Mark Twain diceva che “la realtà è più bizzarra della finzione”, e per Claudio Magris aveva ragione. Ecco il personaggio tanto discusso ed inaspettato della Maturità 2013.

Claudio Magris ha dedicato una vita alla letteratura, anzi come preannuncia il titolo del suo ultimo libro scritto a quattro mani con Vargas Llosa, La letteratura è stata la sua vendetta.
Le sue storie hanno sempre fuso luoghi, tempi, personaggi, situazioni pescate dalla realtà e rimescolate dalla fantasia, come se questa fosse un refolo di vento che spariglia un mazzo di carte e mette un ordine nuovo nel caos quotidiano.
Non c’è dubbio: la realtà è più bizzarra della finzione, anzi talvolta talmente “pacchiana” che la letteratura si trova costretta a smorzarla e sfrondarla.
Il grande intellettuale italiano, da sempre legato alla cultura mitteleuropea, alla sua geografia e alla sua storia, ha tenuto a Mantova una Lectio Magistralis emozionante e ci ha raccontato come la narrazione ci aiuti a trovare il filo rosso che attraversa la nostra realtà.
Vi riproponiamo le sue parole e una piccola analisi della letteratura che merita di essere ascoltata e in questo caso letta, perché ci riveli la potenza della vita concreta e di quella letteratura che da essa prende quotidiano nutrimento.

Il rapporto tra letteratura e realtà

“Nei romanzi di fantasia ai quali ho dedicato la mia vita ho sempre cercato, accanto alla descrizione di luoghi immaginari, tutte le esperienze reali.
Il rapporto tra la letteratura e la realtà è come se fosse quello tra l’atlante geografico, con le sue cartine piatte, e la Terra. In qualche modo c’è l’idea che la letteratura dia una rappresentazione che deforma la realtà di fronte a noi, ma, deformandola, ne estrae il senso più profondo.
Molti sono stati i romanzi ispirati da esperienze vere e vissute che, divenendo qualcosa d’altro, non hanno tradito le storie originali.
In questo senso ho sempre sentito la fantasia necessaria per estrarre dalla realtà quello che la realtà nella sua immediatezza; uno strumento utile a scoprirne le latenze e le potenzialità.
In fondo anche noi raccontiamo cose ‘quasi vere’, accadute a noi e poi, naturalmente e involontariamente alterate dalla finzione, anche solo sottolineandone un aspetto piuttosto che un altro.”

Lo scrittore ‘copista’

“Trasmettere un racconto significa trasmettere una visione del mondo che diventa anche patrimonio altrui. Questo mi ha fatto pensare che scrivere sia “copiare” la realtà, una realtà più grande di noi.
Ed io mi sono sempre sentito un copista.
Questo interesse per la realtà e per la compilazione, intesa come la descrizione di quello che vediamo, è il vero modo per svelare il disordine che c’è nel mondo.
Proprio su questo punto si è concentrato una parte del mio interesse per la letteratura mitteleuropea. Qui c’è sempre un grande pathos, il desiderio di classificare il mondo per portare alla luce il terribile caos, e quell’insensatezza della realtà che emerge dai lavori di tanti scrittori come Musil.
Ho sempre cercato di scrivere storie nate da realtà obiettive infinitamente più fantastiche di quelle che avrei potuto inventare.”

I ‘futuri abortiti’

“È come se la realtà non consistesse solo in ciò che materialmente accade, ma anche in ‘futuri abortiti’, come ha scritto Ernestina Pellegrini, cioè in futuri che non si sono realizzati, ma non sono astrazioni cervellotiche, sono potenzialità che esistevano, erano in viaggio e poi sono state bloccate, fermate, troncate. Tutti sanno che nella propria storia, o in quella collettiva, quello che è successo non è l’unica cosa che sarebbe potuta accadere.
La letteratura è essenzialmente la ricerca di ‘futuri abortiti’, di queste possibilità, di quello che noi concretamente potremmo essere.
Per questo sono sempre partito dalla realtà.”

Danubio: un mosaico con pezzi di realtà

“In Danubio la realtà è puntualmente conservata nel dettaglio. È come un mosaico in cui ogni tessera corrisponde a un pezzo di realtà ed insieme formano un disegno completamente immaginario.
Danubio non è un resoconto di viaggio e nemmeno un reportage, ma la storia della vita e della morte del personaggio, in cui la realtà è lo specchio del suo volto. Credo che il mondo che attraversiamo sia un po’ la nostra immagine.
Le cose più bizzarre non le ho inventate io (come il Danubio che nasce da un  rubinetto), sono in parte vere, perché le suggestioni e i personaggi più bizzarri provengono dalla realtà. La realtà è enorme, pazzesca e grottesca.
Danubio non sarebbe nato se io, una notte, non avessi dormito nel fango del cimitero monumentale di Vienna per assistere alla famigerata caccia agli animali che mangiano i fiori sulle lapidi.”

La vita come un mazzo di carte

“C’è la sensazione che il mondo sia un mazzo di carte e la letteratura e l’arte siano una forza esterna che le mescola.
Il senso di questa realtà più bizzarra della finzione salta all’occhio soprattutto nella letteratura di viaggio.
Il viaggiatore è quello che trascrive, che trova e vede, non è quello che inventa. L’invenzione sopravviene quando un volto ci colpisce e in lui proiettiamo quello che c’è dentro di noi perché quella visione ci ricorda le passioni che abbiamo avuto, le nostre esperienze e le nostre sensazioni.
A volte è lo sguardo rapace del giornalista che coglie con precisione il concreto e ci consegna immagini che vanno oltre la realtà, pur essendo partite da essa.”

Il giornale: il romanzaccio della nostra vita

“E poi il giornale fa da legante tra la letteratura e la realtà. È il romanzaccio della nostra vita: interessante, giusto, falso, pacchiano, esagerato. C’è qualcosa di dostoievskijano nel giornale; in questo accostamento di realtà brutalmente diverse, tra notizie di persone che muoiono in mare e le elezioni di miss Padania. Dà un’idea giusta di una realtà cubista, che accosta elementi diversi e contrastanti.
Alla fine, qualche volta, di fronte alla concorrenza scorretta della realtà, la letteratura per poter essere veramente credibile si vede costretta a sfrondare, a smorzare e a non esagerare come esagera la realtà.”

E l’approdo dal rapporto tra la finzione e la realtà è stato quello tra il romanzo dell’Ottocento e del Novecento. Una riflessione che ci fa amare i classici, ma che ci fa comprendere quanto sia urgente il bisogno della letteratura nella nostra vita.

“La realtà in cui viviamo è talmente in evoluzione, talmente mirabolante nel bene e nel male che la letteratura stenta a stare dietro alla trasformazione dell’uomo.
In fondo c’è la sensazione che la realtà sia così strana e bizzarra da risultare inafferrabile. È difficilissimo poter raccontare questa realtà come hanno fatto i romanzi ottocenteschi. Come scrive in un bellissimo capitolo Raffaele La Capria: i grandi romanzi del ‘900 sono romanzi falliti. Non voleva essere un’opinione negativa, ma la constatazione dell’impossibilità da parte di questi di trovare un senso nella totalità. Il romanzo dell’Ottocento riusciva a creare un ordine nel reale e a cogliere il rapporto tra l’individuo e la società; quel filo rosso che era possibile intravedere e che dava un senso alla molteplicità.
Il romanzo del Novecento si ritrova ad affrontare una realtà che scoppia da tutte le parti, non la affronta e, facendo finta di niente o tralasciandola, la fa esplodere.
Pensate a quello che questo può rappresentare per la scrittura.
Il grande scrittore ottocentesco poteva utilizzare la stessa scrittura sia nelle opere di fantasia sia nelle opere di impegno politico. La scrittura di Victor Hugo non cambia quando scrive I miserabili, inventando potentemente, o quando scrive articoli di impegno politico come, per esempio, contro Napoleone III. Kafka non avrebbe potuto utilizzare lo stile delle Metamorfosi per mandare un messaggio sociale: sarebbe stato inquietante.
E tutto questo acuisce il senso dell’enorme, inquietante, creatività, stranezza della realtà.”

I romanzi dell’Ottocento, forse per questa capacità di cogliere la realtà, saperla sintetizzare nella sua essenza e restituirla semplificata, rimangono a distanza di anni una fonte inesauribile di suggestioni non solo letterarie ma anche di vita.

L’evento si è svolto al Festivaletteratura di Mantova 2012