Dieci di sera. North Broadway.
Il civico è il 4802, la città è la Chicago calda ma ventilata d’inizio Agosto (“Windy City” il nickname: una benedizione d’estate, peggio d’una maledizione negli inverni che ghiacciano pure l’anima).
Al Capone, il famigerato gangster che tiene in pugno il mercato alcolico durante il dannato Proibizionismo, varca in pompa magna la soglia d’ingresso del Green Mill.
La porta si spalanca, dando il benvenuto al boss nel locale jazz più rinomato di quella Chicago elegante, padrona assoluta dei ruggenti anni Venti, prima del declino durante la Grande Depressione. Il buttafuori s’inchina goffamente davanti allo spietato proprietario mentre le inconfondibili tonalità degli ottoni della band quella sera di turno s’insinuano per pochi istanti anche fuori, tra i marciapiedi e i tombini fumanti.
Il nostro Alfonsino (il nome completo e molto meno “duro”) avanza con fare deciso tra le nuvole dei sigari e gli odori acri dei liquori – versati nei bicchieri e sul parquet scuro – che egli stesso s’è ben premurato di procurare al suo locale preferito. Illegalmente, of course.

Il suo posto è là in fondo, di fianco al bancone del bar e sopra all’uscita secondaria, una botola nascosta che porta alla rete di tunnel costruita apposta per sfuggire alle indelicate intrusioni della polizia anche nel bel mezzo di un’improvvisazione del miglior sax in town.
Tolto il cappello, sistemate le bretelle e omaggiato di un gesto accondiscendente il direttore in smoking dell’orchestra, Capone s’adagia sui cuscinetti della sinuosa panchina di mogano, circondato dagli scagnozzi armati.
Il cameriere, giacca bianca e papillon, è già pronto con il vassoio di vetro e il tipico Martini bianco da servire sulla candida tovaglia del capo, pochi centimetri distante dalla candela perfettamente al centro del tavolo.
Quando l’oliva smette di girare nel calice di Capone, lo show può iniziare.
One, two, three…!
Trombe e tromboni, le ultime due file, partono con l’assolo all’unisono, cui s’aggiungono in breve tempo batteria e contrabbasso a dettare i tempi. I sax, in prima linea, per il momento rimangono silenziosi ma pronti a far fuoco.
La composizione è di Duke Ellington, il re dello swing, una nuova versione jazz creativa, allegra e “totale” che si sta affermando in quegli anni intensi e anarchici, interpretato da band numerose in risposta ai maliconici “trio” o quartetti del jazz tradizionale del sud degli States.
Il ritmo non dà tregua, i sax si sovrappongono finalmente agli altri fiati e si lanciano in improvvisazioni collettive che avvolgono gli avventori, scatenando la reazione di gambe e bacini sulla piccola pista da ballo. Le signorine, ben truccate, ingioiellate e raffinate nei movimenti, battono a tempo i tacchi delle scarpette attente a non farsi pestare dagli impacciati compagni di ballo, mentre Al Capone, sempre vigile, sorseggia il suo cocktail tamburellando le dita come fosse lui sul palco a strimpellare il pianoforte.

Poco dopo, verso le undici, tocca a noi fare il nostro ingresso nel locale di cui tanto abbiam sentito parlare.
Nonostante la convinzione di sentirci degli Humphrey Bogart in un film noir, l’accoglienza è subito un po’ meno romantica. Non possiamo nemmeno completare la nostra trionfale entrata che subito ci vengon chiesti cinque dollari per l’ingresso, peraltro difficili da scovare nello zainetto che ci siamo portati dietro anche in quel simbolo senza tempo di eleganza e bon ton.
Titubanti, lasciamo che sia il nostro amico Andrea, chicagoano d’adozione, a ordinare per noi un bourbon liscio prima di dirigerci verso l’orchestra che, oggi così come allora, ci sta dando dentro alla grande con i classici d’epoca.
Il jazz è di qualità sublime, ci cattura e trascina attraverso i saliscendi delle sue note e assoli e, tra i muri ricoperti di cornici di legno squisitamente intagliate, dipinti, signori di mezz’età a danzare con giovani donzelle e un’atmosfera da macchina del tempo, gli unici a sentirsi fuori luogo siamo noi, con la nostra polo (o maglione della University of Chicago, dove Andre studia) e un’espressione di totale stupore mista a entusiasmo dipinta sul volto.
L’effetto è talmente coinvolgente che, dopo esserci immersi completamente in quel clima magico di acuti di tromba, cupi contrabbassi e ballerine con chignon cinti da fiocchi rossi, ci giriamo verso quell’angolo laggiù, all’estremità occidentale del bancone dove il barman sta shakerando l’ennesimo Martini.

Il Tavolo è ancora lì. Lo stesso dove, leggenda vuole, Al Capone si sedeva per gustarsi i migliori liquori della città – i suoi – e il sound unico delle “big band” del Green Mill, la risposta americana ma meno erotica al Red Mill parigino, il Moulin Rouge.
Quasi stupiti e un po’ rammaricati constatiamo che in effetti però no, Al Capone non c’è, sostituito da un trio alticcio d’amici che allegramente sta scherzando sulle evoluzioni di un giovane straniero alle prese con i tentativi “di rimorchio” di una spagnola carina sulla pista da ballo.
Delusi ci rigiriamo verso l’orchestra, attirati da un assolo più potente e affascinante degli altri, ma il fantasma di Al Capone ci continua a perseguitare.
La parte finale della canzone sta raggiungendo l’apice con la conclusione affidata ai soli fiati, mentre i nostri pensieri corrono facendoci sognare a occhi aperti, forse anche grazie al terzo bourbon stretto nella mano destra.
D’un tratto un sorriso ci sorge sulle labbra, come illuminati, dopo aver scorto con la coda dell’occhio la famosa botola lievemente sollevata anche se semi-celata da un tendone rosso.
Il buon vecchio Al non dev’essere lontano.
La musica del Green Mill è rimasta irresistibile anche per Lui.

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