Lunedì, dal pomeriggio alla sera, la mia bacheca Facebook è stata invasa da foto e post di qualsiasi tipo e genere geolocalizzati a San Siro. Il can can è cominciato con la foto di Bruce Springsteen arrivato in stazione Centrale a Milano e, per essere sinceri, ancora non è terminato. Ora, io non potevo esimermi. Nel senso che al concerto non ci sono andata, ma un pensierino, di tipo un po’ diverso, per Bruce l’ho avuto anche io.

La questione è vecchia come il mondo: insomma, quali sono le influenze tra letteratura, arte e poesia che hanno caratterizzato la carriera del nostro artista? Cercare i legami di parentela sarà anche da impallinati, ma dà grandi soddisfazioni.

Diciamolo, che John Lennon andasse pazzo per Lewis Carroll e i suoi nonsense è cosa per alcuni trita e ritrita. Che David Bowie (ma anche i Muse) fosse partito da 1984 di Orwell per Diamond Dogs è diventato un classico della citazione colta e ormai non più ricercata. Per non parlare dell’amore di Lou Reed per Edgar Allan Poe.

Morrissey poi, tanto per chiudere l’elenco (l’uomo che risolleva le sorti delle mie giornate più nere), è una sorta di condensato di cultura pop di tutti i tipi tra citazioni di telefilm, cantanti, scrittori (Pasolini e Kurt Vonnegut tra gli altri) e qualsiasi altra cosa capiti a tiro. State sicuri se avesse pubblicato qualche nuovo album – ma dice di essere temporaneamente in pausa – ci avremmo trovato dentro, nell’ordine, Mad Men, The Wire, Boardwalk Empire e, perché no, anche Breaking Bad. Come fai a non amarlo?!

Ora però ritorniamo al nostro Boss. I numi tutelari di Bruce Springsteen sono molti, e molti di questi appartengono alla letteratura “epica” americana. Quella letteratura che ha raccontato di strade, attraversamenti, viaggi, visioni, fughe, incontri tra persone, luoghi e mondi. A partire da Kerouac per finire con J.D. Salinger, in qualche modo Bruce Springsteen è riuscito a farsi interprete di storie, emozioni e riflessioni che hanno caratterizzato la cultura americana di certi anni e anzi, in musica, ne è stato cassa di risonanza formidabile.

Tra tutti gli scrittori, John Steinbeck con Furore si è distinto come fonte di Nebraska e di The Ghost of Tom Joad. E se nel primo caso il richiamo è di sensazioni e atmosfera, nel secondo siamo proprio davanti a una citazione letteraria a tutti gli effetti. Basta guardare la copertina di Nebraska, per entrare appieno nel mood di Steinbeck.

Furore è uno di quei libri che ti segnano. Narra di una famiglia costretta ad abbandonare la sua fattoria, espropriata da banche, ed emigrare verso il sud, dove i sogni di lavoro e benessere vengono spacciati su volantini di carta.

Quando leggi di Tom Joad lo vedi lì, sul bordo della strada con quei quattro stracci che sta aspettando la prima auto utile per chiedere un passaggio. E poi lo ritrovi tra i suoi familiari e in partenza per il sud alla ricerca di una vita, neanche di una fortuna. Furore ti parla di un uomo, di un eroe democratico (parola che potrebbe essere abusata), ti parla di uomini, ti parla della Grande Depressione, di un’America imbarbarita, inumana, rabbiosa, ti parla di oggi e forse di domani.

Per dirla con Bruce Springsteen:

Families sleepin’ in their cars in the Southwest

No home no job no peace no rest 
The highway is alive tonight 

But nobody’s kiddin’ nobody about where it goes 

I’m sittin’ down here in the campfire light 

Searchin’ for the ghost of Tom Joad

La curiosità, questo vale per gli editori, è che The ghost of Tom Joad, album dichiaratamente letterario, tanto bene venne accolto dalla critica quanto male andarono le vendite, almeno rispetto ai precedenti successi.

Ma questo importa poco ai fini di una storia che talvolta capita, così come insegnavano i Greci con l’Iliade e l’Odissea, può essere anche ascoltata e non solo letta.

Grazie @fedeferri72