Non sono ebrea, eppure mi sono appassionata alla storia degli ebrei ungheresi, complice la mia amica Agnes.

Ebreo oggi – mi spiega Agnes nel suo perfetto italiano – è figlia di un diplomatico e ha vissuto a lungo nel nostro Paese – è più un’appartenenza culturale che religiosa. La guerra, la deportazione, l’isolamento sono ricordi lontani, per lei e i suoi coetanei, che oggi abitano il 13° distretto, invece del più tradizionalista quartiere ebraico, e frequentano la Sinagoga solo in occasione delle principali ricorrenze religiose, proprio come la maggior parte di noi Cattolici.

Eppure la data del 21 giugno rimane ben stampata nella memoria di tutti, per non dimenticare. Purtroppo arrivo tardi: l’anno scorso, in occasione dei 70 anni dall’Olocausto, la città è stata teatro di decine di celebrazioni a cura dell’Open Society Archives (OSA), allo scopo di richiamare un capitolo nefasto della storia ungherese poco noto ai più.

Per decreto amministrativo, il 16 giugno 1944 tutti gli Ebrei residenti a Budapest furono forzati ad abbandonare le proprie case e a trasferirsi, entro il 21 giugno di quell’anno, nelle “case dalla stella gialla”, fino all’istituzione del ghetto, qualche mese dopo.

A quei tempi, secondo un censimento del 1941, gli ebrei costituivano il 21% della popolazione di Budapest: in tutto circa 220.000 persone, già obbligate a portare la stella gialla, furono ammassate in quasi 2.000 appartamenti, abitati da altri Ebrei, o vuoti, ma nello stesso stabile dove risiedevano altri di loro. Circa 1.600 di quelle case sono visibili ancora oggi, un po’ in tutti i distretti – purtroppo moltissime (almeno tutte quelle che ho provato a rintracciare io, servendomi della mappa che vedete in copertina) non sono riconoscibili, almeno dall’esterno!

Le case ungheresi dalla stella gialla rappresentano un unicum in Europa. L’obiettivo era quello di riunire tutti gli Ebrei in attesa della deportazione. Deportazione che sarebbe sicuramente avvenuta, se ai primi di luglio del ’44 il Reggente Horthy non avesse cambiato idea all’ultimo, visto l’aggravarsi della situazione, e fosse convinto del fatto che il sopravvivere delle case dalla stella gialla avrebbe evitato i bombardamenti inglesi sulla città.

ebrei

A partire dal novembre del ’44, sul finire della guerra, gli Ebrei di Budapest scampati ai campi di concentramento furono rinchiusi nel Ghetto (l’area rossa nell’immagine) – quello che all’incirca è oggi il quartiere ebraico nel 7° distretto – per tenerli uniti e isolati in una città ormai assediata. Moltissimi di loro morirono proprio qui di stenti, vessazioni, malnutrizione e malattie.

I più fortunati, come i nonni di Agnes, riuscirono a salvarsi grazie all’intercessione di uomini generosi quali lo svizzero Carl Lutz, lo svedese Raoul Wallenberg o il nostro Giorgio Perlasca: attraverso speciali salvacondotti, questi riuscirono a sistemare alcune migliaia di Ebrei nelle cosiddette “case protette”, soggette all’extraterritorialità per la copertura diplomatica, e quindi non attaccabili.

Moltissime di quelle case sono oggi abitate e si trovano proprio nel 13°distretto, un bel quartiere residenziale di fronte all’Isola Margherita, dove vivono Agnes e altre giovani coppie di Ebrei, forse meno fedeli di un tempo ai diktat religiosi, ma sicuramente consapevoli della propria storia e delle proprie radici.