QUI lo dico e qui lo ripeto: i più grandi rosé del mondo vengono da Bandol.

A due passi dal glamour della Côte, subito dietro porticcioli colorati e mercatini di pescatori e contadini, non lontano dallo splendore di Marsiglia e delle sue Calanques, la Aoc Bandol riserva sorprese senza fine per gli appassionati di quel vino rosé così bistrattato in Italia. 1500 ettari vitati ospitati in un anfiteatro naturale. Dal massiccio di Sainte-Baume alle rive del mare, la presenza ordinata della vite disegna il paesaggio, accompagnata dal ritmo delle “restanques”, i muretti a secco che sottolineano i contorni sinuosi del terreno.

E proprio di terroir parlano i vini di Bandol: qui è il Mourvedre che trova la sua espressione elettiva. Coadiuvato dal Grenache noir e dal Cinsault, dà origine a rossi poderosi, complessi e longevi, nonché a grandissimi rosati dotati di struttura e personalità sconosciute altrove, rosati capaci di invecchiare tranquillamente 10/15 anni. I bianchi devono invece il loro carattere più solare e fruttato a vitigni come Clairette, Bourboulec e Ugni blanc, con incursioni di Vermentino, che qui viene chiamato Rolle. Gli otto comuni compresi nell’Aoc ospitano una cinquantina di produttori, che nel 2012 hanno messo in cantina 55 mila ettolitri di vino. Il rosato domina le statistiche con 41mila 921 ettolitri pari al 76% del prodotto.

Poche le realtà scenografiche e tourist oriented: nella regione di Bandol regna un concetto estremamente tradizionale dell’approccio al vino. Salvo rare eccezioni, non troverete sale di degustazione spettacolari e men che meno cantine di design con spazi e tecnologie rivoluzionarie. Qui si viene per incontrare i contadini, i vignaioli, gli agronomi, i mastri cantinieri che, quasi sempre, sono la stessa persona. Per contro, non è raro che una semplice degustazione si trasformi in una verticale vertiginosa con salti nel passato a dir poco inconsueti in altre regioni. Grazie all’impegno quasi eroico sono riuscito a provare un numero davvero significativo di realtà sul territorio.

Ecco le mie preferite.

Chateau de Pibarnon – I gran maestri, quelli che hanno (già in tempi non sospetti) provato a perseguire l’eleganza. Obiettivo non da poco, dato che il Mourvedre, re dei vitigni di Bandol, tende a esprimersi con tale vigore da rendere difficile un dialogo in toni composti: spesso sono i muscoli a dare spettacolo a discapito della finezza. Non è il caso dei vini di Pibarnon che brillano per finezza, complessità, equilibrio. Fra i rossi splende il 2001, ma è impressionante il 1990. Ma sono qui per i rosati: partiamo dal 2012 per arrivare al 2005. Si tratta di vini eccezionalmente complessi, per nulla piacioni, sapidi, minerali, ottenuti da Mourvedre per il 55%, Cinsalt per il 45% e Grenache per la rimanente parte. Da giovani esplosivi e fruttati, poi via via più completi. Accompagnano, dopo qualche anno di cantina, i piatti più impegnativi a base di pesce, come la bouillabaisse, e le carni bianche.

Domaine du Gros ‘NoréAlain Pascal è un grande personaggio: comunica con schiettezza esemplare la sua passione, i suoi obiettivi, la sua filosofia. Un uomo che ha impiegato 5 anni a costruirsi la cantina pietra su pietra, da solo. È l’incontro che rivela il segreto di Bandol: dal senso di appartenenza al territorio, all’orgoglio di essere un vigneron, alla convinzione che i vini di questa regione, una volta raggiunta la notorietà e il livello qualitativo d’eccellenza, abbiano una strada precisa da seguire: quella che va verso la finezza. Ed è proprio questa evoluzione, questo percorso sempre più entusiasmante, che seguiamo nel corso della verticale di rosé: dal 1998 al 2012. Dovendo scegliere, oggi vorremmo parlare del 1999, con la sua freschezza, la complessità, le note di liquirizia e di scorza d’arancio candita e quel finale lunghissimo balsamico. Un’esperienza impensabile nel mondo dei rosati più conosciuti.

Chateau Pradeaux – Per comprendere a fondo la natura dei vini di questa regione bisogna fermarsi da Chateau Pradeaux: i loro grandi rossi sono il libro di storia dell’Aoc Bandol, il memoriale della tradizione. Vini ruvidi, schietti, maschi, che necessitano magari di vent’anni d’invecchiamento per ammorbidirsi e rivelare la loro personalità unica e affascinante. Vini da cacciagione, da cinghiale, da serate d’inverno davanti al focolare. Fra i rossi mi colpisce il 1961, fra i rosati, che sono strepitosi, 2001, 2005, 2010.

Domaine Castell Reynoard – Fra i giovani da seguire e incontrare, Julien Castel è in primo piano. Agricoltura biologica, vini il più vicino possibile alla natura: buoni e schietti.

Domaines Bunan è un marchio che raccoglie due etichette: Moulin des Costes e Chateau la Rouvière. In realtà è lo stesso produttore che ha scelto di vinificare sotto etichette diverse le uve provenienti da due zone diverse. Tutte le uve crescono in regime biologico ed entrambe le famiglie vantano grandi vini. Memorabile il rosé Chateau la Rouvière 2011.

Per sostenere lo sforzo di tutte queste degustazioni sono conscio che devo ben mangiare e ben dormire. L’indirizzo giusto è l’Hostellerie Bérard, una istituzione della buona cucina nascosta nel centro storico de La Cadière d’Azur. Poche stanze ricavate in un ex convento dell’XI secolo, dove la famiglia Bérard ha saputo creare un’atmosfera di grande charme: la signora Danièle, per quanto riguarda l’hotel, lo chef René prima e il figlio Jean-François oggi, in cucina. L’esperienza gastronomica proposta da Jean- François è di livello e classe internazionali. Il giovane chef ha saputo coniugare i sapori della tradizione, gli ingredienti del territorio e la sua mano creativa con raro intuito. Il risultato è superlativo in tutti i sensi.

Informazioni

www.rendezvousenfrance.com

www.visitvar.fr

www.vinsdebandol.com

www.hotel-Bérard.com

www.pibarnon.com

www.gros-nore.com

www.chateau-pradeaux.com

www.castell-reynoard.com

www.bunan.com