È sempre lui, il norvegese volante, che continua a scuotere il sonnacchioso panorama viticolo del Gattinara. Vi ricordate il mio primo post su Paper Project?

Vi raccontavo di questo Erling Astrup di Oslo che, durante una gita con gli sci, è incappato in una bottiglia di Gattinara Nervi 1999. Stregato dal vino, si è comperato l’azienda, salvandola, insieme a tutti i dipendenti, dal fallimento incombente. Poi ha cominciato con le novità. La più intrigante quell’idea di produrre uno champagne (metodo classico, che champagne non si può dire) in una baita sulle pendici del Monte Rosa a 1650 metri. Al di là della ovvia comodità di avere una riserva privata del proprio spumante direttamente sulle piste di sci, l’idea, inculcatagli da un altro vulcanico personaggio, quel Gianluca Telloli che delle bollicine d’alta quota è il vate, ha un suo senso.

Per via della quota, della rarefazione dell’aria e della diversa pressione atmosferica, le bollicine vengono meglio, più eleganti, e certi profumi, soprattutto quelli primari, si sviluppano con maggiore complessità. Poi il buon Erling ha pensato bene di trovare qualche padre importante per il suo Gattinara, e così è andato in America, nella Library of Congress a Washington, e ha scoperto che il 2 volte presidente degli Stati Uniti Thomas Jefferson aveva una fissa per il Gattinara. Addirittura si è procurato qualche critica perché ha usato una nave da guerra della Marina USA per farsi portare a casa qualche botte dall’Italia….Ecco così l’idea di dedicare a Jefferson lo spumante dei ghiacciai.

Giusto l’altro ieri il mitico Erling è tornato dalla Norvegia con la solita scorta di chef autoctoni e prodotti nordici freschissimi, dal salmone all’alce, passando per la trota, il cervo e la renna, e ha invitato un’ottantina di persone (amici, vignaioli, chef e giornalisti) per aprire insieme la prima bottiglia dello spumante Jefferson. Di fatto ne abbiamo aperte parecchie di più, impegnandoci per dare un serio colpo alla scorta di sole 1200 bottiglie disponibili. Un po’ perché era buono, un po’ perché l’apertura avveniva obbligatoriamente con un colpo di piccozza, cosa in sé divertente.

Sta di fatto che questo spumante, ottenuto da uve Nebbiolo in purezza, ha riscosso un notevole consenso. Un bel rosé, ottimo con il salmone e i pesci affumicati in genere, gradevole anche come aperitivo e da provare con la pizza. La pizza? Sì la pizza: conosco il produttore di un altro rosato di gran fama che, più o meno confidenzialmente, afferma che la morte della pizza è lo spumante rosé. A prove fatte non ha neanche tutti i torti, anzi.

In realtà quelle che abbiamo provato sono solo l’anteprima, una produzione realizzata a una quota inferiore rispetto a quelle che ancora riposano nella baita di Otro. Il motivo è che, con il salire della quota, la fermentazione rallenta e i tempi di maturazione del vino si allungano. Quindi, per provare quelle, dovremo aspettare ancora qualche mese, diciamo verso aprile, maggio. Intanto la curiosità aumenta e cominciano a circolare voci sempre più balzane: si sussurra che Erling abbia scovato una miniera d’oro abbandonata e sepolta dal ghiaccio e che la voglia usare per far riposare le bottiglie a quote ancora più estreme. Sono grandi questi norvegesi…

  • Champagne sul ghiacciaio reprise