Solo “Gatsby” come titolo non bastava a Nick per concludere il suo racconto. A penna ci aggiunge “The Great”. Anche per questo film dire solo “bello” è insufficiente. Occorre scomodare la parola Capolavoro. Senza iperboli, senza ismi, semplicemente Capolavoro.

Titolo originale: The Great Gatsby
Produzione: Stati Uniti d’America, Australia
Anno: 2013
Durata: 143 min
Genere: Drammatico, Romantico
Regia: Baz Luhrmann
Soggetto: Francis Scott Fitzgerald

Il meraviglioso romanzo di Francis Scott Fitzgerald è del 1925 e racconta una vicenda ambientata nel 1922. Per quanto ispirato alla esperienza di vita personale dello scrittore (fu noto alcolista e playboy) ed alle vicende della sua nazione, coeve e trascorse, ha contenuti di assoluto, eterno valore e a suo tempo, oggi lo possiamo dire, fu incredibilmente visionario, poi vediamo perché.

In pillole, per quanto possibile…

Tom, uomo più ricco d’America, è sposato con Daisy da 5 anni e vive a Long Island. Dall’altra parte della baia, in un’altra magione da sogno, vive Gatsby. Le due residenze si fronteggiano a vista. La casa di Gatsby ogni fine settimana è teatro di feste frenetiche a ritmo di jazz e foxtrot, frequentata da una fiumana di persone provenienti da tutta New York e dintorni, tutta gente che lo stesso ospite non conosce tranne le più influenti personalità della Grande Mela, così come quasi nessuno conosce lui. Gatsby ha però, pur nella sua immensa ricchezza, un pensiero fisso: Daisy. Era la sua fidanzata promessa prima di partire per la grande guerra, ma al ritorno, dopo 5 anni, la trovò sposata a Tom. Nick, operatore di borsa che prenderà alloggio in una piccola villa accanto alla sua, sarà per Gatsby la grande occasione per riprendere contatto con lei, visto che le è anche cugino. Daisy non resterà indifferente al grande sogno di ricostruire il suo grande amore e Gatsby spingerà a che lei lasci il marito. Inevitabile quindi lo scontro tra i 2, a questo punto, rivali e inevitabile sarà il drammatico epilogo, solo in apparenza dettato dalla casualità.

Possiamo dividere romanzo e film in 2 parti essenziali. Lo spartiacque è la decisione di Gatsby di spingere Daisy a lasciare Tom.

La prima parte è quindi descrittiva del furore che inebriava la vita di Gatsby e dei suoi amici, ma anche di Tom che praticava l’antica regola degli aristocratici: conservatori e intransigenti in famiglia, libertini di nascosto. (c’era anche la golden rule: “una donna per i figli e tante altre per godere“, più o meno recitava così).

Baz Luhrmann, rispettando in pieno e superandosi, esprime tutto il suo talento per le scene danzanti, da musical, piene di vivacità, di colori e ritmi; le corse in macchina potrebbero essere un manifesto futurista. Costumi, scenografie, automobili, ricostruzioni di luoghi esterni e interni ti lasciano a bocca aperta. Resti di sasso anche quando senti, in alcuni momenti, brani hip-hop o dance moderni ad accompagnare alcune situazioni, il callo del purista per un attimo duole, ma te lo devi aspettare da lui. Non aveva forse messo Bono e David Bowie insieme a tanti altri contemporanei nella colonna sonora del suo altro capolavoro “Mouline Rouge!“? Il suddetto callo non si quieterà solo perché poi sentirà “Rhapsody in Blue” di George Gershwin, tra le varie, ma perché apprezzerà presto la scelta di attualizzare una vicenda che è attuale.

E’ una parte quasi onirica, descrive un mondo sospeso su un livello per altri incomprensibile e, in barba a tutti i miti, irraggiungibile nella realtà. A New York si lavora, in borsa i soldi si riproducono come ratti, il proibizionismo impone divertimento nascosto in scantinati perché senza bere come fai? Per arrivare a Long Island bisogna attraversare un’area degradata, discarica di resti di carbone, zona priva di musica, dove la vita è solo fatica e polvere nei polmoni. A Long Island è come cambiare stato, alcol a fiumi nelle feste private dei super-ricchi, verde e paesaggi incantevoli.

Tom è nato ricco. Gatsby, scopriremo, è nato poverissimo ed è lui che rappresenta il c.d. sogno americano. Come abbia fatto a diventare ricco non è ben chiaro, e non importa nemmeno più di tanto. Interessante è invece capire Perché ha desiderato tanto diventarlo. Per Daisy, per poterla avere doveva scalare la società. Sempre per lei era pronto a mettere a rischio la sua stessa vita. La seconda parte è questa, l’emergere della grandezza reale di Gatsby, alla quale da contraltare faranno l’utilitarismo di Daisy e il cinismo di Tom, qualità loro inculcate fin da piccoli mentre Gatsby ha trascorso una vita all’inseguimento di Speranze. La solitudine della sua morte è tristissima, quasi quanto è triste constatare in generale la solitudine, meglio sarebbe dire rarità, di persone capaci di vivere inseguendo costantemente una speranza d’amore. Allarghiamo lo spettro, pensiamo all’Amore con la maiuscola per tutto quanto è utile e bello, e troviamo una delle perle di questo romanzo.

Il Passato che non ritorna, la Speranza. Questi i temi principali, ma ce ne sono altri, troppi per trattarli tutti. Garantisco che il film, quale più quale meno, li tocca. Per non dilungarmi troppo vorrei però concludere solo con qualche piccola considerazione.

Anzitutto, quando dicevo del carattere visionario di questo romanzo, mi riferivo a quella che oggi è nota come la grande depressione del 1929. Fu la prima crisi economica di portata mondiale e dagli effetti catastrofici. Scott Fitzgerald non poteva averne conoscenza nel 1925 ovviamente, ma fu quasi come se ne vide i prodromi in quel mondo dell’effimero esagerato, di consumi pilotati, di quel pernicioso meccanismo del “denaro che produce denaro” i cui effetti a lungo andare sono sempre pessimi.

Ci sono poi, nel film, due momenti che, per quanto minori, a mio parere meritano menzione. Uno è quando Gatsby attende Daisy per il loro primo incontro dopo anni. Cura il vecchio orologio aspettando l’ora fissata. Mancano due minuti e Leonardo DiCaprio (Gatsby) ha uno sguardo verso l’apparecchio che sembra volerne muovere in avanti le lancette. Strepitosa interpretazione e delizioso monito: il tempo è fuori da ogni potere degli uomini, scorre con leggi proprie e incontrovertibili.

Un altro momento interessante ritrae Tobey Maguire (Nick) nel finale mentre deve decidere come concludere il romanzo. E’ davanti alla macchina da scrivere e pensa. Sta per scrivere, ma si riferma e pensa ancora. Costruisce i periodi nella sua mente e quando ha ben ponderato parte a battere i tasti. Quando non c’era la videoscrittura, per evitare di riempire i fogli di correzioni, si faceva così. Una frazione di secondo e il bravo attore, per chi vuol intendere, dà da intendere.

Chissà quanti altri momenti minori mi sono perso. Invito sempre a prestare attenzione a queste cose, senza diventare dei fanatici, s’intende, nel cercare chissà quali sottintesi a tutti i costi cadendo nel ridicolo. Individuarli deve essere un frutto spontaneo, mai forzoso. La bravura di un attore o di un regista però si misura in questi particolari, proprio come quella di un musicista nell’eseguire il giusto tono di un brano senza gonfiarlo di corone o trilli inutili, o quella di un cantante nell’usare il diaframma in alto come in basso nella scala cromatica senza grugnire o sguaiare rispettivamente.

Tutti bravi gli attori protagonisti, meritano citazione anche Carey Mulligan (Daisy) e Joel Edgerton (Tom).

Ancora mille elogi a Baz Luhrmann. Pochi film all’attivo, ma quando li fa si devono vedere.

il grande gatsby leonardo di caprio

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