Ne il cinema ne la letteratura possono essere accusati del peccato originale
[Stanley Kubrick]


Con l’uscita nei cinema italiani dell’acclamato (o criticato, fate vobis) “The Hateful Eight” di Quentin Tarantino, ancora una volta ci siamo trovati di fronte a una presa di posizione tanto implicita quanto fondamentale nell’apprezzamento o meno dell’opera del cineasta americano: innamorarsi della (sua) violenza, o rifiutarne l’innegabile fascino rappreso e raggrumato.

Non tanto per le scene grandguignolesche del Boia che vomita sangue o della materia cerebrale sui capelli della splendida Miss Domergue, ma piuttosto per la scelta – vero trademark dell’universo tarantiniano – di legare alcuni tra i più violenti acuti del film a melodie calme, dolci, rilassanti, accomodanti. Allegre.
Ecco quindi che l’assassinio della coppia sudista padre-figlio (l’uno nel presente l’altro in flashback) da parte del maggiore Warren viene introdotto dalla messianica “Astro del Ciel” (Silent Night) suonata al pianoforte, o la breve e scontata ricerca di un innocente freddato poco dopo con una fucilata è festosamente mitigata dalla delicata ballata di David Hess “Now You’re All Alone“.

È una rappresentazione estetica della violenza e della perversione umana che da sempre divide chi guarda film: provare simpatia per un sadico gangster che taglia un orecchio a una vittima indifesa fa di noi delle persone peggiori? Ci spaventa scoprire che delle scene raccapriccianti possano renderci allegri? La giustificazione della finzione – consapevole o meno – ci assolve completamente, al termine della visione e usciti dal cinema?

Io – se può interessare, psichiatra compreso – mi diverto semplicemente un mondo.

Tarantino, come suo solito, non ha inventato nulla, ma ha piuttosto il merito di aver rinnovato regole e strutture che esistono da un secolo nella Settima Arte. L’idea di una colonna sonora dissonante, ovvero che non segua il climax classico della scena ma ne restituisca sentimenti differenti o diametralmente opposti, è stata utilizzata in lungo e in largo dai più grandi registi della storia, da Hollywood a Tokyo, passando per Hong Kong e il cinema d’animazione, ben prima dell’avvento del Technicolor.

Doveva infatti sembrare tremendamente affascinante – ai registi di quell’epoca, dove la parola “trasgressione” in pubblico era associata a concetti e comportamenti ben più puritani rispetto ad oggi – mostrare spietati killer suonare allegri motivetti di chitarra prima o dopo i loro efferati omicidi (“L’Angelo Ubriaco” di Akira Kurosawa, 1948).
Provocazione e indignazione, che in realtà sono rimaste quasi intatte anche nei decenni successivi, tant’è che alle prime proiezioni de “Le Iene” nel 1992 negli Stati Uniti molte persone abbandonarono indignate le sale proprio sulla scena dell’orecchio mozzato di cui sopra.
Le trovate sonore dissonanti per introdurre e accompagnare durante i film psicopatici, serial killer, pervertiti o scene violente e feroci sono sempre state un valido strumento al servizio del Cinema.
Ma l’instabilità della formula artistica per la perfetta miscela ha causato centinaia di risultati dimenticabili, lasciando solo ai più talentuosi autori l’abilità di creare l’esatto effetto desiderato per manipolare atmosfere ed emozioni, smuovendo – direbbe Sartre – le coscienze attraverso l’immagine (e la musica). E un pizzico di magia.

Noi italiani soprattutto siamo stati dei grandi maestri (sempre valida come spiegazione antropologica la battuta di Orson Welles sull’orologio a cucù…). “Non si sevizia un paperino” dell’immenso Lucio Fulci ne è un fulgido esempio, mostrando già nel 1972 il brutale omicidio in un cimitero di una donna tacciata di stregoneria, accompagnando però la scena con la malinconica voce di Ornella Vanoni e creando un risultato tanto surreale quanto, in qualche modo, poetico…

Sei anni prima, invece, sempre un altro regista italiano, Sergio Corbucci, gettava il seme che sarebbe poi definitivamente germogliato con gli omaggi di Tarantino, ovvero il “Django” originale (1966). La scena finale con il contrasto evidente tra lo sfavillante colore del sangue, i cadaveri e la sigla eroica, quasi gloriosa con il coro angelico, è passata alla storia, proseguendo su un filone, soprattutto western, dove l’empatia con l’eroe di turno ci permetteva di gioire insieme a lui se a morire – meglio se con una strage scenograficamente epica – erano gli odiati nemici.

Il cattivo (o gli indiani d’America…) sullo schermo merita sempre la morte e lo spettatore non prova più sensi di colpa nel desiderare il macello finale. La differenza la fanno le scelte del regista: alimentare o meno la sete di sangue di un pubblico entrato originariamente in sala con i più miti intenti e poi gradualmente trascinato in vortici infernali e primordiali?

Gli anni ’70 – per svariati motivi artistici e sociali – sono stati decisamente un decennio esplosivo e di grande qualità da questo punto di vista, con praticamente tutte le facce della Violenza trattate con delicata maestria e stranianti protagonisti, a cominciare dal più cult di tutti, “Cane di Paglia” (1971) di uno dei più grandi registi di sempre, Sam Peckinpah, che ben pensò di utilizzare il brioso suono delle cornamuse mentre gli invasori della casa del protagonista venivano ammazzati. Un effetto che non piacque troppo alla censura americana, che lo tagliò senza pietà spaventata dal messaggio implicito che, nonostante i secoli d’evoluzione, l’uomo fosse ancora governato dalle leggi primitive…

Un’idea che Francis Ford Coppola aveva invece ben in mente quando girò il suo capolavoro, “Apocalypse Now”, uscito dopo leggendarie peregrinazioni nel 1979. La sua “Cavalcata delle valchirie” associata al raid degli elicotteri del colonello Kilgore sulla frase “Granduca 6 a squadriglia Aquila: vai con guerra psicologica! A pieno volume” ha fatto epoca, dichiarando esplicitamente quale impatto avrebbe avuto la musica di Richard Wagner sui vietcong del villaggio assalito e, ovviamente, sull’attonito spettatore aggrappato disperatamente ai braccioli per non sfociare in un interminabile e scrosciante applauso alla chiusura della scena…

Si potrebbe andare avanti per ore ma, prima della virata verso il gran finale, una citazione obbligata la merita il cinema d’animazione e nello specifico “Mary & Max” (2009): mentre la protagonista tenta d’impiccarsi, una dolcissima versione di “Que Sera, Sera (Whatever Will Be, Will Be)” risuona serena e conciliante, ripercorrendo una tendenza diffusa in generale nel cinema ad abbinare al suicidio temi musicali tra il malinconico, l’onirico e l’agrodolce – ad esempio nello splendido e tristissimo “Il giardino delle vergini suicide” di Sofia Coppola – dando una sensazione quasi di pace, liberazione. Come a voler fare accettare con più facilità al pubblico un gesto comunque mortale ma autoinflitto rispetto a una morte sempre violenta, ma per mano altrui…

Il finale, ovviamente – e so che i più ultraviolenti tra voi l’aspettavano con trepidazione – non può non essere che “Arancia Meccanica” (1971) di Stanley Kubrick, ancora oggi irreplicabile e profetico punto d’arrivo dell’uso nel cinema della violenza elevata a oscura opera d’Arte. La regia inimitabile di un genio ossessivo e talvolta perverso come quello di Kubrick associata alle musiche classiche dei grandi compositori dipinsero un trionfo del Male in ogni sua forma, e la straordinaria operazione di immedesimazione in cui ci coccolò più che costringere è tra gli esempi più diretti e stordenti di quanto, in fondo, l’essere umano sia così vicino al proprio lato malvagio.
Sono quattro i segmenti immortali che ancora oggi ispirano i cinefili di qualsiasi età con ambizioni violentemente liriche, tutti sottilmente differenti nella tematica “Violenza”, che a un primo impatto potrebbe invece apparire identica:

“I’m Singing in the rain” e lo stupro: la Violenza stilizzata, inebriante come un balletto jazz, aria pura e necessaria. “Nel film la ricerca dell’esperienza estrema è la ricerca maniacale dell’onnipotenza, limitarla è l’arduo compito degli ingegneri sociali.” [Schwartz su Kubrick]

– il brano classico “La Gazza Ladra” di Gioacchino Rossini e l’omicidio della gattara: siamo al gran ballo della Violenza che detta il ritmo (e il grado di atrocità) delle azioni umane…

– ancora “La Gazza Ladra” di Rossini e la coltellata al drugo: una musica geniale può ispirare solo la più elevata delle Violenze, quella intuitiva, adrenalinica e liberatoria, che ristabilisce le giuste gerarchie. “Un piacevole movimento sospeso” dirà Stanley…

– la famigerata “Nona” del buon Ludovico Van (Beethoven) e la cura-Ludovico: la Violenza umana più spregevole (Hitler, per dire) associata alla Bellezza assoluta (la musica di Beethoven) è un contrasto talmente forte che porta ad un rigetto corporale, limitando il libero arbitrio di Alex e deviandone forzatamente la Natura. Per poco però…ma anche fortunatamente, ci chiede Kubrick?

Magia, dicevamo… quella fusione cinematograficamente, scandalosamente unica e incontenibile che ci entra dentro e ci fa scoprire cose di noi di cui nemmeno sospettavamo l’esistenza, e di cui forse avremmo fatto volentieri a meno… perché non ditemi che, dopo aver ammazzato i vostri primi teneri vietcong, anche a voi non è spuntato lo stesso bel sorrisone della vostra amica recluta catapultata nel bel mezzo del Vietnam sempre da quel genio di Kubrick con “Full Metal Jacket“…