Ascoltate “Murderers” di John Frusciante mentre leggete questo pezzo.

A Francoforte ho conosciuto Yarets. Ero a scattare un pettinatissimo servizio fotografico sulla capitale delle banche e del denaro, quando vedo passare una moto bruttissima che cattura la mia attenzione. Scatto una foto al volo. Fortunatamente, poco dopo, lo vedo fermarsi.

Viaggiare in moto può essere logorante. La sua moto ne è la prova.

Una Bmw f650, finita. Due trolley giganti usati come borse laterali, finiti, consumati anche quelli. Scotch a tenere gli specchietti e adesivi ovunque. Quest’uomo ha girato in moto il mondo. Il mondo intero. È in sella da 13 anni. Si leva il casco e lo appoggia sulla moto rovesciato. Porta sfiga, vorrei dirgli, ma un adesivo, che nella posizione rovescia torna dritto, dice: DONAZIONI.

Potevo anche averlo detto, lui è Sordomuto. Duro come il ferro che producono le fabbriche metallurgiche Bielorusse, ha trovato la forza di dimostrare che il suo handicap non è un limite.

Cerco di fare uno sforzo di immaginazione per capire come sarebbe vivere senza parole, senza suoni. Sicuramente non può sentire il rumore deciso dei passi con gli stivali da moto. La barba che gratta l’imbottitura del casco. Il motorino di avviamento che fa borbottare il motore, finché non entra nel regolare suono del minimo. L’urlo del motore vicino alla zona rossa del contagiri.

Ma, in qualche modo, sono sicuro che lui le sente queste cose, le vibrazioni, nei piedi. Un piccolo terremoto sulla pelle. Lo scuotimento del telaio e dell’intera moto mentre si accende, che approda in una vibrazione di sottofondo regolare. Il Minimo. La vibrazione che ti raggiunge nei polsi, nelle caviglie e nella spina dorsale attraverso le chiappe, quella che ti avvisa che devi cambiare marcia. Nell’oscurità sonora sono sicuro che Yarets ha trovato la soluzione per illuminare il suo panorama.

Abbiamo parlato a gesti pochi minuti. Mi ha spiegato il suo sogno di essere riconosciuto dal Guinnes dei Primati come il sordomuto che ha percorso più km in moto, mi ha chiesto quali viaggi avessi fatto io in moto e ha sorriso quando gli ho detto che tra uno e l’altro tornavo sempre a casa. Casa, quella parola, quel gesto, lo ha fatto viaggiare lontano per qualche secondo. Sta tornando, vuole tornare.

Non mi dimenticherò mai la sua espressione. Non sembrava stanco, non vestiva una maschera di felicità. Il suo viso parlava chiaro, parlava di serenità, di luoghi lontani, di pioggia, di freddo e di vento, di caldo soffocante, di paura, di gioia, di lunghi monologhi mentali solitari. Un viso pieno di orgoglio, di soddisfazione.

L’entusiasmo di un bambino che sta per partire, non la stanchezza di un uomo che la vita ha già messo alla prova.

Lui adesso è arrivato a Minsk, è tornato a casa dopo tanti anni in moto. Partenza 27 Maggio 2000, arrivo 16 Giugno 2013, 13 anni, 440.000 km.

Questo è il suo sito. Io ho messo nel suo casco la mia piccola offerta per farlo arrivare a casa. Ora penso a cosa scrivergli per assicurarmi che riparta il prima possibile.

Adesso ascoltate “Hard To Concentrate” dei Red Hot Chili Pepper, l’aggiunta delle parole ha solo reso un po’ più chiaro il messaggio, ma alla fine, con un po’ di sensibilità in più, era lo stesso chiaro.

Altrimenti partite per 13 anni con la vostra moto, di qualunque genere sia.

 

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