Questo non è un viaggio a zonzo per qualche strada dimenticata della Lucchesia o sulle vie della memoria della Versilia. Questo è un viaggio al seguito di un duo pisano che ribalta i botteghini quando gioca in casa e che porta in tour per l’Italia un piccolo mondo di poesia e musica.

L’ultimo nato è il più saggio, perché si porta dentro tutta la storia che lo precede. Non ricordo la fonte ma di fronte ai Gatti Mézzi è la prima cosa che mi viene in mente.

Questi due ragazzi non sono proprio gli ultimi nati sulla scena musicale ma si portano la storia della musica dentro. Lo si capisce dal guizzo nello sguardo di Francesco quando accenna un pezzo ska o nei ruzzini vocali di Tommaso in prova microfono, si vede dallo scorrere sulle corde delle dita di Francesco e di Tommaso sui tasti, dall’entusiasmo da bimbetti nell’interpretare e nel suonare supportato dalla perfezione tecnica da conservatorio.

Io mi sono preparata, eh, a questo momento; mi sono ripassata tutti e cinque i loro dischi, dal debutto autoprodotto Anco alle puce ni viene la tosse (2006), ad Amore e fortòri (2007), poi Struscioni (2009), Berve fra le berve (2011) e infine Vestiti leggeri uscito a maggio di quest’anno, e preparandomi ho riflettuto su cosa hanno di speciale.

L’uso del vernacolo. Modi di dire, metafore, dialoghi, luoghi comuni, proverbi e riflessioni narrate con l’armonia e la metrica del dialetto pisano.

I testi. Poesia, se per poesia si intende la capacità di evocare il maggior numero di emozioni e immagini con il minor numero di parole. Scanzonati, taglienti, delicati, arrabbiati, comici, disincantati, appassionati. I testi abbracciano tutto il ventaglio delle emozioni umane, disegnano immagini con tratto innamorato, testimoniano gli eventi con sguardo attento.

Lo sguardo. Piccoli particolari di vita vissuta raccolti e promossi a un livello superiore, trasformati in metafora di grande forza narrativa. Ed è un lavoro faticoso questo, vuol dire osservare il mondo, in ogni occasione, cercandone le particolarità con sensibilità da narratore e attenzione chirurgica.

La maturità. Ogni loro disco è bilancio di una fase evolutiva. Di questo ultimo cd ho letto che è quello più maturo, ma per me son segate. Hanno solo messo a fuoco altri temi, comunicando alta intimità.

I temi. I luoghi della città e della memoria, i racconti dei vecchi, i personaggi di paese, i ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza, i tic dell’umanità varia, il presente del viver quotidiano. I Gatti Mézzi raccontano un piccolo mondo in musica.

La musica. Non ci sono etichette per loro, solo radici affioranti; Carosone, Buscaglione, Ciampi, Capossela, Avion Travel, Morricone, Conte, Piovani, persino il cinema italiano degli anni ’60. Io ci sento tutti i miei riferimenti musicali e i miei musicisti preferiti, e nessuno. Perché i loro pezzi hanno qualcosa di inafferrabile; alla fine degli anni ’80 si sarebbe chiamato lo sgurz.

Il loro sgurz sta nell’ironia e nella capacità di cogliere il lato leggero delle cose, o meglio l’aspetto emotivamente sostenibile, e farlo uscire attraverso ritmi, melodie e arrangiamenti.

Mi sono preparata, dicevo, ma per quanto mi sia preparata, domenica 30 giugno al concerto che i Gatti Mézzi hanno tenuto al circolo Magnolia di Milano non ho voluto far loro neanche una domanda. Mi sono limitata a osservarli durante il sound check, ascoltare i frizzi di Tommaso e i giri blues di Francesco, a godere delle improvvisazioni dei musici che li accompagnano nel tour; Mirco che gioca al contrabbasso con Grease e gli Yes, Matteo che picchia lo sgabello sovrappensiero, a suon di bacchettate. Ho potuto vederli ridere nell’intervista di Giulio per Matriosca.it e confrontarsi con il suo originale generatore analogico di domande random. Ho partecipato con emozione sebbene senza diritto di voto alla stesura della scaletta, ho raccolto i loro ricordi di naja, tournée e gioventù in attesa di una pizza lenta ad arrivare.

Soprattutto ho potuto ascoltare i Gatti Mézzi dal vivo e finalmente sentire un concerto agli antipodi degli stereotipi, fatto di prodezze e incanti musicali.

Alla fine, ora che ci penso, avrei potuto chiedere loro: cosa ve lo fa fare di osservare il piccolo mondo, raccoglierne le ordinarie storie di follia e farne poesia in musica, portarla in giro per quest’Italia standardizzata, con tutta la fatica che il processo creativo e la vita conseguente comporta?

Marzullianamente la risposta me la do da sola, leggendola tra le righe dal loro primo disco:

Perchè ‘bimbi scavano le bùe?

cosa cercano i bimbi ‘vando scavano le bùe?

io lo so

‘un cercan nulla

scavano

per passione.

Dev’esse‘r piacè di vedè‘r voto dove prima ‘un c’era

”Bimbo l’hai fatto te quer popò di bùo?”

”Si l’ho fatto io! Popo’ di bùa t’ho ffatto!”

Ecco è tutto lì.

I Gatti Mézzi sono: Francesco Bottai  (chitarra, voce), Tommaso Novi  (pianoforte, fischio, voce).

Ospiti: Mirco Capecchi (contrabbasso), Matteo Consani (batteria).

L’Orchestra delle grandi occasioni: Silvio Bernardi (tromba), Giacomo Riggi (vibrafono), Beppe Scardino (sax), Francesco Carmignani (quartetto di violini).

Le foto della gallery sono di Luca Zannotti e di Archivio fotografico Peccioliper, e di Franco Silvi (sottratte dalla pagina Undici Lune a Peccioli), che le hanno gentilmente concesse; due o tre sono persino mie.

Se girate per la Toscana, potete ascoltare dal vivo i Gatti Mézzi qui:

05/07 Gambassi (Fi), Festa della Birra

11/07 Cecina (Li), Meeting Antirazzista

14/07 Arezzo Wave, Valdichiana (Ar)

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