Oggi ho il piacere di intervistare Alberta Cuccia, fotografa italiana nonché inviata speciale di Paper Project alla Biennale di Venezia.

Ciao Alberta, è veramente un piacere ospitarti e intervistarti sul mio blog qui su Paper Project, sbirciando il tuo sito mi sono resa conto che il tuo genere fotografico è tutto da scoprire e mi incuriosisce parecchio, quindi partiamo subito con le domande.

1) Come e quando ti sei avvicinata alla fotografia?

Vengo da una tradizione familiare dove ho ricordi sin da piccola, in cui i nostri viaggi ma anche la vita quotidiana venivano spesso interpretati fotograficamente. Ho imparato più tardi che l’obiettivo non sempre fotografa il reale. Ho cominciato presto a scattare e non ho mai smesso.

2) Raccontaci il tuo percorso da fotografa. Sei un’autodidatta, o hai frequentato corsi e scuole specializzate?

Parto come autodidatta. Poi le grandi occasioni di studio, Central Saint Martins a Londra e ICP a New York.
Ma dove ho veramente imparato è stato con Giovanni Gastel, tanto creativo quanto dotato del perfezionismo ereditato dallo zio Luchino (Visconti).
Al mio ritorno in Italia dagli States mi viene offerta da Casamica (allegato di architettura e design del Corriere della Sera), l’opportunità di ricoprire il ruolo di photo editor, un’esperienza durata due anni. È stato un altro modo di avvicinarmi alla fotografia, attraverso il lavoro degli altri. Oggi continuo a collaborare con altri fotografi e altre riviste, ma il focus è sui miei nuovi lavori.

3) Che genere di fotografia preferisci e quali tecniche usi? (macchina fotografica, obiettivi ecc.)

Fotografo di tutto, dai viventi alle architetture. La luce è spesso il mio motore/quello che mi piace catturare, l’elemento che mi ispira di più. Poi ci sono anche le geometrie, i luoghi e a volte i profumi a fare da deus ex machina verso il brivido di uno scatto. Il risultato che cerco però e quello che vorrei trasmettere riguarda le emozioni più che l’estetica, questa se mai è solo una conseguenza.

Non ho un genere di fotografia che preferisco, so che le immagini per me sono un’ossessione, mi capita spesso di avere la sensazione di guardare i testi e leggere le immagini.

4) L’obiettivo al quale non potresti mai rinunciare?

Più che a un obiettivo al quale non potrei rinunciare penso a una macchina. Non ne ho avute molte, mi sono sempre visceralmente affezionata, ci ho messo del tempo per conoscerne caratteristiche e umori e adesso non saprei farne a meno, soprattutto della prima che ho avuto, ereditata da mio padre, una Nikkormat degli anni Settanta, che tutt’ora uso spesso.

5) I tuoi progetti a breve cosa prevedono, e qual è il tuo sogno nel cassetto?

In questo momento guardo con attenzione agli interni, specchio dell’anima di chi li abita. Inseguo storie di vita e ora ho fiutato una traccia.

6) Se potessi incontrare il tuo fotografo preferito, chi sarebbe e cosa gli chiederesti?

Non ho un fotografo preferito. Due fotografi che amo molto e che ho avuto l’opportunità  di conoscere sono Michael Ackerman e Lorenzo Castore. Da loro ho imparato che fare il fotografo è un mestiere essenziale per vivere questo tempo.

Ho appena visto a Roma la mostra di Luigi Ghirri, mia grande passione. Purtroppo lui non c’è più, ma se l’avessi incontrato l’avrei invitato a cena: davanti a una buona bottiglia avrei avuto tutto il tempo per leggere i suoi occhi.

Credits Alberta Cuccia