri feedback.

Qualcuno ha detto che il razzismo non ha colore e forse per la prima volta oggi,  questa frase ha assunto un significato reale ai miei occhi. Noi occidentali, cresciuti con la paura dell’”uomo  nero” in un atteggiamento di arroganza che vuol fare dimenticare secoli di emigrazione dalle nostre terre alla ricerca di una vita migliore, abbiamo trasformato anche il concetto di razzismo in qualcosa che non ci appartiene, almeno mai come vittime. Bè.. non è vero.

Tra i miei amici a Londra, tanti vengono da Polonia, Repubblica Ceca, Lituania, Lettonia.. l’Europa dell’Est, una delle zone del nostro continente particolarmente al centro di certi pregiudizi. Lavorando a contatto con il pubblico, ad alcuni di loro purtroppo è capitato di essere oggetto di discriminazione e ogni volta è stata un’esperienza dolorosa. Personalmente, mi è capitato di assistere ad alcune di queste scene e ho sempre pensato di capire ed empatizzare con i miei amici.

Ma non l’ho mai fatto davvero. Non fino ad oggi.

Oggi che un “distinto” signore americano nei suoi “cinquanta-qualcosa” mi ha apostrofato in malo modo in quanto italiana. Perché in Italia “ siete tutti ladri, non pagate le tasse, siete un popolo di evasori, di corrotti”.

Parole come cazzotti.

E poi giù ad inveire con altre non tanto sottili parole verso chi come me, va altrove come se non ne avesse diritto. Non vale la pena neanche riportarle.

Quest’episodio oltre a una ferita, ha aperto in me anche una riflessione.

C’è chi per raggiungere un’isola di speranza, intraprende un viaggio senza avere la certezza di arrivare a destinazione;  i famosi barconi che approdano nelle coste del nostro sud e che la cronaca ci ha insegnato a conoscere, con decine, dozzine, centinaia di uomini, donne e bambini a rischiare la vita per rincorrere un sogno più grande: averla, una vita.

E poi c’è chi quello stesso viaggio alla rincorsa di un sogno, lo fa magari prenotando un biglietto sola andata su un volo di linea. Una sorta di paralleli diversi a dividere destini decisi da un’appartenenza ma uniti dal desiderio di scegliere, cambiare un fato che non si può accettare. Una scelta che dovrebbe essere un diritto.

Fortune o sfortune diverse, per carità. Ma chi è che può arrogarsi il diritto di decidere chi sia più meritevole di dignità e rispetto…

Ci sono mille modi per essere vittime e mille modi per essere carnefici, nessuno dei quali trova giustificazione in nulla. Ho conosciuto e conosco persone razziste e ho anche investito intere mezz’ore con loro a parlare, discutere e cercare di capire. E parlo di italiani, inglesi, polacchi, indiani, nessuno escluso. Il punto non è questo, non è l’appartenenza. Il punto è che c’è qualcosa di profondamente insano alla base di una mentalità.

Da italiani, in Italia ci sentiamo al sicuro e per quanto tutti magari abbiamo un fratello, una sorella, un amico o un parente all’estero, non sempre riusciamo ad empatizzare con gli stranieri presenti sul nostro territorio che allora, nel nostro immaginario, diventano albanesi, polacchi, zingari, rumeni o africani. Se la ricchezza di un Paese si basa su quella culturale, la barriera attualmente esistente e altissima che ci impedisce di vedere l’interazione tra culture diverse come occasione di arricchimento, è quello che ci porterà a una crisi più grave: culturale, umana. A mio parere più grave di qualsiasi crisi economica.

A quel signore americano avrei voluto dire tante cose, difendere il mio Paese, cercare di spiegare quanto la sua generalizzazione fosse fuori luogo e quanto noi siamo un popolo in cerca di riscatto, ora più che mai. Ma la realtà è che la sua ignoranza non ha lasciato spazio a nulla se non al gelo da parte mia. Ok.. chiaro che ho avuto la sfortuna di incappare in una persona ignorante e razzista, ma questa consapevolezza non ha reso meno doloroso l’impatto che il suo sguardo disgustato mi ha provocato. Io che da italiana a Londra avevo assistito a certe scene sempre dall’esterno, ho sentito una sorta di onda violenta salirmi alla pancia e attraversarmi il corpo fino alla testa. Io che sono tra quelle persone critiche verso le problematiche del mio Paese e rispetto a “certa mentalità”, mi sono sentita invadere da un sentimento nuovo. Da un lato l’orgoglio per la mia appartenenza ad un Paese che fa parte del mio sangue e che ha contribuito a rendermi quel che sono oggi, l’appartenenza ad una cultura che non è solo pizza e mandolino;  dall’altro l’incapacità di affermare con forza questo concetto di fronte al muro di ignoranza che mi sono trovata di fronte e che mi ha disarmato..  e poi quel senso di impotenza mista a dolore per essere vittima di razzismo, una violenza difficile da trasmettere a parole. Una sensazione che non conoscevo e non mi vergogno a dire che mi abbia scioccato.

Londra è una città multiculturale che ha fatto dell’interazione tra diverse mentalità la sua ricchezza. Purtroppo l’ignoranza non è prerogativa di nessuno in particolare e la si trova ad ogni angolo del mondo. Oggi  è successo a me. L’ignoranza è la base del razzismo. Ne parlo perché non credo ci sia bisogno di aspettare il prossimo fatto di cronaca per farlo. Del resto per quanto la nostra assuefazione ci porti a non notare neanche più certe notizie sui quotidiani, apritene uno e probabilmente scoprirete che stanotte da qualche parte qualcuno è stato di nuovo vittima. E qualcun altro carnefice. Ovunque e anche a Londra.