Qualche tempo fa, la Groenlandia si trovava a sud dell’equatore quando, forse stanca del clima afoso, decise di spostarsi verso nord. Il viaggio dura da 500 milioni di anni e ora la maggiore isola del mondo, si trova in climi più freschi, giusto a due passi dal Polo Nord.

Due milioni e duecentomila chilometri quadrati di natura selvaggia, una calotta di ghiaccio con uno spessore medio di 3,4 chilometri e un nome che, in inglese vuol dire terra verde. Forse così la definirono i vichinghi che arrivarono da queste parti poco prima dell’anno 1000. Erano guidati da Eric il Rosso, un balordo col pallino della navigazione. Scacciato dalla madre patria, aveva scoperto l’Islanda, scacciato anche da lì, arrivò da queste parti artiche e il figlio, solo qualche anno dopo, pensò bene di andare a scoprire l’America, giusto quei 500 anni prima di Colombo e costruire un bel villaggio sulla punta nord-occidentale di Terranova.

Rimasero 500 anni i vichinghi, ostinandosi a importare d’oltre mare quasi tutto quello che gli serviva, dal grano alle bestie, perfino la legna per costruire. In Groenlandia le condizioni di vita non sono esattamente facili e occorre un livello d’integrazione con l’ambiente che i vichinghi non conobbero mai: per loro questa terra verde rimase sempre ostile.

In ogni caso non aspettatevi il verde. In Groenlandia si va per il ghiaccio. Per vedere i ghiacciai che si tuffano nell’oceano, per i grandi iceberg (corre voce che quello del tragico appuntamento col Titanic venisse proprio da qui) che galleggiano ovunque, evanescenti come poesie scritte nell’acqua, giganti destinati a sparire nel nulla, senza lasciare tracce. Infine per vedere la banchisa polare e magari qualche orso bianco. Altro protagonista raro, davvero raro, ma assai ambito dai visitatori è il mitico narvalo, cetaceo dotato di un corno prodigioso, lungo anche 3 metri che in passato veniva spacciato come prova dell’esistenza dell’unicorno. Di qui il prezzo elevatissimo e la conseguente caccia spietata.

Si parte da Kangerlussuaq, alla fine di un fiordo lungo 170 km nel sud della Groenlandia a 66° 57’ di latitudine nord. Nel corso della Seconda Guerra Mondiale gli americani stabilirono una grande base per i bombardieri diretti in Europa dove abitavano oltre 8000 persone, oggi l’insediamento ne vanta si e no 400. La Fram, ultima nata della flotta Hurtigruten, scivola via nel crepuscolo artico verso l’oceano. Ci separa giusto una notte di navigazione dal primo scalo sull’isola di Disko.

Qeqertarsuaq (69° 15’N), in groenlandese significa “isola grande”, il nome inglese, Disko, probabilmente venne dato dai balenieri che frequentavano la zona nell’800. Con i suoi 100 milioni di anni è un’isola estremamente giovane rispetto al resto della Groenlandia. La leggenda vuole che un tempo Disko si trovasse più a sud. Gli abitanti, insoddisfatti del clima, la rimorchiarono con i loro kayak fino alla posizione attuale. Curiosamente, la vegetazione è proprio quella del sud della Groenlandia.

Emozionante l’incontro con i primi iceberg: torri merlate a guardia del fiordo che conduce al villaggio. Altri sono incagliati a riva e svettano come sogni di cristallo fra le rocce nere.

Del villaggio rimangono immagini di casette dai colori sgargianti che brillano sotto il sole nordico. Luce tagliente che disegna profili esatti. Qui vive un migliaio di persone dedite alla pesca. Dalle rastrelliere di legno pendono sgombri, merluzzi e qualche foca, messi a essiccare in questo clima incredibilmente asciutto.

Il mattino successivo la Fram getta l’ancora a Uummannaq (70° 40? N), sull’isola di Uummannaq, sotto il monte di Uummannaq. Effettivamente gli inuit non sembrano essere molto creativi con i nomi: sarà la durezza della vita da queste parti, ma qui ci si limita a informazioni concise. Il superfluo è bandito dai gesti, dalle abitudini, dalla fantasia.

Il paesino è un’altra esplosione di case coloratissime abbarbicate sulle ripide pendici del monte che sale con pareti vertiginose fino ai 1200 di altezza. Colpisce la completa assenza di vegetazione: rocce rosse, antiche, ormai ossidate dal tempo. Si rimane senza fiato di fronte alla spettacolare durezza del deserto artico. A bordo di una piccola imbarcazione seguiamo le falesie a picco. Il contrasto fra il bianco degli iceberg arenati contro le rocce nude è imprevedibile. Sulla vicina isola di Storøen affiorano rocce che hanno 4 miliardi di anni: è uno scenario dantesco, sconvolgente che costringe la mente ad acrobazie improbabili. Rocce roventi e iceberg: questa è la Groenlandia più segreta e sconosciuta.

Salpa la Fram, accompagnata da una corte di ghiaccio, volge nuovamente la prua verso Nord, verso l’80° parallelo. E’ un giorno intero di navigazione attraverso la baia di Melville (non l’Hermann di Moby Dick, bensì Lord Melville, patrono influente delle spedizioni artiche inglesi del primo ‘700). Questo braccio di mare fra la costa occidentale della Groenlandia e la Terra di Baffin è poco frequentato e le carte nautiche sono incomplete, per questa regione la Fram si tiene al largo dalle coste.

Sbarchiamo a Dundas (76° 32’ N). Si tratta di un villaggio abbandonato dal 1953, quando gli americani installarono una base militare qui vicino ed evacuarono gli abitanti che dovettero affrontare un trasferimento forzato sulle slitte trascinate dai cani e spostarsi 60 chilometri più a nord dove sorge l’odierna Qaanaaq. Il sito è di rilevanza storica perché vi si trovano i resti della “Thule culture”, insediamento inuit rimasto attivo dal 1100 al 1500, e perché qui fondò la sua stazione commerciale l’esploratore danese Knud Rasmussen nel 1910.

La navigazione verso nord riprende. Il paesaggio non potrebbe essere più selvaggio con il profilo della costa rocciosa continuamente interrotto dalle ferite tagliate dai ghiacciai che si aprono una via verso il mare. L’orizzonte è interrotto solo dalle figure eleganti degli iceberg: in tutti questi giorni non incontriamo una sola nave.

Siorapaluk (77°47’ N) si contende con Ny Alesund (nelle Svalbard) il primato di comunità piu settentrionale del mondo. Questa è davvero la frontiera: da qui al Polo rimangono solo 1362 km di ghiaccio. Oltre questo punto non ci sono più insediamenti umani, solo qualche cacciatore che si spinge più a nord in cerca di orsi o narvali. L’arrivo di una nave è un avvenimento che si ripete solo tre o quattro volte in un anno e la Fram viene letteralmente presa d’assalto dall’intera comunità, adulti e bambini in preda ad una gioiosa frenesia. E’ un turbinio di solenni strette di mano, lunghi discorsi in lingue a tutti sconosciute e fotografie di rito.

E’ giunto il momento dell’ultimo balzo verso nord. Accompagnata da una notte che si è fatta incerto crepuscolo, la nave cerca un passaggio fra i ghiacci per raggiungere la banchisa polare e superare il leggendario 80° parallelo. Intorno alle due del mattino uno squarcio della nebbia rivela che siamo circondati dal ghiaccio in ogni direzione. Larghi blocchi piatti spostati dalla corrente formano un mosaico in continuo cambiamento che rende impossibile procedere e assai difficoltoso tornare. Molte manovre e alcune ore più tardi troviamo un nuovo canale navigabile. E’ l’alba del sesto giorno quella che si fa strada fra brandelli di nebbia e fantasmi di ghiaccio. Alle 11 e 03 del mattino troviamo nuovamente la strada sbarrata. Intorno a noi c’è solo un caos di ghiaccio. Siamo a 78° e 31’ di latitudine nord e per quest’anno questo è quanto. Un nuovo cambiamento della corrente sposta il ghiaccio contro lo scavo della Fram e il capitano decide di fare rotta verso sud. Lasciamo lo Stretto di Smith per ripercorrere la costa groenlandese. Ora il nostro obiettivo sono i grandi ghiacciai della Baia di Disko. Mentre aspettiamo il clou della crociera scivolano via i giorni e gli sbarchi: Qaanaaq con i suoi 650 abitanti di cui 250 sono bambini, Upernavik con i cimiteri più panoramici che si possano immaginare, il ghiacciaio di Eqip Sermia e il villaggio fantasma di Qunlissat. Quest’ultimo è uno dei luoghi più emozionanti dell’intero viaggio: abbandonato nel 1972 in seguito alla decisione del governo danese di chiudere la miniera di carbone, nel 2002 fu colpito da uno tsunami che distrusse le case più vicine al mare. Il paesaggio duro, i colori forti del terreno, quelli sgargianti delle case, gli oggetti lasciati dagli abitanti, tutto contribuisce a creare  un’atmosfera sospesa e misteriosa.

Finalmente gettiamo l’ancora a Ilulissat. In Groenlandese significa “grandi iceberg”. Per capirne il motivo basta salire su uno dei piccoli pescherecci che portano i turisti all’imbocco del vicino fiordo. Lo chiamano “ice fiord” ed è letteralmente invaso da giganteschi iceberg. Arrivano come colossi silenziosi dal ghiacciaio Sermeq Kujalleq che si muove alla velocità di 19 metri al giorno, più di quanti ne faccia un ghiacciaio alpino in un anno. Il risultato è una sorta di laboratorio della natura che genera un iceberg via l’altro.

La navigazione in questo scenario mutevole è quanto di più emozionante si possa immaginare. E’ lo spettacolo della forza della natura: ci si muove accompagnati da scoppi e boati in un mondo incantato e titanico dove gli attimi di silenzio esplodono assordanti. Si perde completamente il senso dell’orientamento, vinto dal delirio di forme, luci, ombre, prospettive evanescenti. Dal 2004 patrimonio UNESCO dell’umanità, l’ice fiord è il motivo ultimo per cui venire fin quassù.

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