And now the end is near
So I face the final curtain
My friend, I’ll say it clear
I’ll state my case of which I’m certain

E ora che la Fine è vicina
e quindi affronto l’ultimo sipario
amico mio, lo dirò chiaramente
ti esporrò il mio caso, di cui sono certo”

Memphis, Agosto 2014. Dopo esser scesi dal van che l’organizzazione ci ha fornito per arrivare fino alle porte della leggendaria villa di Graceland, casa e tomba di Elvis Presley, varchiamo le quattro colonne bianche dell’ingresso facendoci avvolgere istantaneamente dai fantasmi che dal 1977 aleggiano in quella che è l’attrazione americana più visitata dal mondo.
Nemmeno due metri dopo la chiusura della porta principale e sulla destra i primi segnali che Graceland non è stata e non sarà mai una “casa” come le altre iniziano ad apparire.
Due vetrate variopinte come in una chiesa pagana con due pavoni dalla coda spalancata fanno da contorno all’entrata nel primo dei salotti della magione del Re, tra pomelli dorati, grandi vetrate, un pianoforte e dei divani e la moquette completamente bianchi.
Un brivido fulmineo accompagna i nostri ricordi, mentre a occhi aperti divoriamo i dettagli di quello che è stato il teatro principale di una vita eccessiva. Estetica, sessuale, musicale, commerciale, privata e pubblica.
È difficile in realtà immaginare il primissimo Elvis, quello focoso, giovanile, talentuoso ma ancora genuino di “Hound Dog”e “Blues Suede Shoes” vivere tra queste mura così, ehm, particolari.
Scoperto nel 1954 da Sam Philips, geniale produttore musicale della mitica Sun Records di Memphis, Elvis non era altro che un tipo un po’ strano, maltrattato a scuola per le sue origini povere (una catapecchia a Tupelo, nel Mississippi, dove aveva vissuto i primi anni di vita con i suoi), le sue pettinature “particolari” (i basettoni eran comparsi già tra i banchi dell’high school) e i suoi vani tentativi di farsi accettare dal “gruppo”, specialmente attraverso il canto per cui riteneva -contro l’opinione comune- d’esser portato.

I’ve lived a life that’s full
I’ve traveled each and every highway
And more, much more than this
I did it my way

Ho vissuto una vita completa
ho viaggiato su tutte le strade
ma molto, molto più di questo
l’ho fatto a modo mio”

Il gospel religioso, obbligato se sei figlio unico di una madre ossessiva e devota, gli aveva fatto nascere dentro un’inesauribile passione per la musica allo stesso modo con cui i Blues Brothers erano stati illuminati all’ingresso della chiesa nella famosa scena del film. Elvis era in missione per conto di Dio, e prima o poi ce l’avrebbe fatta.
Non aiutava la sua integrazione in quell’America sudista e iper-razzista il fatto d’esser cresciuto in un quartiere povero e soprattutto “nero”. Gli afroamericani erano -incredibile per un bianco!- suoi amici, e la loro musica, quell’incredibile miscuglio adrenalinico di ritmi e assoli blues uniti alla vitalità delle voci e ai toni “bassi” delle gole più profonde d’America (se la culla dell’umanità è l’Africa, la culla di blues, jazz e rock dovrebbe essere da qualche parte tra la Tobacco Road e il Grande Padre Mississippi), gli era entrata dentro prima di ogni altra cosa.
La fortuna ci mise del suo, e da un’improvvisazione alla Sun Records per battere la propria timidezza e sentire per la prima volta la propria voce “registrata” deflagrò la stella più luminosa, acclamata e idolatrata della scena musicale occidentale del Novecento. L’unica “black and white”. Era nato il Re.

Regrets, I’ve had a few
But then again, too few to mention
I did what I had to do
And saw it through without exception

Rimorsi, si qualcuno ne ho avuto
ma ancora, troppo pochi per parlarne
ho fatto ciò che dovevo fare
e ho visto tutto senza mai risparmiarmi nulla

Non sono la larga cucina tipicamente anni Sessanta americani o gli sfarzosi (ed eccessivi) lampadari e candelabri della sala da pranzo a stupirci in modo particolare. Piuttosto, è l’accostamento dei colori, la loro scelta, la loro collocazione a restituirci un sentimento strano, vagamente inquietante. Decisamente kitsch. Tutti quegli specchi, testimoni dell’ego quotidiano e delle perversioni del loro imperatore, catturano i nostri sguardi affamati di debolezze e dietro-le-quinte del più grande di sempre. Cosa portò Elvis The Pelvis (“il Movimento di Bacino” marchio di fabbrica) a una morte così triste, solitaria, prematura, così lontana da quello che era stato il suo personaggio e il calvario silenzioso per costruirlo? Parte delle risposte sono rimaste intrappolate qui dentro, le possiamo odorare mentre, passando davanti alla camera da letto a forti tinte violacee, ci tornano in mente i titoli di giornale sulle presunte passioni erotiche del Re per giovani fanciulle vergini appena sopra la soglia della pubertà. Passioni reiterate o represse a seconda del periodo (ci sono state pure un’ex-moglie e una figlia), promiscue, quasi morbose, attribuite da molti al rapporto assillante con la madre e alla morte del gemello subito dopo il parto. Comunque un atteggiamento sessualmente esplicito che sconvolse l’America puritana di quell’epoca ormai dimenticata dalle nuove generazioni, quando ancheggiare, sculettare, dimenarsi, mandare occhiate sensuali al pubblico femminile seguendo il ritmo della propria amata chitarra, delle percussioni, del proprio animo selvaggio erano ritenute dirette emanazioni del diavolo, da esorcizzare con la mente ma da venerare e sognare -e così fu per tutti nessuno escluso- con il cuore e i lombi.

Yes, there were times, I’m sure you know
When I bit off more than I could chew
“But through it all, when there was doubt”

Sì, ci sono stati momenti in cui, son sicuro che lo sai
ho ingoiato più di quanto potessi masticare
Ma attraverso tutto questo, quando c’era un dubbio

Le scale, completamente ricoperte di altri specchi, ci portano nei piani sotterranei, i più colorati ed eccentrici tra sale da biliardo avvolte da pareti psichedeliche, salotti con tre tv, soffitti immancabilmente a specchio e divani con peluche e moquette verdi che rendono tutto l’ambiente ovattato e straniante. Oggetti, desideri, atteggiamenti e fine ingloriosa affini a un altro grandissimo, quel Michael Jackson di Neverland di cui Elvis è stato il capostipite come intrattenitore e animale da palcoscenico. Un fascino che tutt’ora resiste alla prova del Tempo indissolubilmente legato alla propria immagine, che scioglie ogni dubbio su un fraintendimento annoso: Elvis non è stato il più grande musicista di sempre, musiche e parole le hanno sempre composte altri, ma nessuno mai lo supererà come interprete ed entertainer, il migliore nella Storia.

I ate it up and spit it out
I faced it all and I stood tall
And did it my way

Ho mangiato e poi sputato
ho affrontato tutto e sono rimasto in piedi
e l’ho fatto a modo mio

L’ascesa del primo vero prodotto mediatico moderno fu tanto inarrestabile quanto distruttiva. La tv aveva appena trovato una vera diffusione e gli States furono investiti dalla bellezza, dal sorriso ammorbante e dal talento naturale di un ciuffetto brillantinato dall’estensione vocale sovrumana. La RCA, la casa discografica più importante, lo firmò quasi subito, “condannando” Elvis alla fama nazionale. Da lì in poi furono solo successi esagerati. Padrino del rock, fusione sublime di country e gospel prima, poi stella assoluta delle commedie patinate ed innocue della Hollywood sciacalla e opportunista degli anni ’60 (31 film tutti praticamente con la stessa trama, con un Elvis “povero” e fallito che si riscatta esibendosi e cantando, diventando playboy ed eroe… sigh), il più clamoroso dei quartetti rock con Johnny Cash, il ritorno incredibile nell’iconica pelle nera nel concerto di Las Vegas del ’68 e poi alle Hawaii nel 1973… Elvis divenne una divinità pagana, un simbolo del sogno americano, un baluardo dell’emancipazione sessuale, importante addirittura nella lotta al razzismo e nel riconoscimento dei gruppi omosessuali. Elvis rappresentò gran parte dell’America di quei due decenni, nel bene e nel male, cambiandola per sempre.
È però una fortuna che Il Re sia nato in quell’epoca, rabbrividiamo al solo pensiero di quello che avrebbe potuto fare con Lui questa marcia società dello spettacolo versione 3.0, che ha elevato a nuovi idoli pop vuote confezioni come Bieber o la Cyrus. L’anima del Re, nonostante tutto, nonostante l’Hollywood cannibalesca, nonostante la depressione e il fisico martoriato, fu sempre puramente passionale, una vita realmente dedicata alla musica e a quella scarica elettrica che lo faceva scalpitare e graffiare con le prime rime i microfoni all’apertura dei brani più celebri, da “Heartbreak Hotel” e “Jailhouse Rock” in avanti.

casa-elvis-portone

I’ve loved, I’ve laughed and cried
I’ve had my fails, my share of losing
And now as tears subside
I find it all so amusing

Ho amato, ho riso e pianto
ho avuto i miei fallimenti, le mie sconfitte
e allora, mentre si fermano le lacrime
trovo tutto così divertente

Ci avviamo verso la parte più interessante e particolare di questa reggia senza fine, senza contare l’enorme parco-macchine, i jet privati e la piscina circondata dalle lapidi della famiglia: la sua personalissima Hall of Fame, la sala della Gloria. Ammassati sui muri dei corridoi, a riempire ogni singolo spazio e ad accompagnarci verso la sala principale, stanno tutti i dischi d’oro o di platino, tutti i premi ricevuti da Elvis lungo vent’anni d’incredibile carriera. Il tutto mischiato a molti dei costumi usati nei film o nei concerti, come quello tutto bianco, famosissimo e classico della figura Elvisiana, con i pantaloni strettissimi sui fianchi e a “zampa d’elefante” in fondo, la giacca con il colletto enorme e le stelline dorate. È lo stesso che indosserà durante il suo ultimo e mastodontico tour, quello del 1977 che una tv d’epoca in questa camera alta venti metri e ricoperta di dischi e foto celebrative proietta per noi, pubblico ormai completamente sedotto dal personaggio-Elvis e dalla sua dimora.
Fu un tour tanto storico quanto doloroso, sia per il fan di sempre che per l’osservatore distaccato: gonfio di farmaci e droghe, affetto da una disfunzione intestinale che lo faceva sembrare ancor più grasso, Elvis provò a mettere tutto ciò che gli rimaneva dentro per un’ultima, memorabile interpretazione.
Ma non sembra esserci più molto, in quegli occhi e quel viso dal doppio mento quasi irriconoscibile, il volto madido di sudore, il sorriso sforzato. La penultima canzone che Elvis ci vuole regalare, la cover di Sinatra di cui avete letto le note fino ad ora, somiglia molto a un inconsapevole testamento artistico e personale di un uomo che avrebbe voluto essere probabilmente qualcosa di diverso da quello che è stato in parte costretto a diventare. Ma che, imprigionato tra le fauci del successo commerciale e le proprie smisurate ambizioni, non ha mai avuto una reale scelta, se non recitare fino alla fine il personaggio che il mondo aveva imparato ad amare e continuava avidamente ad invocare.

The record shows I took the blows
And did it my way

La storia mostra che le ho prese
Ma l’ho fatto a modo mio

Le ultime immagini, l’ultima strofa, sembrano un verosimile parallelo con uno dei “Rocky“, quei fotogrammi in cui Stallone -stremato- esce dal ring vincitore inatteso e osannato.
Elvis, nonostante la fatica fisica evidente che lo stravolge, ha la stessa baldanza e presenza scenica mentre lascia il palco accompagnato dalla Elvis’ Mafia, il fido staff, con le trombe e le chitarre della band ancora vive e le famigerate dita al cielo verso le fans urlanti per lasciar loro un ultimo ricordo, il migliore: come sempre del resto.
È l’ultimo filmato di un Live del Re, e anche la telecamera non riesce a catturare un segno di cedimento sul suo volto: Elvis continuerà a sorridere, fino alla chiusura del sipario.
Le note di “My way” continuano a risuonare nella testa di tutti. Nessuno abbandona il proprio posto, nemmeno noi, come se il concerto non dovesse mai finire.
“I did it my way”… letteralmente “ho fatto la mia strada“, ma più che altro “l’ho fatta nel modo che volevo io”, Elvis Presley da Tupelo, per tutti Elvis The Pelvis.
È solo l’ultima delle illusioni del sovrano di Graceland, ma è quella che probabilmente gli ha consentito di sopravvivere e diventare The King of Rock’n’roll.
Sempre imitato, mai eguagliato.
Il Re vive, rimaniamo in piedi a cantare.